Nel suo nuovo libro, "E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell'istruzione umanistica", Claudio Giunta riflette sulla validità e la necessità degli studi umanistici nel panorama dell'istruzione italiana... - Su ilLibraio.it un capitolo del saggio, dedicato alla scelta della facoltà di Lettere come percorso universitario

Narratore, saggista e ricercatore accademico, Claudio Giunta insegna letteratura italiana all’Università di Trento, collabora con il Domenicale del Sole 24 ore e con Internazionale, è esperto soprattutto di poesia medioevale e ha curato l’edizione nei Meridiani Mondadori delle Rime di Dante. Autore di diversi saggi, tra i quali ricordiamo Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo (Il Mulino), all’interno del suo nuovo libro, Giunta propone una riflessione sul ruolo delle discipline umanistiche: con il saggio E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica (Il Mulino) l’autore torinese entra nel merito della validità formativa degli studi umanistici, esaminando come vengono proposti e affrontati, soprattutto nel panorama italiano.

Il libro si articola in due parti distinte che mirano ad affrontare diversi problemi legati all’insegnamento e all’apprendimento delle materie umanistiche, anche nel tentativo confutare alcuni stereotipi legati allo studio delle discipline umanistiche: la prima sezione del volume affronta le discipline umanistiche nel contesto dell’istruzione superiore, l’utilità e le difficoltà legate al liceo classico; la seconda sezione si rivolge invece agli studi universitari, prendendo in considerazione le difficoltà legate alla mancanza di un test d’ingresso nella gran parte delle facoltà umanistiche, l’utilità della tesi triennale, il delicato meccanismo del dottorato e molto altro ancora.

claudio giunta e se non fosse la buona battaglia il mulino copertina

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto dalla seconda sezione del libro:

Ha ancora senso fare lettere?

Dato che le facoltà umanistiche offrono pochi sbocchi lavorativi, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi, e non in tantissimi come succede oggi.

Questo è più o meno tutto ciò che c’è da dire sull’argomento, se non fosse che questa ragionevole conclusione va contro gli interessi, o i supposti interessi, di tutti i soggetti coinvolti nel sistema dell’istruzione. Vale a dire che, per motivi diversi, questa ragionevole conclusione è ignorata dallo Stato, dalle università e dagli studenti.

Che lo Stato voglia ignorarla è comprensibile. Da un lato, si vuole aumentare il numero dei laureati per colmare il nostro divario rispetto agli altri paesi europei, e un laureato in Filologia romanza pesa quanto un laureato in Ingegneria. Dall’altro, nonostante la riforma, in Italia l’università resta in sostanza l’unico canale di formazione post-secondaria. I ragazzi devono pur fare qualcosa. La scuola superiore non li ha preparati a un lavoro, e non l’ha fatto scientemente, in ossequio a un progetto: «Mai, in nessun momento storico, la nostra istruzione secondaria superiore è stata così integralisticamente preparatoria all’Università […]. Dal nostro vigente sistema scolastico si sprigiona una forza spesso irresistibile che spinge i giovani verso le scuole che portano all’Università e comunque permettono loro di fuggire il mondo del lavoro»1. Inoltre, un relativo benessere permette a molti diciottenni italiani – il discorso non vale infatti per gli immigrati – di non doverlo cercare, un lavoro: c’è tempo. Resta lo studio. E dato che le altre facoltà sono più difficili, o hanno dei test d’ingresso selettivi, bisogna che almeno le porte delle facoltà umanistiche restino spalancate (a questo esplicitamente esortava il ministro dell’Istruzione di un precedente governo di centro-sinistra). Che s’iscrivano tutti, dunque, indipendentemente dalle proprie soggettive capacità e dalle oggettive possibilità d’inserimento nel mondo del lavoro. Poi qualche santo sarà.

Secondo soggetto, i docenti. Dato che la quota di finanziamento per ateneo è proporzionale al numero degli studenti, è difficile che le facoltà si mettano a lottare per averne di meno. «Se facciamo come dici tu – mi ha obiettato molto ragionevolmente un collega – chiudiamo tre corsi di laurea». Più studenti s’iscrivono, infatti, più soldi arrivano dal ministero, più insegnamenti si attivano, più docenti si sistemano. Perciò anche il famoso ‘orientamento universitario’
finisce per essere, in sostanza, pubblicità che le facoltà (tutte) fanno a loro stesse in nome del proprio interesse, proprio interesse che non necessariamente coincide con l’interesse dello studente: «No, tu sei negato, fai qualcos’altro» non è una formula che sia contemplata nella retorica dell’orientamento universitario. Per questa ragione è un pio desiderio immaginare che le facoltà umanistiche decidano motu proprio una politica di assoluto rigore, bocciando agli esami tutti quelli che meriterebbero di essere bocciati: è difficile che una corporazione (qualsiasi corporazione) scelga di suicidarsi.

Terzo soggetto, gli studenti. Qui il discorso è più delicato anche perché alla fine, come si dice, ci vanno di mezzo loro.

Alcuni studenti s’iscrivono alle facoltà umanistiche perché non sanno che altro fare, e scelgono la via che a loro sembra più facile e che generalmente è, di fatto, più facile. Nei film comici, le scene a scuola o all’università sono sempre scene di esami in materie come Letteratura (Ecce Bombo: «Alvaro Rissa. A disposizione. Vogliamo parlare del ruolo del poeta nell’oltretomba? O del ruolo dell’oltretomba nella poesia?») o Semiotica (Paz: «Apocalypse Now, nella sua complessità, configura la scena di una sfida, quale?» – «La sfida tra l’uomo e la natura»): la scienza fa meno ridere perché si presta meno alla cialtroneria.

