"13 Reasons Why", la serie-adattamento del bestseller di Jay Asher (distribuita da Netflix), fa ciò che al libro non riesce: disturba... - L'approfondimento

Qualsiasi studente italiano che abbia studiato inglese ha avuto davanti almeno una volta i false friends: li ho sempre chiamati amici ambigui. Dal loro punto di vista, non hanno nulla di sbagliato o falso: il verbo to abuse non sa che può lasciar intendere abusare, non si sentirà mai falso. E ci sono dei concetti interi che per me sono sempre stati amici ambigui.

Un esempio è to commit suicide, letteralmente commettere un suicidio, come fosse un crimine. In italiano diciamo suicidarsi, un verbo riflessivo, lento e raggomitolato su se stesso, che punta verso chi compie l’atto, non verso il mondo fuori. L’inglese giudica ma non è ipocrita: include chi sta fuori. L’italiano sospende il giudizio ma è ipocrita: finge che la partita non riguardi mai gli altri.

Quando la materia è difficile da dire, e la lingua fa quel che può ma alla fine arranca, come si fa?

Thirteen Reasons Why, il libro, è uscito il 18 ottobre 2007 per Penguin Random House, in Italia un anno dopo per Mondadori. Lo ha scritto Jay Asher e negli Stati Uniti ha avuto un’attenzione altalenante, fino a diventare un bestseller grazie al passaparola fra adolescenti.

Il titolo sa perfettamente perché è successo: come è stato possibile che Hannah, una diciassettenne, si sia suicidata. Ci sono le ragioni, sappiamo quante sono. Il titolo fa una promessa impossibile da mantenere: raggiungere una persona ormai morta. Si rivolge a chi ha contribuito a costruire il suo disagio, ad alimentarlo e renderlo insostenibile. Quello di Hannah è un moto che non si è fermato con la morte: “farla finita”, per questa volta, non vale.

Il libro ricostruisce tredici decisivi momenti della vita di Hannah: violenze verbali, fisiche, psicologiche, una fila indiana di episodi che le hanno costruito attorno una ragnatela. Il racconto è fatto in prima persona: Hannah lascia la sua eredità incisa su musicassetta, racconta ciò che le è capitato non risparmiando se stessa né gli altri. Tutte le persone chiamate in causa conoscono il contenuto delle cassette, una dopo l’altra. In un’intervista a Steve Bertrand di Barnes&Noble, Jay Asher afferma che la storia riguarda Clay, uno degli altri, perché ha a che fare con le conseguenze che l’atto di Hannah ha portato nella sua vita: alla fine della storia è lui a cambiare.

È Clay che ci accompagna nel libro, assistiamo con lui allo spettacolo. Fa da controcampo ai ragionamenti della ragazza: le registrazioni scorrono inframmezzate dai suoi rimandi, riflessioni e ricordi. I due punti di vista lottano e si inseguono l’un l’altro, ma quello di Clay soccombe. I ragionamenti a posteriori perdono di efficacia, ci danno l’impressione di essere inutili e le parole di Clay non affondano, e anzi ci distraggono.

Quando la materia è difficile da dire, quindi, e la lingua scritta fa quel che può ma alla fine arranca, come si fa?

Arriva dritto e tagliente, il linguaggio audiovisivo.

13 Reasons Why, la serie-adattamento del libro distribuita da Netflix dal 31 marzo scorso, fa ciò che al libro non riesce: disturba.

Porta in scena i fatti filmati, senza bisogno di molto altro: c’è la storia di una adolescente imperfetta che ci disturba e c’è un ragazzo a disagio, che sente un peso enorme relativo a questa storiae ce lo trasferisce immediatamente, ci sono i perché che si infilano uno dopo l’altro di fretta, per necessità incombente, play dopo play.

Quando un ricordo è puntuale è più vero. Alla purezza della sua essenza – essere stato effettivamente vissuto – si somma il restauro, caricato di verità.

L’ho visto, l’ho sentito, l’ho detto, l’ho costruito, l’ho provocato, l’ho minacciato, l’ho pensato, l’ho insultato, l’ho violentato. Quindi l’ho vissuto. Quindi è vero.

Hannah ha ricordi esatti e così ce li rende – filmicamente succede quando, durante il racconto, le scene sono sovrapposte e si passa dal passato della narrazione al presente, o viceversa – le basta dire come sono andate le cose esattamente.

Disturba Hannah, con la sua voce non filtrata.
Disturba l’impotenza, onnipresente, che con Clay ci sentiamo in dovere di espiare.
Disturba la precisione con cui la narrazione viene portata avanti.

Disturba l’intimo pensiero che viene esplicitato.

Disturbano le intenzioni terribili.

Disturba il silenzio.
Disturbano i corpi e la lingua che compiono una violenza.

13 Reasons Why, la serie televisiva, arriva al limite personale che ognuno di noi ha e lo valica, perché non ci risparmia. Ci disturba nelle viscere, perché non riusciamo a tirarci indietro, come non ci riesce Clay onessuna delle persone coinvolte.

Diventa una questione di limiti a ogni livello possibile: dei personaggi della storia, degli strumenti per raccontarla, della capacità di guardarla dello spettatore, a volte un adolescente incapace, a volte un adulto incurante.Questa serie preme dove nessuno vuole sentire e costringe a fermarsi e cedere al disturbo. Possiamo solo assecondarlo, e quando siamo di fronte alla scena del suicidio, che si sviluppa in ogni suo dettaglio, mentre non sappiamo dove tenere le mani, se guardare proprio tutto fino alla fine, la pressione esplode e ci domandiamo cosa diventeremo dopo.

Le conseguenze, diceva l’autore nella sua intervista, arrivano. Riguardano la comprensione delle ragioni, certo, ma anche un cambiamento profondo, se c’è stato. In Clay c’è stato: Clay ammette di stare male e lo confessa a una sua amica. Noi, da parte nostra, ci guardiamo attorno, nel caso ci fossimo persi qualcosa, ma non ci sentiamo meglio.

Se ci siamo illusi che le vicende raccontate potessero insegnare qualcosa a qualcuno, il racconto ci viene ancora incontro e fa uno scatto: uno dei cattivi, infine, la fa finita.

Non c’è speranza: l’animo umano è imperfetto, ha limiti che possono essere talvolta sconquassati ma che poi riconquistano il loro posto.  Possiamo solo provare a cambiarli, e spostarli un po’ più in là.

***

thirteenreasonswhy.com è il sito del libro di Jay Asher che raccoglie, fra le altre cose, le reazioni dei lettori, il loro cambiamento. Promuove 50 States against bullying, la campagna contro il bullismo che l’autore ha promosso durante le sue presentazioni. #reasonswhyyoumatter su twitter colleziona i messaggi che raccontano perché qualcuno conta.

 

L’AUTRICE – Elena Marinelli nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo, Il terzo incomodo (Baldini&Castoldi); qui i suoi articoli per ilLibraio.it

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