Marco Martinelli, tra i maggiori registi e drammaturghi del teatro italiano, racconta in un libro l'esperienza del Teatro delle Albe e della "Non scuola", un laboratorio teatrale per mettere in contatto i grandi classici con gli adolescenti e viceversa - Su ilLibraio.it il prologo, in cui parla dell'adolescenza rivolgendosi a genitori e insegnanti

Marco Martinelli, nato a Ravenna, è tra i maggiori registi e drammaturghi del teatro italiano. Il ruolo che meglio lo descrive è quello di capo comico: le sue opere infatti – testi e spettacoli – nascono dall’interazione e dal rapporto di vicinanza con gli attori del Teatro delle Albe, fondato nel 1983 insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni.

Venticinque anni fa , quasi per caso, Martinelli ha dato vita alla Non scuola, un laboratorio teatrale per mettere in contatto i grandi classici del teatro con gli adolescenti e viceversa. In lui e nel teatro delle Albe, Claudio Meldolesi ha visto “un collettivo di irriducibili individualità”; mentre l’esperienza di “meticciato teatrale” tra attori italiani e senegalesi (da anni componente stabile della compagnia) è stata definita da Franco Quadri come “l’ultima riprova che la fabbrica del teatro africano è in Europa, come già ci avevano ammonito Genet e Brook”.

Marco Martinelli ha vinto numerosi premi per i testi, la regia e il progetto Non scuola, che è stato vincitore del premio Ubu. Il lavoro del Teatro delle Albe si apre a un’idea di comunità che attinge alle origini del teatro in Occidente. Una comunità in cui i più giovani sono chiamati a partecipare in prima persona, attraverso una non-scuola di formazione permanente alla vita e all’arte.

Ora arriva in libreria per Ponte alle Grazie Aristofane a Scampia – Come far amare i classici agli adolescenti senza passare da scuola. Nel prologo, che pubblichiamo qui di seguito, l’autore, Marco Martinelli, spiega il senso del suo libro.

Martinelli  Aristofane a scampia

Parlo a voi, genitori, insegnanti. A voi che vivete i vostri figli o alunni come un enigma. Parlo a quelli, tra voi, che pensano agli adolescenti come alieni di un altro pianeta: e non solo in questo modo li pensano, ma se li vivono cosi ogni giorno, in famiglia o in classe: schiavi dei telefonini, passivi, con sguardi autistici. Le lamentele private e pubbliche riempiono ormai le conversazioni e la letteratura di questi ≪tempi bui≫: gli adulti sono sempre più disarmati e impotenti davanti a questa nuova specie umana, interessata a nulla, non più ribelle, come lo sono stati tanti loro genitori, o i loro nonni, come siete stati forse voi che mi leggete, ma distratta, perennemente distratta. Cosi li vedete, i vostri figli o alunni, cosi molti tra voi li vedono: apatici, abulici, menefreghisti, opportunisti, barbari che stanno silenziosi in disparte e, se parlano, parlano una lingua incomprensibile, senza desideri, in fondo in fondo cinici, ≪perfezionisti della negligenza≫, ≪sdraiati≫, come ha efficacemente scritto Michele Serra.

