Non sono i bambini che corrono e urlano al ristorante, il problema. Quei bambini non sono maleducati. Sono educati male. Isabella Milani torna in libreria con "Maleducati o educati male? Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa tra scuola e famiglia" e su ilLibraio.it si sofferma su un tema che ultimamente fa discutere famiglie e ristoratori. Anche perché, molto spesso, sono tanti adulti a essere "clienti rumorosi..."

Esiste senz’altro un problema “bambini al ristorante”. Questo è ormai chiaro a tutti. Vorrei, perciò, fare qualche riflessione a questo proposito.

Parto da tre frasi esemplificative che ho letto fra i commenti ai vari articoli sui ristoratori che – esasperati – vietano l’ingresso ai bambini piccoli:

-“I bambini anche se piccoli vanno trattati allo stesso modo degli adulti!”;

-“Non metterò mai più piede in un ristorante dove il proprietario non ama i bambini!”;

-“Mica si possono condannare i genitori a stare chiusi in casa perché i bambini sono vivaci!”.

Allora facciamo un passo indietro. Mi limiterò adesso a elencare delle affermazioni.

-Un ristorante è un luogo aperto al pubblico (cioè è una proprietà privata che ha un legittimo proprietario che “apre al pubblico” il locale, stabilendo delle condizioni per accedervi);

-Un ristorante non è un luogo pubblico (cioè non è un luogo che appartiene allo Stato, come un giardino, una piazza, ecc. al quale possono accedere tutti senza distinzioni);

-Dato che è un luogo aperto al pubblico e non un luogo pubblico, nel ristorante è il proprietario che stabilisce le condizioni per accedere al suo locale e per usufruire dei servizi che offre. Per fare un esempio, durante le crociere, ogni compagnia ha il suo codice di abbigliamento per il ristorante, che può prevedere, magari, che per serate formali si debba indossare lo smoking o l’abito per gli uomini, e l’abito o il vestito per le donne. E chi si veste casual non è ammesso.

-Un ristorante è un luogo dove – sostanzialmente – si va per mangiare.

-I motivi per cui si pranza o si cena al ristorante (invece che a casa, sulla spiaggia, per la strada o sui prati) sono personali e possono essere vari: una festa, un pranzo di lavoro, una ricorrenza speciale, una scelta fatta per comodità o per necessità, ecc.

-Ci si può andare da soli, in coppia, in compagnia di poche o di tante persone, con i bambini, con i figli adolescenti, con tutti i parenti, grandi e piccini.

Chi mangia al ristorante vuole stare tranquillo, rilassato, guardare negli occhi la persona amata, assaporare e commentare i piatti o i vini; oppure vuole stare in compagnia, senza controllare quello che fanno i bambini piccoli (che quindi sono liberi di correre fra i tavoli) altrimenti non può chiacchierare tranquillamente; oppure vuole tirare fuori la chitarra e cantare, o raccontare barzellette e ridere forte, o discutere di politica o dell’ultima partita di calcio e di chi ha vinto, di chi ha rubato lo scudetto, dell’arbitro che non ha visto il fuori gioco, ecc.

Ed ecco il punto principale del ragionamento: come possono coesistere nello stesso luogo le esigenze di chi vuole stare tranquillo, parlare a bassa voce, sussurrare parole d’amore, fare una proposta di matrimonio, commentare la mousse di prosciutto tartufato, con quelle di chi vuole andare al ristorante per divertirsi, per stare insieme agli amici, per parlare (a voce alta), per festeggiare (ridendo e scherzando, urlando, cantando in coro, brindando), lasciando che i bambini siano per due ore liberi di correre, urlare e saltare?

Per comodità, chiamo il primo tipo di cliente “cliente silenzioso” e il secondo tipo “cliente rumoroso”.

La domanda che consegue è questa: siamo d’accordo che i clienti silenziosi non possono stare bene insieme a quelli rumorosi? E allora: per chi sono i ristoranti?

