Il suo discorso ha conquistato l'Onu e in rete il suo coraggio è molto apprezzato. Operato per un tumore alla testa all’età di 15 anni, Andrea Caschetto, che ora racconta la sua storia in un libro, ha intrapreso un “Grande Viaggio delle Emozioni” tra Asia, Africa e America Latina, portando il sorriso tra i bambini più sfortunati - Su ilLibraio.it un capitolo da "Dove nasce l’arcobaleno"

Lo scorso marzo, invitato a parlare alle Nazioni Unite in occasione della Giornata Mondiale della Felicità, Andrea Caschetto ha conquistato l’uditorio. Al suo discorso, infatti, l’Assemblea dell’Onu ha reagito con entusiasmo. Del resto, la storia e l’energia di Caschetto hanno colpito anche i social, dove il giovane siciliano è molto seguito.

A raccontare la sua bella storia ora arriva un libro, Dove nasce l’arcobaleno, pubblicato da Giunti. Operato di un tumore alla testa all’età di 15 anni, Andrea Caschetto si era ritrovato con una capacità mnemonica ridotta, i ricordi latitavano e si confondevano. Per renderli indelebili occorreva trattenerli e col tempo le emozioni si sono rivelate le ancore più efficaci.

Dotato da sempre di una sensibilità particolare, Andrea si era sempre interessato ai destini degli ultimi, impegnandosi in attività di solidarietà internazionale. Poi, in occasione dell’inaugurazione di un centro pediatrico a Johannesburg realizzato grazie ai fondi raccolti dal liceo di Ragusa, è arrivata l’illuminazione: “Ho conosciuto i bambini e il loro sorriso mi ha sciolto. Quegli occhi che brillano, il desiderio del contatto, gli abbracci, le piccole mani che stringono, chiedono attenzione, reclamano amore, e a te sembra di non averne abbastanza per tutti. Hai voglia di piangere, ti pare impossibile che il male prenda questi angeli, però non puoi, hanno diritto al sorriso ‒ almeno quello ‒ e tu devi darti da fare per darlo, un risarcimento al dolore. Ho cominciato così”.

I sorrisi dei bambini erano davvero indimenticabili e nel 2014 Andrea ha intrapreso un “Grande Viaggio delle Emozioni” per regalarne e riceverne ancora e ancora.

“Ambasciatore del sorriso”, così lo hanno chiamato; certamente lo è per le migliaia di bimbi che in un anno ha fatto giocare, suonare, ballare, ridere negli orfanatrofi dei paesi più poveri del mondo. Viaggiando tra Asia, Africa e America Latina con mezzi di fortuna, mangiando quand’era possibile, dormendo dove capitava – spesso a casa dei sostenitori del suo folle progetto, che sul web diventava man mano più noto  – scontrandosi con realtà dure e dolorose a rischio talvolta della sua stessa vita.

L’autore devolverà in beneficienza tutti i proventi derivanti dalla vendita del libro. Una parte di essi è già stata destinata ad Africa Milele Onlus per la costruzione della “Ludoteca nella Savana” a Chakama, in Kenya.

andrea caschetto

Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, un estratto dal libro

Per lungo tempo ho creduto di sapere dove nasce l’arcobaleno. Un arco nel cielo, colorato con sapienza da un pittore immaginario, con un punto di partenza e un punto di arrivo. Il cielo di  Sicilia, dopo una grande pioggia, è prodigo di arcobaleni maestosi e barocchi. Quando ero piccolo, io e il nonno andavamo a cercarli fino al mare, loro decoravano l’orizzonte e noi ci sedevamo sul muretto ad ammirare il glorioso spettacolo, ma poi si tuffavano, scomparivano fra le onde e si inabissavano per sempre. Allora il nonno mi abbracciava come sa fare solo lui, un misto di forza e di dolcezza, antidoto contro la delusione. Ancora oggi ho bisogno dell’abbraccio di mio nonno: si è fatto più debole, ma c’è ancora.