Bene, perdonate se vi contraddico: non sono cosi. Questo libro vi racconta un altro punto di vista sugli
adolescenti dell’inizio di questo terzo millennio. Forse è presuntuoso, detto da chi non e insegnante ne genitore, da chi non ha a che fare con loro tutti i santi giorni; ma senza un po’ di presunzione si rischia di restare impantanati, no? Questo libro vi racconta l’invenzione di un metodo teatrale chiamato non-scuola, nato a Ravenna circa venticinque anni fa, da lì poi esportato in tutta Italia e nel mondo. Abbiamo lavorato in questi anni con tantissimi adolescenti sui testi della tradizione classica, quelli che pochi, anche tra gli adulti, leggono o hanno mai letto: a partire dalle tragedie greche, abbiamo messo in scena i testi più ≪difficili≫ nelle situazioni più ≪difficili≫, facendo spesso incontrare e convivere i ragazzi delle periferie con i loro coetanei dei centri storici: nella Scampia raccontata da Roberto Saviano in Gomorra, spaccio di cocaina e cantanti neomelodici, da noi messa in contatto con gli studenti della Napoli bene di piazza del Gesù; a Mazara del Vallo in fondo alla Sicilia, Mazara che guarda all’Africa, città per metà siciliana e per meta tunisina; a Seneghe, uno splendido villaggio sulle pendici del Montiferru, nel cuore della Sardegna; tra i palazzoni della Comasina, quartiere milanese noto ai più per essere stato la culla del bandito Vallanzasca; a Lamezia Terme, nella Calabria dei Comuni commissariati per infiltrazioni mafiose, terra di straziante bellezza, lavorando con adolescenti lametini e rom; tra le calli di Venezia e nella periferia di Asseggiano, dove gli stranieri sono maggioranza; nell’Emilia sconvolta dal terremoto; e poi all’estero, a Mons in Belgio, nei villaggi della savana senegalese, nella comunità afroamericana di Chicago, tra i portoricani del Bronx di New York, a Rio de Janeiro. In tutti questi luoghi abbiamo incontrato centinaia, migliaia di adolescenti entusiasti, capaci di donare tempo e passione al lavoro teatrale, attenti e concentrati, vulcani di energie insospettate, capaci di spegnere gli smartphone all’inizio di ogni prova, di mettere da parte la playstation per ripassare le battute, per ripeterle cento volte se occorre, capaci di litigare con i genitori che li vorrebbero ≪a studiare matematica e non a mettere in scena… come si chiama… Sofocle?≫, capaci di commuoversi vedendo i propri compagni lottare contro le difficolta, capaci di passare dalle botte sfrenate alle carezze, dal caos e dalle urla a un silenzio quasi religioso, affamati di affetto e tenerezze, desiderosi che quella temperatura provata sul palco, quella temperatura in cui i balbuzienti cantano senza un inceppo e i timidi diventano dei leoni, quella vita rovesciata, non finisca mai. In una parola: innamorati. Amore? Che c’entra l’amore? C’entra, come il fuoco. L’uso del fuoco e uno degli elementi che distinguono alle origini gli uomini dagli animali. Non e certa la data
della sua scoperta. E certo pero che l’Homo erectus abbia padroneggiato il fuoco già 500.000 anni fa. Che cosa c’entra adesso la preistoria, mi chiedete voi. Un po’ di pazienza. Proviamo a immaginare: l’Homo erectus lo avrà preso all’inizio da eventi naturali come incendi spontanei, o causati da fulmini o da eruzioni vulcaniche. Se la prima invenzione, il primo problema era come prenderlo, il problema successivo era come mantenerlo sempre acceso. Come provocarlo senza l’aiuto del mondo circostante, ma sviluppando una tecnica, una sapienza. E questa e una questione che riguarda anche noi, non solo i nostri antenati: il problema non e innamorarsi, e come restare sempre innamorati. E come alimentare la fiamma. Abbiate pazienza, ripeto, non sto divagando. Pare che i nostri antenati trovarono due modi per accendere il fuoco: o con l’uso delle pietre focaie, ossia la percussione di un metallo con un minerale contenente zolfo, o con lo sfregamento di due legni tra loro. Quest’ultimo e il metodo che ci interessa, un metodo incandescente. Questo sfregamento di due legnetti e la non-scuola. Vi chiedo allora un altro piccolo sforzo di immaginazione: immaginateveli, si, i vostri figli o alunni come se fossero degli asinelli, perché asini lo sono davvero – so bene che su questo punto siete d’accordo con me – ma immaginateli come asini turbolenti, pieni di paure e ombre, ma anche di desideri inconfessati, di passioni inespresse, affamati di