Chi è, o meglio che cos’è l’autore? Un equivoco tipico del nostro tempo... L'approfondimento ispirato dal dibattito sul nuovo romanzo di Walter Siti e da grandi libri come "Notturno cileno" di Roberto Bolaño e "Il sovrano delle ombre" di Javier Cercas

Gustave Flaubert non ha mai scritto la frase che gli viene costantemente attribuita, ovvero “Madame Bovary c’est moi”. Forse l’ha pronunciata, ma non possiamo esserne certi perché le testimonianze al proposito non sono considerate particolarmente attendibili. Per esempio, potrebbe aver detto “Madame Bovary, c’est moi”, riferendosi così al romanzo e non alla protagonista. Oppure niente del tutto. Quello che gli interessava far sapere i lettori era nel suo libro. Aggiungiamo pure che un’affermazione del genere viene attribuita anche a Cervantes, pronunciata per di più con un “triste sorriso”, e non dimentichiamo però che nel Don Chisciotte l’autore intrattiene col suo eroe un rapporto del tutto diverso da Flaubert con Emma (per esempio, non lo detesta).

walter siti

Detto questo, sorge un non piccolo problema terminologico: chi è, o meglio che cos’è l’autore? I teorici e gli studiosi di narratologia, almeno da Bachtin in poi, ci hanno inondato di spiegazioni, analisi, grafici, magari togliendoci un po’ il gusto dei libri (è una valutazione del tutto personale); ma non da ieri sappiamo o quantomeno convergiamo sull’idea che a giocare la partita siano in parecchi, nell’orizzonte di un testo: da una parte lo scrittore in carne ed ossa, figura storica dotata di una biografia e di documenti che ce lo fanno conoscere, al di là di quanto scrive di sé e degli altri,  dall’altra l’autore che sta nel libro, ovvero l’idea di lui che ci facciamo in base al testo. C’è anche il narratore (che dice io – o “dice Dio” – nel racconto) e volendo il narratario, orribile parola per disegnare i personaggi cui si rivolge nel testo il narratore.

C’è poi il lettore implicito o ideale, quello che l’autore reale aveva in testa mentre scriveva, e naturalmente il lettore reale, senza del quale tutto il castello di carte rischia di crollare rovinosamente. Bene, il lettore reale è l’unico che abbia reazioni imprevedibili: si entusiasma, si annoia, si arrabbia, si deprime. A lui sono concessi tutti gli equivoci e le confusioni possibili. Quando Walter Siti, nel celebre incipit di Troppi Paradisi, scrive “Mi chiamo Walter Siti, come tutti” non solo cita apertamente il “Je m’appelle Erik Satie comme tout le monde” con cui il musicista francese iniziò a raccontare la propria vita, ma istituisce quello che viene definito il patto col lettore in maniera potentemente ambigua, quasi a dire: attenzione, quel che ti racconterò è mio e nello stesso tempo non lo è, è anche, soprattutto, tuo, anche se ancora non lo sai.

Nell’ultimo romanzo, Bruciare tutto ha abbandonato questo punto di vista, passando alla terza persona e attirandosi – da un lettore reale – una bella scomunica visto che il personaggio è un prete pedofilo: alle prese però con un adolescente desideroso di essere abusato. Se n’è parlato molto, e non è il caso di tornarci nel dettaglio; Siti ha già trovato “difensori” titolati, che hanno prevedibilmente insistito sulle ragioni della letteratura e sull’ovvia necessità di non confondere l’autore in carne ed ossa, ma neppure l’autore implicito, con i suoi personaggi, perché in tal caso si finirebbe di condannare gran parte dei romanzi e degli scrittori dal Settecento ad oggi come moralmente e socialmente indegni.

Javier Cercas

L’equivoco nasce forse dal fatto che è stato letto come fosse in prima persona? Anche in tal caso sarebbe però una forzatura. Val la pena di notare, infatti, che sono usciti a poca distanza l’uno dall’altro due grandi libri dove si esemplifica benissimo questa condizione d’autore nella sua piega post-novecentesca di cui fa parte anche Siti, insieme a moltissimi altri: Notturno cileno di Roberto Bolaño (Adelphi) e Il sovrano delle ombre di Javier Cercas (Guanda). Poco sembra accomunarli, se non forse la lingua, che in entrambi i casi è il castigliano, e il tema di fondo, l’immersione cioè in un recente passato totalitario e violento, il Cile di Pinochet per Bolaño, la Guerra Civile spagnola per Cercas, inferni orribili almeno quanto la pedofilia. Ma sono usciti senza scandalo.

Entrambi gli autori (reali e impliciti) parlano in prima persona: uno attraverso la voce di un sacerdote dell’Opus dei, (“il più di sinistra della congregazione”, si definisce), che ormai morente ripercorre come in un incubo la propria vita trascorsa in una tipica “zona grigia”, accettando tutto l’orrore, persino quello di diventare per qualche giorno “insegnante di marxismo” per il dittatore Pinochet e il suo Stato Maggiore; l’altro con la voce dello stesso Cercas, che ricostruisce la storia della propria famiglia – franchista – sulle tracce di uno zio materno caduto a 19 anni da eroe – ovviamente – franchista. È evidente che il lettore possa pensare a una sorta di controcanto rispetto ai Soldati di Salamina, il libro più noto di Cercas. Lo scrittore stesso gli indica questa strada, forse con l’intento vagamente ironico di metterlo “fuori” strada, accorciando fino al limite estremo la distanza tra autore reale e autore implicito.

Bolaño

Nel caso di Bolaño la prospettiva è diversa: il lettore reale non penserà (molto probabilmente, è un lettore per definizione imprevedibile) a una simpatia dello scrittore per i golpisti cileni, a meno che al momento di aprire il libro ignori tutto sulla sua biografia e sulle sue altre opere. Il sontuoso, tormentato barocco appunto notturno del libro non gli sarà di grande aiuto: alla fine toccherà a lui decidere se Sebastian Urrutia Lacroix, grande amante della letteratura affetto da quel che Vila-Matas definì “il mal di Montano” sia un mostro o tutto sommato uno come tanti, uno (torniamo a Siti-Satie) “come chiunque altro”. Come dice Cercas in un libro di saggi (Il punto cieco) caratteristica della letteratura è porre domande, non dare risposte. Anche, e inevitabilmente, sull’autore.

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