Questo è il resoconto di un’esperienza straordinaria durata sette mesi, quanti sono i colori dell’arcobaleno. Ho molto viaggiato. Ho preso aerei scassati, sono salito su treni improbabili e su vecchie corriere che sferragliando si arrampicavano in zone impervie di montagna, in compagnia di uomini e animali. Ho molto camminato e tante paia di scarpe ho consumato, nella polvere e nel fango, nel caos delle città fustigate dal sole, ho dormito nelle capanne fatte di paglia, nelle case di chi non ha esitato a lasciarmi entrare e sotto il cielo trapunto di stelle. Ho respirato profumi sconosciuti, ho visto fiori che paiono inventati, animali belli e antichi, ho visto la povertà vera e l’ho toccata, è dignitosa e colma di sogni. Ho giocato con i miei bambini. Ho insegnato a sorridere. Il loro sorriso parla di speranza, è adrenalina pura, è carica. È un inno alla vita. Senza, non sarei diventato grande. I loro occhi sono oceano e dentro ogni volta mi perdo. Le loro mani dapprima mi sfiorano e poi mi abbracciano, intuiscono che andrò via e forse non ci vedremo più, ma non importa, ci porteremo per sempre nel cuore. Mi piace pensare a me avanti negli anni che racconto ai miei nipoti del mio viaggio e, a mano a mano che i ricordi si dipanano, rivedo quei volti distesi, affamati di gioco, non sono invecchiati, l’attimo si è fermato, incastonato nel tempo. La magia della memoria.

Questo viaggio nasce da una memoria guasta: la mia. Aveva sempre funzionato bene: i ricordi c’erano, tutti al loro posto, pronti a saltare fuori se evocati. Poi un giorno mi è stato diagnosticato un tumore al cervello, avevo quindici anni. E sono partito per il primo, grande viaggio della mia vita. Sono salpato a bordo di questa nave nel mare in tempesta, ma il comandante è stato bravo e coraggioso, ha saputo guidare la sua ciurma, abbiamo sconfitto draghi e mostri marini, superato stretti e gorghi, abbiamo ascoltato la musica delle sirene ma non ci siamo lasciati incantare, abbiamo combattuto contro feroci pirati e abbiamo vinto. Finalmente siamo arrivati in porto, sani e salvi. Anche quando sono stato costretto a letto, non ho mai smesso di viaggiare. Nei sogni e durante il giorno, in quei dormiveglia che schiudono orizzonti lontani, visibili a pochi. I medici erano stati chiari: il tumore non esisteva più, ma dai test neurologici si capiva che avrei sofferto di gravi problemi di concentrazione e di una sorta di stanchezza cronica. Ero destinato a una vita sedentaria e tranquilla, a un lavoro pacifico. Ebbene, io sono la dimostrazione di come il corpo e la mente, in condizioni straordinarie, reagiscano. Nel mio sangue scorre adrenalina, vivo nel movimento e la notte per me è il momento delle idee e dei pensieri. Delle scelte. Finora, non ho mai conosciuto la stanchezza. Quanto alla memoria, mi sono organizzato. I ricordi non erano stati spazzati via, solo che li confondevo e a tratti latitavano: avevo bisogno di ancorarli. E di riempire la mente sgombra di cose che potessi ricordare per tutta la vita: indelebili.

Ho sempre creduto alle coincidenze, e durante il mio giro del mondo ho rafforzato questa convinzione. I sentieri della vita sono un crocevia di incontri e di scambi, di trovarsi, perdersi e trovarsi di nuovo: questo è il succo dell’esistenza, l’essere sempre in viaggio, se non con il corpo perlomeno con la mente, per uscire dai confini del nostro quotidiano, per ascoltare l’altro e comprenderne le ragioni, per vedere nuove albe e nuovi tramonti. E scoprire che, nonostante le diversità, siamo nati tutti sotto lo stesso cielo. Sono stato operato il 2 novembre, il giorno dei morti. Lassù qualcuno mi ha protetto, lo so. Guardo spesso il cielo, è una coltre, una coperta buona. Ci sono cieli eleganti e da cartolina, cieli cupi e bui che odorano di tempesta, cieli così luminosi da ferire gli occhi. Comunque, tetti di quella casa unica e straordinaria che si chiama mondo. Nelle storie che racconto ai bambini c’è sempre il cielo. Con le sue nuvole. Hanno forme bellissime, danzano trasportate dal vento e prendono le forme più strane. Io le conosco bene e lavoriamo insieme, creando storie nuove.