Quando si parla dei ristoratori (esasperati) che non accettano i bambini, di solito le proteste arrivano dai clienti rumorosi. Grazie tante! I clienti silenziosi – con il loro silenzio e la loro compostezza – non disturbano di certo i clienti rumorosi (che spesso sono anche quelli che hanno i bambini rumorosi)!

Credo che, prima di chiederci se sia giusto che i bambini piccoli vengano accettati o no nei ristoranti, bisognerebbe chiederci se sia giusto che i ristoratori accettino gli adulti rumorosi, con e senza bambini.

Personalmente, sono una cliente molto silenziosa. Vado poco al ristorante e, quando ci vado, è sempre per stare insieme alle mie sorelle, e alle mie amiche, che vedo poco, e soprattutto insieme a mio marito, per le nostre ricorrenze speciali. Quando mio figlio era molto piccolo, non lo portavamo al ristorante. “Pazienza – ci dicevamo- ci andremo più avanti, quando il bambino sarà capace di stare seduto per il tempo di un pranzo”. E, più avanti, quando abbiamo cominciato a portarcelo, sceglievamo le ore in cui c’era pochissima gente, lo seguivamo con attenzione perché non disturbasse nessuno e, se per caso si metteva a piangere, uno di noi due lo portava fuori finché non si era calmato.

Odio andare al ristorante ed essere disturbata da adulti rumorosi che parlano dei fatti loro al cellulare o sghignazzano; o da bambini che giocano con videogiochi con musichette e bip bip vari, e che urlano a ogni punto che fanno, e, soprattutto, che si mettono a correre fra i tavoli, che giocano a nascondino e si nascondono dietro la mia sedia, mettendo le manine sulla mia giacca o nascondendosi sotto il nostro tavolo. Mentre i genitori sono più in là, belli tranquilli, che fingono di non vedere.

Allora, pongo qualche domanda:

-Che i bambini si mettano a correre al ristorante è una cosa normale, giusta, accettabile perché sono bambini e devono correre?

-Il ristorante è un’area di gioco? Soprattutto: è un’area di gioco sicura?

-Se i bambini piangono e urlano perché sono annoiati, o stanchi o assonnati, è colpa loro?

-Alle undici di sera il ristorante è il luogo migliore per un bambino?

-Il cibo del ristorante è il cibo più adatto per un bambino?

-Alle undici di sera i bambini non dovrebbero essere nel loro lettino, a dormire, dopo essere stati tranquillizzati e coccolati?

-È più giusto fare quello che è nell’interesse del bambino, o quello che fa piacere ai genitori?

-E qual è l’interesse del bambino?

-Andare al ristorante è nel suo interesse?

-È giusto che il bambino venga portato in luoghi pensati esclusivamente per adulti?

-O invece è giusto che sia il genitore ad andare insieme al bambino nei luoghi pensati per i bambini?

-Possiamo considerare il ristorante – soprattutto alla sera- come un luogo pensato per bambini solo perché ha in dotazione un seggiolone?

-I clienti silenziosi devono accettare la confusione dei clienti rumorosi perché è un locale pubblico e tutti abbiamo gli stessi diritti dato che paghiamo?

-I clienti silenziosi devono accettare che i bambini dei genitori rumorosi corrano intorno al loro tavolo perché se si seccano o protestano vengono accusati di essere egoisti e di non amare i bambini?

-Sono più egoisti i clienti silenziosi che vogliono cenare in pace, o sono più egoisti i clienti rumorosi che vogliono fare baccano?

-I proprietari dei ristoranti devono accettare che i bambini dei clienti rumorosi corrano, sporchino i muri, lancino pezzi di pane, giochino a inzuppare il tovagliolo nella Coca-Cola, stiano in bagno (anche in presenza delle mamme) a giocare con l’acqua e la carta igienica? Devono lasciare che i bambini rischino di farsi male (con la certezza che il genitore farà loro causa se ciò dovesse accadere)?

