Tra i protagonisti del festival "Sentieri e Pensieri", a Santa Maria Maggiore (Valle Vigezzo) dal 19 al 25 agosto, anche Benito Mazzi, che ci racconta la figura dello "spallone", contrabbandiere di fatica che operava sul confine con la Svizzera...

Tra i protagonisti dell’edizione 2017 di “Sentieri e Pensieri”, il festival letterario diretto da Bruno Gambarotta di cui ilLibraio.it è media partner (qui tutti i dettagli, ndr) anche lo scrittore e storico Benito Mazzi, che lunedì 21 agosto presenterà il suo ultimo libro La banda del lupo (Il Rosso e il Blu), in dialogo con lo stesso Gambarotta.

In vista del festival, che si svolgerà a Santa Maria Maggiore (Val Vigezzo, in Piemonte) da sabato 19 a venerdì 25 agosto, Mazzi su ilLibraio.it racconta la figura del contrabbandiere, in passato presente nella Valle. Proprio durante il festival, tra l’altro, verrà inaugurata a 2000 metri di quota una statua lignea realizzata da un artigiano locale che omaggia la figura del contrabbandiere.

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di Benito Mazzi

Il 26 agosto, alla chiusura della quinta edizione di “Sentieri e Pensieri”, l’affermata rassegna letteraria di Santa Maria Maggiore diretta da Bruno Gambarotta, sarà inaugurata ai 1.974 metri della Bocchetta di Moino, in Valle Vigezzo, una statua lignea rappresentante lo spallone, contrabbandiere di fatica che operava sul confine con la Svizzera.

Allo spallone, romantico camoscio della frontiera” recita la dedica degli “Amici della montagna”, promotori dell’iniziativa. “Negli anni della grande indigenza, il suo contrabbando di fatica salvò dall’inedia intere famiglie di questa Valle”.

Non si tratta di un’esaltazione dell’illegalità, ma di uno spontaneo omaggio a quanti rischiavano la pelle in montagna per una bricolla di riso o di sigarette. Era la metà del secolo scorso, la mancanza di lavoro era totale, nelle case “abbaiava la volpe”, la miseria era così spessa che persino le volpi scendevano in paese in cerca di cibo.

Personaggi da leggenda, gli spalloni, oggetto oggi di attenzione storica e letteraria: sia quelli occasionali, spinti a osare sulle vette dalla fame, dalle condizioni disperate della famiglia, che quelli (in numero assai minore) di “mestiere”, giovani spericolati, assetati di avventura, amanti del rischio, della beffa ai danni delle guardie.

“Siamo cresciuti a pane e ‘viaggi’” – confessa un anziano reduce. “Abbiamo ‘danzato’ sulle creste della frontiera anche all’avvento di un certo benessere, durante il miracolo economico, quando il contrabbando non era più indispensabile per sbarcare il lunario. Era una vita di pericolo – “canarini”, guardie svizzere, nevicate, tormente, schioppettate, burroni, congelamenti – , che però ti sprigionava dentro un’energia boiarda, un benessere indescrivibile, un profondo senso di libertà e una magica fiducia in te stesso. Una malattia, insomma. Ecco perché si rischiava la morte anche quando si poteva farne a meno”.

 

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