Seguo le nuvole, sono un viaggiatore nato. Prima del giro del mondo, sono stato in Lituania, in Irlanda, ho fatto il baby sitter nel Connecticut, ho accompagnato ragazzi disabili sulla sedia a rotelle in Germania, e poi in Scozia e in Portogallo. In Brasile e in Amazzonia, grazie a una onlus che si batte per i diritti degli Indios. In Bulgaria, dove ho conosciuto Paulina, una ragazza speciale, hostess per Emirates. E in Australia, con il biglietto di andata e ritorno che mi ha regalato un amico di mio nonno, a esaudire un antico desiderio. E in tantissimi altri posti ancora. Ripensandoci adesso, nulla è avvenuto per caso. Come se questi fossero stati viaggi preparatori, una sorta di allenamento al mio giro del mondo. Per acquisire trucchi e tecniche del viaggiare.

Il Sudafrica è stato decisivo. È un paese assurdo, dove ci sono i poveri veri perché ci sono i ricchi veri. Assolutamente spaccato in due, con due anime e due cuori. Dovrei aggiungere, un cuore bianco e un cuore nero. Tutto è partito da una raccolta di fondi organizzata nel liceo della mia città, Ragusa: il denaro serviva a sostenere la costruzione di un centro pediatrico in un quartiere desolato di Pietermaritzburg, una città tra Durban e Johannesburg. Nel giro di due anni si è arrivati a 120.000 euro e quando si è trattato di andare all’inaugurazione, mi hanno invitato e mi sono fatto avanti. Ho conosciuto i bambini e il loro sorriso mi ha sciolto. Quegli occhi che brillano, il desiderio del contatto, gli abbracci, le piccole mani che stringono, chiedono attenzione, reclamano amore, e a te sembra di non averne abbastanza per tutti. Hai voglia di piangere, ti pare impossibile che il male prenda questi angeli, però non puoi, hanno diritto al sorriso ‒ almeno quello ‒ e tu devi darti da fare per darlo, un risarcimento al dolore. Ho cominciato così.

Sono tornato bambino, se mai avevo smesso di esserlo. È bastato un attimo per immergersi nel gioco, per tuffarsi in quelle belle mischie dove, all’unanimità, ero stato eletto capitano della squadra. La prima notte l’ho passata a consultarmi con le nuvole: ho chiesto loro tante storie da stiparne un baule, ho rivisto uno per uno quei volti e il sorriso che li illuminava, ho rivisto me con mio nonno, io e lui mano nella mano, quella stretta forte che mi ha sempre dato coraggio e mi protegge ancora oggi. Il giorno dopo è stata una festa: abbiamo giocato e giocato, con la musica, i colori, il pallone, maschi e femmine tutti insieme, mi sono sciolto di sudore, e non sono mai stato tanto felice. Ancora non lo sapevo, ma il mio giro del mondo era già cominciato. I nostri ospiti ci avevano avvisato: Città del Capo è pericolosa e quando cala la sera è bene restare a casa. La curiosità ha preso il sopravvento, ho disubbidito e sono uscito. Ho buon fiuto, ho respirato odio e paura, come se ombre invisibili non trovassero pace e mi seguissero. Mi ha preso un’angoscia sottile, mentre camminavo in queste strade a tratti deserte, a tratti affollatissime, quasi ci fossero zone malate da evitare, segnate in una mappa che solo la gente del posto conosceva. Poi le ombre si sono materializzate e in due mi hanno circondato per derubarmi. In questi casi, la regola è evitare il conflitto diretto: loro sono randagi e conoscono il territorio, tu no. Ho consegnato cellulare e soldi, ho chiesto di tenere la carta sim e i documenti. Hanno accettato. Ma ho fatto un errore, ho alzato una mano, loro hanno temuto che volessi attaccarli e mi hanno colpito con un coltello. Di striscio, non è successo nulla. Ma il sangue che usciva da me, quel rosso pastoso, e il dolore immediato del taglio hanno trovato un posto nella materia vergine della mia memoria e non se ne sono più andati. Era il 2009 e ancora oggi mi capita di tornare a quella sera. Ogni volta che guardo l’anulare, trovo la mia fede-cicatrice. Se fossi nato povero in Sudafrica, cosa sarei stato? Quanto contano il contesto sociale e affettivo nella vita di una persona? Cosa posso fare io, piccolo uomo, per risarcire chi non ha avuto la mia fortuna? Regalare il sorriso ai bambini. Poca cosa, ma può servire: il sorriso è un’arma micidiale.


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