vita, di ignoto, di sogni. Spesso a voi insegnanti e genitori nascondono questi sogni, se li tengono per loro, vi si rifugiano dentro come le talpe nelle loro gallerie sotterranee: e la loro tattica di sopravvivenza, non si palesano mai o quasi mai davanti ai vostri occhi come realmente sono. Dall’altra parte immaginate i testi antichi del teatro, i classici polverosi dai nomi impronunciabili: da Eschilo all’Aristofane che campeggia nel titolo di questo libro, da Plauto a Moliere a Shakespeare, fino ad Alfred Jarry, fino a Bertolt Brecht. Guardateli insieme, gli asini e i classici, i barbari e la biblioteca: niente di più lontano, dite voi? Avete ragione: un adolescente di oggi conosce tutti i tipi di iPhone, e sa smanettare su ogni tastiera elettronica, casomai si diverte a un concerto rock o navigando per ore in rete o guardando il calcio in televisione; che hanno a che fare con lui quei busti da museo, quelle barbe intimorenti e quella noia annunciata? Nulla. Gli asinelli e i classici sono legni che appartengono ad alberi lontanissimi tra loro, ai confini opposti della foresta, destinati a non incontrarsi. Ma se qualcuno fosse in grado di avvicinarli? Se avvicinandoli scoprisse che si possono sfregare insieme, fino a raggiungere una temperatura altissima, fino a far nascere, da quello sfregamento, una scintilla? Il miracolo del fuoco? Non e possibile, pensate voi. E possibile, vi rispondo io. E lo sto sperimentando da venticinque anni, questo sfregamento. Nel libro proverò a raccontarvelo. Cari genitori e insegnanti, so quello che pensate, la diffidenza con la quale mi state ascoltando: la fa facile questo qui, non e insegnante ne genitore. Lui fa teatro! Lui si diverte! Non sa cosa vuol dire avere uno sguardo vuoto davanti, occhi che non puntano da nessuna parte, che ti attraversano come se tu non ci fossi, non sa cosa significa l’ansia di non trovarlo mai al cellulare, vederlo iniziare mille attività e non portarne a termine alcuna. Avete ragione, paragonato a voi in questa materia non sono che un dilettante, e anzi vi rivelo un dettaglio che vi renderà ancora più saldi nel vostro convincimento: nella non-scuola si accede per libera scelta. Noi non lavoriamo mai con una classe intera, su richiesta dell’insegnante, nell’orario scolastico: abbiamo bisogno che sia il singolo adolescente a sceglierci, che lo dichiari, che desideri lavorare insieme a noi, magari a scuola ma in orario extrascolastico. Nell’ora della merenda. Che proprio lo voglia. E anche se all’inizio si trova li per caso (spinto da un compagno o da un genitore, forse solo per una curiosità passeggera, solo per stare vicino e fare la posta a un ragazzino o a una ragazzina che gli piace…), quell’adolescente non potrà continuare a stare li senza far niente, dovrà impegnarsi: ≪Sei qui, ti tocca saltare e correre e cantare, e soprattutto inventare, e se non lo vuoi fare quella e la porta, nessuno ti obbliga, questa e la non-scuola, si, hai capito bene, non-scuola, quindi se vuoi restare qui la prima cosa e ascoltare pazientemente e attentamente i compagni e le guide quando parlano, chiaro? E poi, forza, mettiamo i banchi contro i muri e proviamo a scatenarci! E tu prova a raccontarci quello che in classe ti fa sogghignare di nascosto!≫ E subito chiaro, fin dal primo giorno: in qualche modo quell’adolescente comprende che deve scegliere, non può limitarsi ad alzare le spalle o a bofonchiare un grugnito, deve scegliere se restare e impegnarsi, deve scegliere se andarsene. Mentre voi, lo so bene, voi insegnanti non siete scelti ne scegliete i vostri alunni, così come voi genitori avete si creato i vostri figli, ma non li avete scelti, e neanche loro vi hanno scelti. La vostra partita e cento volte più difficile della mia, per questo vi ammiro e vi considero preziosi. D’altra parte, capitemi se potete: come potrei praticare insieme ai vostri figli e alunni il teatro come Liberta e Desiderio, se queste due colonne non fossero il punto di partenza del nostro patto? Detto questo, non ci sono audizioni o provini nella non-scuola: noi non scegliamo i partecipanti, sono loro che scelgono noi. Non ci sono eliminatorie, non si fanno passare avanti i belli e gli svelti mentre i brutti e i lenti tornano a casa. La porta e aperta a tutti, a ogni asinello che desideri entrare. Nessuno escluso.

(continua in libreria…)

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