L’amore si può tradurre? Gioie e dolori di una coppia mista

di Roberta Marasco | 09.01.2017

Come si traduce l’amore? E c’è davvero bisogno di tradurlo? Non parla una lingua tutta sua? Su ilLibraio.it la riflessione autobiografica della scrittrice (e traduttrice) Roberta Marasco, sposata a uno spagnolo (catalano, per l'esattezza)


Ovvero, Lost in Translation. Perché in fondo il punto è tutto lì. Come si traduce l’amore? C’è davvero bisogno di tradurlo? Non parla una lingua tutta sua? Quanto perdiamo di noi stessi quando comunichiamo in una lingua diversa dalla nostra? Che cosa finisce in quel piccolo baratro linguistico, che poi è lo stesso che si spalanca davanti a ogni traduttore, quando gli è impossibile riportare il significato esatto di una parola, con tutte le sue accezioni e i suoi rimandi?

Me lo sono chiesta come traduttrice, ma anche come italiana sposata a uno spagnolo (catalano, per l’esattezza, in un gioco di specchi linguistico ancora più complicato). E sono giunta a una conclusione molto meno romantica di quella a cui probabilmente sarei giunta tredici anni fa, quando lo conobbi. L’amore non si traduce, ma non perché non sia necessario, come avrei pensato allora. Non perché gli amanti si parlino nella lingua del cuore e del corpo (provate voi a dirgli di passare dal supermercato con la lingua del cuore) o perché l’essenziale è invisibile al dizionario. Balle. Ho sempre creduto fermamente nel potere e nell’importanza delle parole. L’amore andrebbe tradotto eccome. Ma proprio l’impossibilità di farlo, quel piccolo vuoto di significato che ci costringe a spiccare il volo in continuazione, ce lo svela con una chiarezza sorprendente, in tutta la sua meravigliosa imperfezione.


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Non è sempre facile. Per niente. Non è facile perché quel piccolo baratro ti si spalanca davanti all’improvviso, nelle situazioni più inaspettate. Come quando azzardi un “Sembriamo Vianello e la Mondaini” e lui ti guarda inespressivo e tu ti lanci in una spiegazione accalorata sulle litigate affettuose e i piedi che scalciano sotto le coperte, ma ti rendi conto che no, non ce n’è, neanche rispolverando qualche video gracchiante su Youtube riuscirai a fargli capire esattamente che cosa intendevi. Lost in Translation, appunto. A perdersi non è il significato, ma quell’alone rassicurante di familiarità, di abitudini consolidate, quell’accordo implicito racchiuso in un significato comune, quella tregua semantica, quel senso di pace.

Poi ci sono gli amici d’infanzia, quelli che quando gli parli ti guardano con aria sollecita e prudente, come se fossero pronti a lanciarti una cima di salvataggio linguistica. Quelli che fanno una gran fatica a non pensare a te come all’Italiana, forse anche per quella volta che li hai accusati di eresia per il condimento di una pizza o perché li tempesti di video di Casa Surace (grazie, grazie di esistere), proprio tu che finché vivevi in Italia ti cibavi quasi esclusivamente di scatolette.

O le litigate, in cui brandisci l’italiano come una scure da abbattere nel discorso, perché non ce n’è, le parolacce vanno dette con l’accento giusto, così fra l’altro non rischi di impappinarti e uscirtene per esempio con un “guarda che io traballo tutto il giorno” che forse gioverà all’umore ma non alla causa. Per non dire di un’amica inglese che rischiò il divorzio con un innocuo – secondo lei – son of a bitch che il fidanzato italiano non prese affatto bene.

No, l’amore non si traduce, o meglio, non lo si traduce mai in modo soddisfacente. Restano sempre zone d’ombra che si portano via un pezzo del tuo passato, una piccola parte di te. Ma in fondo, non è così anche quando si parla la stessa lingua? L’amore non vola sempre leggero sul nostro passato e sulle nostre migliori intenzioni, interpretando le cose a modo suo? “In qualche modo, l’amore a distanza amplifica, dell’amore, quella parte che è fatta di cose che non si possono dire né spiegare” scriveva su ilLibraio.it Ilaria Gaspari. Non potrei essere più d’accordo. Qualcosa di simile succede anche fra le coppie miste. In fondo, ogni incursione in una nuova lingua rivela qualcosa di nuovo, evidenzia, sottolinea; mio marito è ancora convinto che quella che in Spagna si chiama mecedora in italiano sia la sedia tondola, perché “è tonda” (era così bella come definizione che non l’ho mai corretto).

L’amore, in fondo, in qualunque lingua lo si parli, è fatto di improvvisi vuoti di senso che ti obbligano a saltare a piè pari ricordandoti di non guardare giù. L’amore è sempre imperfetto, impreciso, approssimativo. Perché quando è preciso e millimetrico diventa spietato, incide un segno che sembra indelebile nella tua vita ma che non è destinato a durare. Per sopravvivere allo scorrere del tempo e al quotidiano l’amore deve procedere a tentoni, azzardare risposte, saper convivere  con l’ambiguità, conoscere a memoria il dizionario dei sinonimi. L’amore è una traduzione approssimativa, è la disponibilità a reinventarsi a ogni fraintendimento, a scoprire nelle piccole incomprensioni l’occasione imperdibile per far nascere un nuovo significato, una nuova parola senza idioma.

E se l’amore è un traduttore incerto e impreciso, forse è solo grazie all’amore per il testo che i bravi traduttori si riempiono le tasche di significati perduti e li nascondono qua e là, dove possibile, come una dichiarazione nascosta sotto il cuscino.

Marasco

IL LIBRO E L’AUTRICELe regole del tè e dell’amore (in libreria per Tre60) è l’ultimo libro di Roberta Marasco. L’amore di Elisa per il tè risale alla sua infanzia. È stata sua madre a insegnarle tutte le regole per preparare questa bevanda e ad associare, come per gioco, ogni persona a una varietà di tè. Daniele, il suo unico grande amore, è tornato dopo tanto tempo. Ma Elisa ha imparato da sua madre a non fidarsi della felicità, a non lasciarsi andare mai, perché il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. Prima di tutto dovrà trovare se stessa, poi potrà capire se Daniele può renderla felice. Quando trova per caso una vecchia scatola di tè con un’etichetta che riporta la scritta ROCCAMORI, il nome di un antico borgo umbro, Elisa ne è certa: si tratta del tè proibito della madre, quello che le fece provare solo una volta e che, lei lo sente, nasconde più di un segreto. Forse proprio lì, in quel borgo antico, Elisa potrà trovare le risposte che cerca e imparare a lasciarsi andare e a fidarsi dell’amore, guidata dall’aroma e dalle regole del tè…

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