Benedict Wells, nelle librerie italiane con "La fine della solitudine", romanzo acclamato in Germania, si racconta con ilLibraio.it - L'intervista (in cui si parla anche di cinema, e di musica)

Benedict Wells, nelle librerie italiane con La fine della solitudine (Salani), romanzo acclamato in Germania, si racconta con ilLibraio.it

Il suo romanzo ha venduto più di 200mila copie ed è stato tradotto in oltre 20 Paesi: si aspettava questo successo?
“È stato un gran sollievo, perché ho lavorato sette anni per finire il mio libro e ho contratto addirittura dei debiti per terminarlo. Sento molto questo romanzo, nato da un impulso interno, ma pensavo fosse troppo triste per avere successo. Quindi le vendite mi hanno sorpreso”.

Il lettore è colpito da una capacità che possiede il protagonista: quella di ricordare dettagliatamente tutti gli accadimenti del suo passato, in un ordine cronologico coerente e, ancor più, di riuscire a metterli in relazione l’uno con l’altro. Vale anche per lei?
“Temo di sì”.

Che ruolo ha la memoria nella costruzione della propria identità adulta?
“Si può reagire in duplice modo a un’esperienza vissuta durante l’infanzia, sia a livello conscio sia a livello subconscio”.

In che senso?
“A livello conscio mi rendo conto del percorso che intraprendo, mentre a livello subconscio può accadere che all’età di trenta o quarant’anni penso di aver fatto un percorso completamente libero; e invece, senza riconoscerlo, ho seguito sempre lo stesso binario”.

E lei?
“Io ricordo molte cose, ma il ricordarle non serve a molto, se non si ha la forza di voler migliorare: è fondamentale combattere per provare a cambiare noi stessi. Ci vogliono molta forza interiore e molto tempo”.

Infatti quello a cui Jules riesce ad arrivare, dopo aver a lungo rimuginato sulla sua perduta identità infantile, così vitale e coraggiosa, è ritrovare se stesso. E a far ciò concorre anche la scrittura: Jules trova una sorta di catarsi nello scrivere. E per lei che funzione svolge la scrittura?
“Per scrivere attingo a un mondo istintivo e subconscio: ho i miei pensieri, il mio mondo interiore, che a un certo punto vedo proprio nero su bianco in un foglio. Non sono cose che ho pensato appositamente, sono cose che ho tirato fuori da me stesso. Sicuramente il processo dello scrivere può influenzarti o cambiarti in qualche modo, però in realtà l’unica cosa che mi sento di sapere di più adesso è quello che ancora non so”.

Il libro è costellato di riferimenti e citazioni letterari. Inoltre sembra che quasi ciascun protagonista abbia un proprio “motto di vita”, che in qualche modo si rifà alle parole di un grande autore. Come la frase di Kerouac trascritta sulla parete in camera di Liz. Qual è il suo?
“Direi il verso della canzone di Leonard Cohen: There’s a crack in everything, e una frase di Samuel Beckett, che dice, Where I am, I don’t know, I’ll never know, in the silence you don’t know, you must go on, I can’t go on, I’ll go on”.

A far da sottofondo a tutto il romanzo c’è anche la musica: sono citati diversi brani, e sembra che la musica abbia il potere di riunire i protagonisti e far ritrovare loro l’affetto reciproco. Nella sua vita la musica ha un ruolo altrettanto importante?
“Confermo, la musica è una mia grande passione. Nel libro è un’offerta, nel senso che c’è, però non devi per forza conoscerla per capire e apprezzare quello che leggi. Quindi c’è, ma è più un sottofondo. In ogni caso, per ogni libro che scrivo, creo anche una colonna sonora, che si può scaricare dal mio sito. Anche per il prossimo romanzo ho già una playlist con centinaia di canzoni. Nel cinema, ad esempio Tarantino ha detto che ogni volta che sta per girare un nuovo film, va a cercare vecchi dischi e li ascolta”.

Si percepisce una componente molto plastica e visiva nel suo scrivere. Le piacerebbe facessero un film del suo libro?
“Per adesso ho dato una risposta negativa a tutte le richieste di fare un film in Germania. Non posso immaginarmi un film tedesco, rischierebbe di essere troppo pesante. Mentre sono un grande fan di “Manchester by the Sea” di Lonergan. Lui ha lavorato sei anni per quel film, ed è riuscito, nonostante la tematica delicata, a interpretarla in maniera leggera”.

Anche la sua scrittura, nonostante affronti delle tematiche dolorose, riesce leggera, spigliata, a tratti anche ironica.
“In realtà ho cercato di scrivere questo libro senza ironia, ma con humour: puoi comunque utilizzare l’umorismo per raccontare una cosa molto seria, mentre optare per l’ironia è un po’ come volgere lo sguardo altrove.
Volevo assolutamente evitare che chi ha perso i genitori si sentisse in qualche modo preso in giro. E infatti alcuni passaggi del libro li ho scritti in maniera molto severa. Per esempio la scena dell’incidente in cui muoiono i genitori non è descritta, si legge solo che sono state coinvolte tre persone e che solo ‘l’avvocatessa’ sopravvive allo schianto”.

Non vediamo lo svolgersi dell’incidente…
“C’è una cesura e poi si passa ad altro. In un film, invece, l’incidente andrebbe fatto vedere, e per questo ci vorrebbe proprio un maestro che riesca a dare il giusto peso a queste scene. Anche per queste ragioni nutro un grande rispetto per i registi, perché in un libro puoi far succedere le cose nella testa della gente e il peso degli eventi lo si riconosce solo dopo aver letto, quando ci si pensa su; per non dire che ogni persona ha una sensibilità diversa, per cui può concepire le cose più o meno gravi; invece in un film no”.

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