"La dialettica dell'amore non corrisposto è di per sé un fulgido esempio di dialettica passivo-aggressiva. Trasforma la vittima in carnefice, e viceversa...". Su ilLibraio.it le riflessioni della scrittrice Ilaria Gaspari, che ci fanno guardare ai protagonisti (anche letterari) degli amori infelici, da un'altra prospettiva

Da qualche mese sto scrivendo un libro sull’amore. Quando lo racconto, di solito, mi imbatto in due reazioni diverse che, spesso combinate in maniere fantasiose, mi rassicurano e mi spaventano, e che, soprattutto, trovo perfettamente naturali: c’è un gran strabuzzare gli occhi, come a dire, in che razza d’impresa ti sei cacciata, come farai a non essere banale, come puoi scriverne abbastanza da riempire un intero libro?; e c’è poi chi mi confida i suoi guai, crucci, problemi sentimentali.

Ne ho sentite di tutti i colori, di confidenze amorose, in questi mesi; ascoltare tanto le storie e le vite degli altri mi ha permesso di sbirciare – con la discrezione imposta dal fatto che qualcuno ci scelga per raccontarci qualcosa che lo turba o lo addolora – molte questioni su cui già mi lambiccavo da tempo da un’altra prospettiva, il che è sempre utile (e, fortunatamente, mi aiuta pure nell’impresa di riempire un intero libro).

Ribaltare la prospettiva, qualunque sia la storia di cui mi sto occupando, è un esercizio fondamentale: molte volte è l’unico modo per trovare pensieri e parole sfuggendo alla frettolosa, lustra seduzione del giudizio tranchant e manicheo. E ci sono casi, storie, racconti, questioni, che richiedono proprio di rovesciare la prospettiva da cui li guardiamo, per tentare almeno di capirci qualcosa, per poter aiutare qualcuno – qualche volta, noi stessi – a uscire da una situazione che provoca una sofferenza insensata o esagerata.

Mi affascina, ad esempio, il bizzarro destino degli amori infelici perché non corrisposti. Spesso raccontati dalla parte di chi ama, non riamato, qualcuno o qualcuna, che, a seconda dei casi, ignora quell’amore o lo sbeffeggia fingendo di scambiarlo per amicizia, siamo abituati a considerarli, quando ne sentiamo parlare, con una sorta di dolore simpatico, di compassione sincera per chi viene respinto, o non preso sul serio, o, nei casi peggiori, deriso addirittura. Forse su questo atteggiamento di istintiva comprensione pesa anche il fatto che, quando è stato sublimato in creazione letteraria – e non solo – da grandi artisti, l’amore respinto ha prodotto dei veri capolavori, che non sarebbero quello che sono senza lo sprezzo o l’indifferenza di Albertine e Beatrice, o il distacco sornione di Lolita e Tadsziu; certo, per scrivere un capolavoro ci vuole del genio, non solo un patrimonio di sofferenza da sublimare, ma questa è un’altra storia. Tornando al bizzarro caso dell’amore non corrisposto, proviamo per una volta a guardare la questione dall’altra parte: dalla parte di chi rintuzza quella profferta, di chi dunque non sembrerebbe meritare compassione e nemmeno simpatia, perché semplicemente si nega, perché non offre nulla, perché – siamo portati istintivamente a pensare – non sta soffrendo come soffre la sua controparte, l’innamorato respinto e ferito. Perché, per dirla in due parole, sbrigativi come si è tentati spesso di essere di fronte alle storie degli altri (curioso contrappunto della compassione), chi è amato senza amare non ha niente di cui lamentarsi.

È proprio qui che inciampiamo, in questo abbraccio compassionevole a chi si sente rifiutato con cui voltiamo le spalle a chi rifiuta; perché la dialettica dell’amore non corrisposto è di per sé un fulgido esempio di dialettica passivo-aggressiva. Trasforma la vittima in carnefice, e viceversa: paradigma perfetto ed esagerato di quegli ingarbugliati scambi di ruoli che, alla fin fine, sono lo stigma sottinteso di tutti i rapporti umani, di un’ambivalenza insopprimibile e in fondo necessaria che però, quando è esasperata, si trasforma in un raffinato strumento di tortura. L’amore non corrisposto, quando non viene sublimato ma solo rinfacciato, è una prepotenza che mette chi lo riceve in una condizione strana – gli conferisce certo il potere del rifiuto, come un’investitura simbolica, che però è anche un onere: il peso di dover rifiutare, di essere costretto a ferire, quando magari non pare il caso, quando magari non si ha voglia di perdere ogni diritto all’ambiguità. E in risposta a quest’investitura non voluta nel ruolo del carnefice – certo, parola esagerata, ma che proprio in questa sua esagerazione nasconde una chiave per risolvere il problema: perché il fatto è che, quando ascoltiamo le storie dell’amore offeso, il punto è proprio che tutto diventerebbe più semplice se si smettesse di voler distinguere a tutti i costi fra un colpevole e una vittima – a quest’obbligo di dire un no, non voglio, che non può vibrare della minima umana esitazione, il respinto ha un’arma che curiosamente non è mai spuntata: non solo può, come una manciata di sabbia in faccia a un cerbero, schiaffare sul muso di chi lo rifiuta il suo dolore; ma può anche, per conferire a questa delusione una dignità che soverchi la dignità del no che non vuole incassare, replicare facendolo a brandelli, quel no, dichiarare che è un no fasullo, che nasce dal fatto che chi lo pronuncia non sappia davvero cosa vuole. È questa la vera trappola, una tagliola che scatta con precisione spietata in molte storie d’amore (non solo in quelle dell’amore non corrisposto); quando, anche con perfetta limpida convinzione, si predica a qualcuno che i suoi desideri non sono quelli che prova, che non sa di volere quello che in realtà vuole. Una trappola curiosamente figlia del paternalismo dei respinti, che per non sentirsi sminuiti devono accusare chi semplicemente non li vuole, di sbagliarsi. Ma i desideri, o la loro assenza, sono difficili da fraintendere, per chi li prova ma anche per chi sa osservarne e spiarne la presenza nella persona che si trova di fronte; e forse, anche se non curerà certo le pene di un amore non ricambiato, provare a guardare, a mettere fuoco davvero l’oggetto del preteso amore che fa tanto soffrire, potrebbe servire a scoprire qualcosa di più su di sé, compreso il fatto che, forse, chi non sapeva davvero cosa voleva, era proprio chi parlava d’amore solo per imporlo.

Ilaria Gaspari - foto di Angelo Palombini
Ilaria Gaspari – foto di Angelo Palombini

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo con Etica dell’Acquario (Voland).
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

 

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