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Lidia Ravera
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Nasco negli anni cinquanta, a Torino, e già questo è abbastanza grave. A sette anni, alla scuola elementare Manzoni, registro il mio primo successo letterario. La maestra appende il “pensierino” alla parete, in corridoio. Le bambine delle altre classi vanno a leggerlo. Una quindicina d’anni dopo arriva “Porci con le ali” di cui tutti sanno tutto: due milioni e mezzo di copie vendute in 30 anni. Traduzioni estere, polemiche a non finire, etichette. Un successo non cercato, non goduto, male assorbito. Comunque ininfluente. Le sicurezze si formano prima, se si formano. Valeva di più il pensierino appeso al muro. Ma chi se lo ricorda. Scrivo da quando ho memoria, scrivo per mantenerla, la memoria, l’attenzione, qualcosa di vigile. Scrivo per sorvegliare lo svolgimento della vita. La mia, quella degli altri. Se non scrivessi sarebbe un bel guaio. La mia professione si snoda in 18 opere, per così dire, narrative e una sessantina di sceneggiature. Le opere sono: “Porci con le ali” (ed. Savelli 1976), “Ammazzare il tempo” (Mondadori, 1978), “Bambino mio” (Bompiani, 1979) (queste tre possiamo chiamarle: una trilogia autobiografica. Ma l’autobiografia è collettiva: la liberazione sessuale, costi e benefici. La fatica di crescere. La maternità, che mette finalmente un punto fermo al primo amore, che è, come è noto, l’amore incondizionato per sé stessi) “Bagna i fiori e aspettami” (1986), “Se lo dico perdo l’America“, due romanzi per ragazze, secondo le intenzioni. Il secondo sequel del primo. L’idea è riscrivere “Piccole donne” della Alcott, farle vivere negli anni ottanta. I quattro tipi: la bella Amy. La dolce Beth. La maschile emancipata Jo, la buona e saggia Meg. Ci sono tutte e quattro, nel primo volume alle prese con un rosa d’avventura, nel secondo con un giallo buffo. Sono due libri anche troppo divertenti. Una pausa. Ritorno alle cose serie con “Per Funghi” (Theoria). “Voi Grandi” (Theoria, una piccola casa editrice bellissima, dove amano la parola. Nascono lì Lodoli, Veronesi, Petrignani… fra i migliori scrittori italiani). La biografia generazionale continua: trentenni in crisi di disamore. E un thriler psicologico sul cadavere nell’armadio della mia generazione: il terrorismo. Sempre visto in un ottica privata. Siamo alla fine degli anni ottanta. Negli anni novanta pubblico: “Due volte vent’anni” (Rizzoli), tre romanzi brevi. “Ravera: i miei quarantenni sull’orlo di una crisi di nervi”, titola La stampa, una recensione di Mirella Serri. Io dico, nell’intervista: “Negli anni settanta si avevano delle certezze che adesso sono scomparse. Siamo sicuri soltanto di quello che è sbagliato. Abbiamo una sola qualità:sappiamo non fingere, sappiamo stare a disagio nel mondo”. “In Quale nascondiglio del cuore” (Mondadori): lettera aperta a un figlio adolescente (la scrivo con mio figlio tredicenne. Gli dico tutto quello che gli devo dire prima di tacere, prima di fare quel passo indietro necessario a lasciar andar via i bambini). “Sorelle“, una trilogia di nuovo, tre romanzi brevi. Sorelline, Sorellastre e Sorelle. Sorelle, scritto dopo la morte precoce della mia unica e adorata sorella maggiore, diventerà uno spettacolo teatrale. “Nessuno al suo posto” (Mondadori). Storia di un ragazzino di 14 anni che, morto il padre, vorrebbe stare con la donna di suo padre e invece viene deportato a vivere con i parenti di sangue. Madre e nonna. Perché la burocrazia del sangue funziona così. Il romanzo diventa un film per la televisione, qualche anno dopo. “Né giovani né vecchi” (Mondadori): un saggio sulle età della vita. Come scivolano, come si allungano… come le abitiamo a disagio. Come tutti cercano di evitare l’ultima, la vecchiaia. “I compiti delle vacanze” (Mondadori), tre romanzi brevi. Estati, fughe, viaggi senza ritorno. “Maledetta gioventù“ (Mondadori), romanzo, chiude gli anni novanta. Titolo allusivo. Tema coraggiosamente banale: alla vigilia di un viaggio in India per celebrare i 20 anni di matrimonio, una donna scopre nella tasca della giacca del marito affettuoso la prova di una relazione extraconiugale, parte da sola. Il viaggio si trasforma: non più turista, la donna, spogliata delle sue sicurezze si fa “viaggiatore”, poi “pellegrino”. Tornerà? “…ma soprattutto, tema centrale della Ravera, questo è un romanzo sul tempo, sull’impossibile maturità,su quel perenne essere in bilico sull’eterna infanzia del sentimento che in qualunque età della vita minaccia la ragione”. Nel 2000 entro con il terribile, grottesco, e alquanto defintivo “La festa è finita“(Mondadori): dove liquido senza pietà gli ex-sognatori di un mondo migliore. Le loro presenti pigrizie, memorie, vigliaccherie. Seguono: “Il freddo dentro” (Rizzoli): indagine letteraria sulla giovane assassina Erika de Nardo, sul suo delitto atroce e insensato. “In fondo a sinistra” (Melampo), scritti e racconti d’occasione. A tema politico. “Eterna Ragazza“ (Rizzoli): dove, finalmente, mi misuro con una storia d’amore classica. E ne esce, malgrè moi, un noir. Ho tralasciato quello che si poteva tralasciare. Per adesso: il catalogo è questo. Il buffo è che ho scritto anche un sacco di altre cose, in altre forme: undici canzoni, una commedia musicale (Porci con le ali, con Giovanni Lombardo Radice), un’opera (la versione femminile di Dottor Jekyill, musiche di Alessandro Sbordoni), romanzi rosa sotto pseudonimo, per Blue Moon, in gioventù, il più carino è “Sintomi d’amore” di Rhoda Skinner, migliaia di articoli, radiodrammi, novelle, racconti, un libro per bambini (“Il paese di Eseap”, poi ripubblicato col titolo de “Il paese all’incontrario”), situation comedy (la prima “casa Cecilia” per Rai Uno è del 1980/81/82), film, testi per documentari, per cabaret, per Lucia Poli, monologhi (“La donna Gigante”, per esempio, che ancora va in scena: il 18 aprile a Napoli, con Rosaria Di Cicco e Patrizia Zappa Mulas e me, che faccio l’attrice…). Uffà. Il mio curriculum è una cosa infinita. La mia vita è troppo lunga. O troppo attiva. O tutte e due le cose… (tratta da www.lidiaravera.it/biografia)

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