Benché molti pensino il contrario, questi studenti depistati e svogliati sono una minoranza. I più, sono studenti seri e motivati. Alcuni tra questi hanno fatto un buon liceo e sono pronti ad approfondire le materie che già al liceo preferivano. Non sono moltissimi, e non sono necessariamente i migliori. A volte sanno molto a paragone dei loro coetanei ma hanno intelligenze pigre e poco originali, e non hanno e – quel che è peggio – non vogliono avere nessuna esperienza del mondo che sta al di fuori delle aule scolastiche.

La maggior parte degli studenti seri e motivati non ha fatto ‘un buon liceo’ ma proviene da scuole nelle quali l’istruzione umanistica è più carente: gli istituti professionali, i tecnici, l’arcipelago di scuole sperimentali che le varie riforme e le varie autonomie hanno prodotto. «Ho fatto il liceo socio-psico-pedagogico», mi sento spesso dire agli esami da studenti che non sanno chi siano Weber, Freud o Rousseau, e che si sono iscritti a Lettere perché finalmente, e a buon diritto, vorrebbero impararlo. Che fare con questi studenti? Sono la prova dell’esistenza di un ampio, diffuso desiderio di istruzione: arte, letteratura, storia, musica. È un desiderio sacrosanto, prezioso per la società, e su cui è possibile costruire. Sembra non risentire del dumbing down indotto dai media; anzi, sembra crescere a mano a mano che il dumbing down dei media si fa più sfacciato. Sono spesso studenti molto diligenti, e persone anche umanamente notevoli, disposte a fare veri sacrifici per imparare cose che, lo sanno benissimo, non li aiuteranno molto quando si tratterà di trovare un lavoro.

Ma il bagaglio di nozioni che posseggono quando entrano all’università è molto leggero. E non è solo questione di quanto poco sanno, ma – soprattutto – di un atteggiamento, di una forma mentis che è inadeguata allo studio. Questi studenti cambiano, maturano, crescono a vista d’occhio di mese in mese, ma non riescono veramente a recuperare il ritardo: l’università li migliora, ma non basta a fare di loro dei buoni studiosi o (questo è il primo obiettivo delle facoltà umanistiche) dei buoni insegnanti. Più che una formazione spendibile nella vita, l’università finisce per essere una forma di terapia, o un’educazione sentimentale. È qualcosa, certo, ma non è abbastanza.

E non c’è solo questo. Dato che studenti simili formano spesso la grande maggioranza degli iscritti, il livello delle lezioni dev’essere commisurato alle loro possibilità, e non a quelle della minoranza di studenti che potrebbe seguire con profitto una lezione di livello più che liceale. La conseguenza è che questa minoranza, che non è venuta all’università per sentirsi ripetere le cose che ha già imparato al liceo, si annoia, trova l’impegno troppo facile, cambia indirizzo di studi. Risultato: le facoltà umanistiche diventano uno splendido parco a tema nel quale ragazzi tra i 18 e i 25 anni che possono permettersi di non lavorare trascorrono una parte della loro vita occupandosi di cose anche interessanti, anche utili per la loro formazione e per la loro psiche. Al termine del loro corso di studi, però, pochi di loro troveranno un lavoro e – questa è la cosa più grave – pochi di loro meriteranno di trovarlo. Perché partivano da un punto troppo basso per poter davvero recuperare il ritardo (purtroppo non tutto, sempre, è possibile, e ci sono muri che a una certa età vanno semplicemente accettati); o perché, e vengo al punto che mi sta più a cuore, nessuno ha mai chiesto loro di fare uno sforzo, nessuno ha mai chiesto loro di darsi veramente da fare per superare una soglia.

Un esame d’ingresso alle facoltà umanistiche potrebbe essere questa soglia. Un esame selettivo, non un test ‘orientativo’. Per esempio, un esame sul programma scolastico svolto negli ultimi tre anni in determinate materie; o su un certo numero di libri fondamentali. A chi ha fatto (bene) il liceo basterebbe, per prepararsi, un pezzo dell’estate. A chi ha fatto una scuola professionale servirebbe di più: un recupero durante l’ultimo anno scolastico, forse un anno in più di studio per conto proprio. Sarebbe un investimento ragionevole, utile anche per chi lo fa, per capire se è davvero quella la strada che vuole intraprendere o se si tratta soltanto di un’infatuazione o di un equivoco. Una soglia. E chi non la supera rimane fuori. Rimanere fuori a 18 anni non è una tragedia. Le alternative, a quell’età, esistono. E non passare un esame, trovare sulla propria strada qualcuno che dice «No, tu non puoi fare questi studi», può essere una fortuna. Se invece la soglia la si trova, insuperabile, a 24 o 25 anni, le cose sono molto più difficili. E se la si trova alla fine del dottorato, a 30 o 35 anni, come purtroppo càpita, le cose sono disperate. Classista non è il numero chiuso. Classista, e anche insensato e crudele, è un sistema che illude i giovani e li depista negli anni cruciali della loro formazione, finendo così per ratificare proprio quelle differenze di classe che, illudendosi a sua volta, sostiene di voler abbattere.

(Continua in libreria…) 

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