"L’idea e l’esperienza del confine hanno per me molto a che vedere con lo scrivere – stare con un piede sulla soglia, attratti dalle promesse di là, tormentati dalla nostalgia per il qua. In una tormentosa contraddizione...". Federica Manzon tornerà in libreria ad aprile con il romanzo "La nostalgia degli altri". Nell'attesa, su ilLibraio.it riflette sul rapporto tra confini e letteratura, e parla di Trieste, sempre protagonista nei suoi libri

Mi chiedono perché mai torno così spesso a Trieste. Una città per cui non posso nemmeno vantare un diritto di nascita, così fuori mano che la sua posizione sulla mappa assomiglia a una domanda di Trivial Pursuit. Una città di confine, si dice con facilità. Quasi non avesse importanza, e invece ne ha moltissima. È proprio questo confine il motivo per cui la abbandono e ci ritorno.

Per chi arriva dall’autostrada che attraversa il Carso, Trieste si spalanca di colpo in un azzurro mare che non è per nulla calmo, fa subito correre via lo sguardo a est, verso quell’aria levantina simile a uno sconosciuto già troppo prossimo. A Trieste, nelle mattine di domenica, vado a correre sulla strada della vecchia ferrovia e a un certo punto, immancabilmente, arrivo al cartello bilingue CONFINE DI STATO A 70 M, poco dopo c’è la sbarra che fino a non troppi anni fa era presidiata da guardie in pastrano grigio e bustina con la stella rossa. La supero senza rallentare e tuttavia ogni volta mi sale alla gola un’apprensione anacronistica, come stessi varcando una soglia proibita e carica di pericoli.

trieste

L’idea e l’esperienza del confine hanno per me molto a che vedere con lo scrivere – stare con un piede sulla soglia, attratti dalle promesse di là, tormentati dalla nostalgia per il qua. In una tormentosa contraddizione. Istintivamente associamo il confine a un sentimento di minaccia, talvolta di guerra, ma anche a immagini di libertà, ribellione, a una certa esaltazione connessa al rischio e al divieto. I beni di contrabbando, che implicano piani clandestini e mosse illecite, fughe nei boschi, non sono forse quelli che desideriamo di più? E perché ci sia contrabbando è necessario un confine, e un racconto.

Confine è un luogo franco e d’eccezione, sancito da leggi ma allo stesso tempo fragile e precario, sempre sul punto di sfaldarsi. Divide due stati, due proprietà, due mondi separati solo da una linea stabilita a qualche tavolo delle contrattazioni secoli prima. Garantisce le differenze, permette che da un lato e dall’altro proliferino odii e attrazioni senza che si arrivi mai a una pacificazione ma piuttosto complica le convivenze. Trieste non è un crogiolo di culture, scriveva Bobi Bazlen, è una città malvagia piena di grovigli e malintesi – lo spazio ideale per lo svilupparsi della scrittura, penso. Per questo finisco per tornarci. Non perché sia il luogo dove scrivo (a Trieste viene più facile camminare a due passi dal mare o guardare la città dall’altro della Napoleonica), ma perché a partire da lì scrivo, quasi sempre. La città, così fuori mano da essere anche fuori tempo, mi ricorda che scrivere è identico a camminare sul ciglio delle alte strade nel Carso, con l’orizzonte sconfinato davanti, lo strapiombo in discesa a sinistra e a destra la parete verticale, ossimori seducenti che ci attraggono e inquietano, in qualche caso fanno nascere una buona intuizione.

Ho spesso pensato che stare all’ombra di un confine, reale o immaginario, significhi essenzialmente due cose. Prima di tutto la prossimità di un pericolo senza volto che incombe alle porte, una catastrofe sul punto di arrivare che ci fa va vivere di più, ci rende più coraggiosi di quanto siamo in realtà. Ha ragione Alexandar Hemon quando scrive “niente acuisce i piaceri e inibisce la colpa come l’incombere di un cataclisma”. E scrivere credo abbia molto a che fare con i sensi acuiti fino quasi a far uscire matti, a essere disposti a vivere tutto e provare tutto in uno slancio che perdona allo scrittore ogni colpa e lo rende libero di far deragliare l’immaginazione lungo vie di fuga inedite (Franz Kafka e la sua blatta che scarta l’allegoria e diventa condizione umana).

E poi il confine è frontiera. Un orizzonte lontano dalle strade obbligate, una tentazione che lancia il suo richiamo. Vi si arriva correndo rischi e inseguendo fantasie senza alcun buon senso – d’altra parte, chi mai si metterebbe a scrivere un romanzo seguendo il buon senso? Mi è sempre piaciuta l’idea di confine come luogo marginale rispetto al centro codificato, un po’ straniante e obliquo. Uno spazio altrove che non concilia niente e non ha regole stabilite da osservare. Al contrario, lascia campo libero perché qualcosa di imprevedibile possa accadere, come se ne andasse della vita stessa: i nostri desideri più loschi e teneri che coltiviamo ai margini della vita e non potremmo ammettere in piena luce, tutto ciò che ci manca. E non è forse questo che chiediamo alla scrittura?

Federica Manzon

L’AUTRICE – Federica Manzon (Pordenone, 1981), editor della narrativa stranieri Mondadori, ha pubblicato il reportage narrativo Come si dice addio (2008) e il romanzo Di fama e di sventura (premio Rapallo Carige 2011 e premio Selezione Campiello 2011). Collabora con l’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge ed è redattrice della rivista Nuovi Argomenti. È in arrivo in libreria per Feltrinelli il suo nuovo romanzo, La nostalgia degli altri, la storia di un amore che, più che di carezze, si nutre di parole, del rumore che fanno i messaggi quando arrivano. I protagonisti sono Lizzie, volubile, egoista e piena di fascino, una dittatrice nata, circondata da una fama temeraria fin dall’adolescenza a Trieste; e Adrian, timido, maldestro, incapace di fare una mossa audace, eppure animato da desideri pericolosi. Tutti e due hanno un passato in cui qualcosa è andato storto, e ora si trovano a lavorare all’Acquario, una società che inventa giochi e mondi digitali, dove “si trasformano sentimenti e sogni in 0 e 1”…

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