"In qualche modo, l'amore a distanza amplifica, dell'amore, quella parte che è fatta di cose che non si possono dire né spiegare. Per questo non esiste una regola o una definizione o un prontuario per far funzionare una storia a distanza... - Su ilLibraio.it le riflessioni della scrittrice Ilaria Gaspari

Qualche giorno fa ero in treno, avevo letto tutto quello che potevo leggere, persino la scritta che dice in quattro lingue di non gettare per favore nessun oggetto dai finestrini; così ascoltavo le conversazioni nel vagone. Attraversavamo la pianura, da Milano a Bologna. Quasi a Modena, un ragazzo racconta al suo amico della ragazza con cui sta da poco. Non ha neanche una foto decente, gli dice; non viene bene in foto, dice, ma sai, lei è un po’ come me, non le importa di queste cose. E diventa tutto rosso sopra il cellulare.

Io che ascoltavo ho pensato a questa ragazza che non sa come diventa rosso il suo ragazzo di forse sedici anni quando racconta di lei al suo amico e non trova una foto che gli basti a mostrare quanto gli sembra bella. Il treno è arrivato a Bologna e, mentre camminavo verso la mia coincidenza, ho continuato a pensare al ragazzo tutto rosso sopra lo schermo del cellulare, all’impossibile ricerca di una foto che gli permettesse di mostrare all’amico quanto era bella, per lui, questa sua nuova ragazza. Mi era sembrato un momento importante, una piccola insperata rivelazione in un vagone di regionale che fumigava del vapore dei cappotti entrati avvolti dalla nebbia della pianura.

woody allen

Finalmente ho capito, quasi arrivata a Prato. Tante volte era successo anche a me. Com’è?, fammi vedere una foto!, e si cerca una foto allora, ma non pare mai di trovarla, quando si è innamorati. Poi, quando la trovi, dici sempre la stessa cosa, all’amica o all’amico che si tende come una giraffa impaziente sul telefono o la fotografia. Dici: non viene bene in foto; dici, dovresti vedere com’è quando sorride – anche se magari sta sorridendo anche nella foto; ma non è quello che sta lì sotto gli occhi del tuo amico, il sorriso che hai visto tu. Perché un innamorato vede qualcosa, nella persona che ama, che non si può fermare nell’impressione di una pellicola. Ma non lo sa, in genere, e pensa davvero che sia tutta colpa del fatto che lui, o lei, non è poi così fotogenico. Oppure pensa alla delusione di indovinare negli occhi dell’amico anche solo un’ombra di disapprovazione – peggio ancora, di sarcasmo.

Ma ci sono cose, negli amori, che non si possono mostrare nemmeno a chi ci conosce meglio; piccoli dettagli indefinibili e indefiniti che intuiamo a malapena, ma riconosciamo sempre, quando siamo innamorati. Capita di aspettare che torni a casa la persona di cui si è innamorati, e capita che uno, abituato a sapersi distratto, si sorprenda ad avere l’udito di un gatto che drizza le orecchie appena vibra la gabbia dell’ascensore. Capita di essere miopi e non vedere bene quando la luce del giorno si trasforma nella luce della sera; e che poi però, nel crepuscolo, si scopra di saper distinguere un passo fra tutti gli altri, un dondolio quasi invisibile, un piede che si appoggia di punta, l’inclinazione di una testa che, se fosse una lettera sulla lavagna luminosa dell’oculista, a quella distanza potrebbe essere tanto una A che E o una Z, e invece, è così nitida e riconoscibile che ci si convince di non aver bisogno degli occhiali. Capita che una frase fatta, sentita mille volte, stucchevole, come ti riconoscerei fra mille – all’improvviso diventi un assioma.


LEGGI ANCHE –  Si può esporre la fine del proprio amore in un museo?

Sono cose che si sanno e non si sanno. Minuscole percezioni la cui assenza è impercettibile; la presenza, innegabile. Quando l’amore è un amore vissuto a distanza, questi piccoli dettagli assumono nuove dimensioni. Perché anche se la distanza vera e propria – quella fisica dei chilometri, delle strade, dei binari, dei fusi orari che dissipano notti in mattine, dei fili del telefono e dei fiumi, delle frontiere, delle montagne, le periferie, le foreste e le tempeste – sembra che sia continuamente colmata da mille sistemi che benedicono e moltiplicano le possibilità di comunicare, la verità è che amare non è solo comunicare, condividere, e tutte gli altri verbi del lessico dello stare insieme, del pensare insieme, dell’essere vicini. Credo che sia profondamente sbagliato pensare all’amore come a un antidoto alla solitudine, un incantesimo che la scongiuri.

Amare è anche stare soli. Stare soli, e magari pensare a qualcuno; o anche stare con qualcun altro, e pensare sempre a qualcuno. È sentire che si è più vivi e più liberi, insieme a quel qualcuno, che può essere vicino o lontano. È essere leali con se stessi e con la persona che si ama, sapendo che, se si hanno doveri e responsabilità verso qualcuno, è perché lo si è scelto; e distinguere fra i doveri e le responsabilità che davvero si sono scelte, e quelle che ci si impone perché sembra giusto così, ma non se n’è mai considerato il motivo; vedere meglio il mondo – anche sapendo che qualche volta sarebbe meglio non vedere – e non tirarsi indietro, oppure tirarsi indietro e poi ripensarci, e ammetterlo e ricominciare.


LEGGI ANCHE – “Non venire, non ti amo”. Così sono rimasta pietrificata un mese sulla panchina della stazione 

In qualche modo, l’amore a distanza amplifica, dell’amore, quella parte che è fatta di cose che non si possono dire né spiegare. Per questo non esiste una regola o una definizione o un prontuario per far funzionare una storia a distanza. A dire la verità, anche l’idea di una storia che funzioni ha già qualcosa di falso, di sbagliato. Non c’è bisogno che un amore sia efficiente, perché possa renderci felici – cioè perché possa essere davvero amore. Può essere difettoso o ingarbugliato, non importa; potrebbe darsi che, a scrivere una lista dei pro e dei contro, come spesso consigliano di fare le persone sagge, la bilancia penda tutta da un lato, e che quell’inclinazione sia però un inganno. Perché le cose indefinibili, di un amore, sono più importanti di quelle pensate, decise, definite. Più della fedeltà, più della disciplina; più di quello che con una parola che fa pensare a lestofanti all’opera si chiama comunemente complicità; più della sincerità a tutti i costi, e probabilmente più dei progetti, delle decisioni, delle cose che bisogna fare insieme. Tutte cose che possono seguire, oppure no, all’imbarazzo di non trovare una foto che spieghi al mondo perché proprio lei, perché proprio lui.

ilaria gaspari

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa ed è al debutto nel romanzo per Voland con Etica dell’Acquario.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

 

(Visited 120 times, 54 visits today)

Commenti