-I camerieri devono accettare di faticare il doppio e di lavorare nella tensione, magari rischiando di cadere o di buttare per terra i piatti, perché i bambini devono essere liberi di scorrazzare indisturbati fra le loro gambe?

Torno a una delle frasi iniziali: un ristorante è un luogo dove – sostanzialmente – si va per mangiare. Non per urlare, non per cantare, non per correre, non per giocare.

Caro cliente rumoroso, se io – cliente silenziosa- vado al ristorante per mangiare e cerco di non disturbare nessuno, di non invadere lo spazio degli altri, sono io che devo sopportare in silenzio la tua confusione? O dovresti smetterla tu, cliente rumoroso, e andare a mangiare dove tu possa parlare ad alta voce e i tuoi bambini possano correre, ridere, lanciare urletti di felicità, senza disturbare nessuno?

Se dico che capisco i ristoratori che attaccano cartelli come “I bambini non sono graditi”, significa che non amo i bambini? O che non capisco che ci sono anche dei bambini bene educati, che vengono penalizzati per colpa di quelli educati male e dei loro genitori maleducati?

Se affermo questo, e ci aggiungo che se ci fosse un ristorante per soli adulti io ci andrei, mi diresti che non lascio agli altri la libertà di fare quello che vogliono? Che impongo le mie idee?

Se dico che vorrei che ci fossero (e ci sono già!) trattorie per famiglie, con spazi gioco che permettano ai genitori di mangiare tranquilli e ai bambini di giocare rumorosamente; o pizzerie per adolescenti, con musica a volume alto; o ristorantini per persone tranquille che vogliono chiacchierare in silenzio, significa che non rispetto la libertà di tutti?

Se, nell’attesa di una differenziazione dei ristoranti, dico che vorrei che si tenesse conto della presenza degli altri e si rispettasse il diritto di tutti di mangiare in pace, che cosa mi si può dire?

Il discorso è molto lungo e complesso, ma lo sintetizzo: non sono i bambini quelli che non dovrebbero essere accettati, ma i genitori incapaci di gestire i bambini.

Penso che l’adulto che porta al ristorante dei bambini che non riesce a gestire, che pretende che essi stiano un paio d’ore al tavolo con la testa china a guardare i cartoni o a giocare ai videogiochi, o che lascia che corrano per il locale (il più lontano possibile dal suo tavolo, naturalmente) dimostri una buona dose di egoismo, misto a maleducazione e a una totale mancanza di rispetto per gli altri.

Non sono i bambini, il problema. Quei bambini non sono maleducati. Sono educati male. Diciamo questo, invece di fare delle discussioni sui bambini al ristorante. Discutiamo del comportamento degli adulti. Come educheranno i loro figli quei genitori? Come si comporteranno a scuola, quei bambini, abituati fin da piccoli a pensare che possono fare quello che vogliono?

Mi sembra arrivato il momento di tornare a educare i figli al rispetto per gli altri. Per esempio cominciando a insegnare loro che non si può fare quello che si vuole dappertutto. E – come sempre –bisogna insegnarlo con l’esempio.

L’AUTRICE – Isabella Milani è lo pseudonimo di un’insegnante e blogger che ha trascorso la vita nella Scuola. Per Vallardi ha pubblicato L’arte di insegnare – Consigli pratici per gli insegnanti di oggi.
Ad aprile è in uscita con Maleducati o educati male? Consigli pratici di un’insegnante per una nuova intesa tra scuola e famiglia. Il libro parte da una premessa: oggi esiste un problema nell’educazione. Genitori, insegnanti e ragazzi sono in difficoltà. Eppure la via per uscire dal disagio c’è. Isabella Milani affronta i problemi più diffusi in famiglia, a scuola e nella società, parlando anche di cattivi esempi, conflitti, valori, passioni, diritti, doveri, senso di responsabilità, felicità, rispetto… Perché educare vuole dire tutto questo, e molto altro ancora.
Qui il blog dell’autrice.

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