"Se un ragazzo decide di suicidarsi per sfuggire ai bulli non c’è qualcuno che ha la colpa di quel gesto. È tutto il sistema educativo che ha fallito. Ed è interessantissimo osservare come nessuno dia la colpa a se stesso...". Su ilLibraio.it l'attualissimo intervento di Isabella Milani (pseudonimo di un'insegnante e blogger, autrice de "L'arte di insegnare")

Ogni volta che si parla del suicidio di uno studente vittima di bulli c’è un picco nell’interesse sul bullismo. Articoli, programmi e interviste per trovare delle risposte e delle soluzioni. Poi, più nulla.

“La colpa è dei ragazzi di oggi che non hanno più valori!”, “La colpa è dei genitori che non hanno educato i figli!”, “La colpa è della scuola che non fa prevenzione!”, “La colpa è dei professori che non se ne sono accorti!”.

Il problema è che se un ragazzo decide di suicidarsi per sfuggire ai bulli non c’è qualcuno che ha la colpa di quel gesto. È tutto il sistema educativo che ha fallito. Ed è interessantissimo osservare come nessuno dia la colpa a se stesso. È una colpa troppo terribile da accettare: una persona che dovremmo proteggere si trova così disperata e sola da decidere di togliersi la vita.

Il sistema educativo è responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, scuola, adulti in genere, politici. Non vogliamo capirlo.

Vorrei proporvi delle osservazioni e delle domande.

I ragazzi esigono di avere il cellulare, perché senza cellulare vengono tagliati fuori. Perché? Forse qualcuno ha spinto perché lo smartphone diventasse il loro oggetto del desiderio? Forse perché il cellulare viene regalato ai bambini già a sette anni?

Le ragazze vogliono assolutamente essere belle, senza difetti. Perché? Forse qualcuno ha diffuso l’idea che bisogna essere belle e senza difetti? O che se hai un difetto devi correggerlo?

Le ragazze vogliono essere magre. Come mai? Forse i media diffondono l’idea che essere grassi è una vergogna, o trasformano in scoop ogni traccia di cellulite delle attrici?

I bambini e i ragazzi pensano solo ai videogiochi. Come mai? Forse perché si dà loro in mano un videogioco fin da bambini, al ristorante, nell’ambulatorio del medico, a casa di amici, al mare, in macchina, mentre parlano con la nonna?

I ragazzi deridono ed emarginano i gay. Perché? Forse perché hanno sentito il padre raccontare barzellette sui “finocchi”? O perché, se non hanno la ragazza viene loro detto “Non sarai mica finocchio?”

I ragazzi disprezzano gli stranieri. Forse i bambini hanno sentito i genitori commentare la notizia di uno sbarco di africani con “Bisognerebbe sparare sui gommoni e farli crepare tutti”?

I bambini si infuriano o si deprimono se non possono avere subito quello che vogliono. Ma come mai? Forse perché si sono abituati fin dal primo anno di vita ad avere tutto e ad averlo subito?

I ragazzi rispondono male, non salutano, si esprimono a parolacce, pretendono di passare avanti o prendono in giro l’amico senza preoccuparsi minimamente delle sofferenze che possono procurargli. Perché? Forse perché i genitori hanno loro permesso, quando erano bambini, di non salutare, di trattare male gli altri, di non scusarsi? Forse perché quando hanno strappato di mano il pupazzo a un bambino la mamma ha detto “Restituiscilo! Poi te ne compero uno uguale”? O perché in televisione vedono i personaggi famosi offendere, urlare, deridere e perfino venire alle mani?

I ragazzi ridicolizzano una ragazza sui social, o fanno scherzi pesanti via smartphone, senza rendersi conto delle conseguenze. Come è possibile? Forse perché i genitori stessi li hanno iscritti a Facebook troppo presto, falsificando la data di nascita, e poi non controllano quello che fanno? Forse perché la televisione trasmette programmi in cui si ride di chi cade o si organizzano scherzi terribili?

I ragazzi hanno esperienze sessuali molto precoci. Perché? Forse perché le bambine a otto anni vengono vestite con magliette uguali a quelle un po’ sexy della mamma? O perché le ragazzine hanno la possibilità di mettere le loro foto in pose provocanti sui social ed esiste la possibilità che qualcuno le metta platealmente in ridicolo?

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I ragazzi non sanno come reagire e si sentono perduti se incontrano un ostacolo, se vengono derisi, se subiscono un’ingiustizia o una sconfitta. Come può accadere? Forse perché i genitori hanno rimosso ogni più piccolo ostacolo dalla loro vita, fatto loro credere che le ingiustizie non esistono, che la colpa è sempre degli altri e che se ci sono degli ostacoli li rimuoverà qualcun altro?

I ragazzi si sentono spesso molto soli. Come mai, visto che sono tanto amati dai genitori? Forse perché sono stati lasciati soli fin da piccoli? Soli davanti alla tv, ai videogiochi, al cellulare? Forse perché è stato permesso loro di credere che una chat abbia lo stesso valore di una chiacchierata a casa di amici? Forse perché in questa società tutti sono troppo impegnati per ascoltarli?

Quando una ragazza si butta da un balcone non è colpa di nessuno in particolare, ma della società nell’insieme. E non dobbiamo dimenticare che ognuno di noi è la società.

Questa società non va bene: non lascia tempo per pensare, per costruirsi una vita interiore che permetta di affrontare le difficoltà di cui la vita è piena; riempie la testa e il cuore dei bambini di falsi bisogni, di falsi amici, di falsi ideali, di false soluzioni. Questa società permette e sollecita esperienze per le quali i bambini non sono ancora pronti, ma ritarda al massimo il momento in cui si pretende dai ragazzi che si assumano delle responsabilità.

Quando una ragazza si butta dal balcone è perché non ha saputo affrontare la vita, perché la società non ha saputo insegnarle che non importa se non è bella, se non è magra, se non ha tanti ammiratori. Nessuno le ha insegnato che la vita, anche con tutte le sue difficoltà, è bellissima.

I bulli non esistono. Siamo noi adulti che creiamo le condizioni perché i bambini e i ragazzi possano trasformarsi in bulli. Il bullismo si sconfigge eliminando le condizioni che lo favoriscono. Ma è possibile, a questo punto?

(epub) L'arte di insegnare (nuova edizione)

L’AUTRICE – Isabella Milani è lo pseudonimo di un’insegnante e blogger che ha trascorso la vita nella scuola. Per Vallardi ha pubblicato L’arte di insegnare – Consigli pratici per gli insegnanti di oggi. Qui il suo blog.

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