Un convegno internazionale tutto dedicato alle forme di letteratura breve. Si è svolto all’Università di Lovanio e vi ha partecipato anche lo scrittore italiano Luca Ricci. ilLibraio.it propone la conversazione tra l'autore della raccolta "I difetti fondamentali" e Bart Van den Bossche, titolare della cattedra di letteratura italiana presso la stessa università, che spiega: "Nel racconto ogni minimo dettaglio sembra subito portatore di molteplici possibilità simboliche. Diventa quasi troppo scontato paragonare la scrittura di un racconto all’attività di un cesellatore di cristallo..."

Un convegno internazionale dedicato ai racconti. Dal 4 al 6 maggio scorso, il dipartimento di Studi letterari della KU Leuven, università di lingua olandese situata nelle Fiandre, il gruppo di ricerca MDRN e il Centro Leuven per gli Studi irlandesi hanno ospitato la terza conferenza annuale dell’European Network for Short Fiction Research, dal titolo, bilingue, “Short Fiction: Co-texts and Contexts – Le Récit Bref: Co-textes et Contexts”.

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Un viaggio in un genere letterario spesso considerato editorialmente “secondario”. Un viaggio nel ‘900 letterario, attraverso conferenze, letture e dibattiti. Tra i protagonisti del convegno anche scrittori come Annelies Verbeke, Alison MacLeod, Thomas Morris e l’italiano Luca Ricci, da poco tornato in libreria per Rizzoli con la raccolta I difetti fondamentali. In un ritratto composto da quattordici istantanee, l’autore spinge l’arte del racconto al di là delle forme note e dei generi consolidati.

luca ricci racconti

Tornando al convegno, le decine di relazioni e le varie tavole rotonde dedicate alla situazione del racconto oggi, hanno tracciato una mappa ricca e varia degli studi odierni sulle forme narrative brevi. Su ilLibraio.it la conversazione tra Ricci e Bart Van den Bossche, titolare della cattedra di letteratura italiana presso l’università di Lovanio, uno degli organizzatori del convegno.

Bart Van den Bossche: “Sembra impossibile immaginare un convegno di questo tipo senza una riflessione su ciò che l’arte del racconto ha di più specifico, di più intimamente suo”.

Luca Ricci: “Sì, diciamo che per il bene della teoria e critica del racconto andrebbe bandita- almeno per un po’- Flannery O’Connor quando dice “una cosa è scrivere, altro è parlarne, tanto varrebbe chiedere a un pesce di tenere una conferenza su come si nuota”. La scrittura- ogni tipo di scrittura- è un discorso e non un’equazione, e va bene, tuttavia rinunciare a priori a un’analisi, nascondendosi dietro la foglia di fico del mistero e dell’inesplicabilità dell’arte, mi sembrerebbe un impoverimento del mestiere di scrivere, perfino oggi, in un momento in cui proliferano le scuole di scrittura e la lettura è diventata social (cioè non più un fatto solitario ma collettivo), e c’è una consapevolezza elevatissima, perfino fuorviante, rispetto alla cosiddetta «cassetta degli attrezzi»”.

Bart Van den Bossche: “In alcuni casi questo bisogno di definire l’identità del racconto breve sembra dovuto ad una reazione difensiva, come se il racconto avesse ancora bisogno di giustificarsi nei confronti del romanzo, che continua a far la parte del leone in termini di prestigio letterario, successo di vendita, attenzione della critica, ricerca universitaria, storia letteraria, visibilità mediatica, e quant’altro”.

Luca Ricci: “Teorizzare per legittima difesa, è un’immagine che accetto, e spiegherebbe anche perché sul racconto i critici migliori sono stati gli scrittori– penso subito a Edgar Allan Poe e al suo The Philosophy of Compositionmentre da un punto di vista accademico la forma breve è sempre stata ritenuta una modalità senza teoria. Il romanzo è in effetti ancora oggi il genere egemone (e perciò ultra codificato) in ambito letterario, ed è normale che per definirsi il racconto cerchi di smarcarsi da quello che è e viene definito romanzesco (significativo che in italiano non esista l’aggettivo equivalente per il racconto, raccontesco: è stato forse usato solo da Giorgio Manganelli), per cui si può benissimo affermare che un racconto può essere, semplicemente, tutto ciò che non è un romanzo”.

Bart Van den Bossche: “Durante il convegno di Lovanio si è parlato dell’identità del racconto per sottolineare la straordinaria longevità e duttilità del genere (‘genere’ è d’altronde un termine poco adatto, poiché il racconto sembra piuttosto una costellazione di sottogeneri, motivi, tecniche). In un tentativo di spiegare la vitalità e la longue durée del genere si è ripetutamente accennato al fascino della dimensione cristallina del racconto, caratterizzata spesso da una forte coesione strutturale e da una grande cura formale”.

Luca Ricci: “L’impressione è che rispetto alle altre due grandi forme pure- cioè senza altri fini precipui che non siano la pagina scritta- della letteratura, e cioè il romanzo, appunto, e la poesia, il racconto sia quello che è cambiato di meno nel corso dei secoli (quasi una sorta di rivoluzione stabile). Se io prendo un racconto del ‘Decamerone’- a parte l’utilizzo della cornice che nella modernità è decaduto- e lo paragono alle cose di Verga o Buzzati o anche Tabucchi, si nota che l’inclinazione del piano narrativo è la stessa, il ritmo veloce è molto simile, la preminenza del congegno rispetto alla memorabilità dei personaggi è identica”.

Bart Van den Bossche: “Per questo motivo, nel racconto ogni minimo dettaglio sembra subito portatore di molteplici possibilità simboliche. Diventa quasi troppo scontato paragonare la scrittura di un racconto all’attività di un cesellatore di cristallo; leggere un racconto è cogliere le molteplici sfaccettature della straordinaria densità semiotica della forma breve”.

Luca Ricci: “C’è un racconto di Ernest Hemingway intitolato ‘Colline come elefanti bianchi’ che amo molto perché nasconde nel tessuto narrativo la vera posta in gioco della storia: ovvero un aborto. Un racconto, proprio per le possibilità simboliche di cui parlavi, può permettersi di togliere di mezzo il tema principale e, grazie alla sua accuratezza, andarlo a cercare più in superficie: in questo caso c’è solo il binario di una stazione ferroviaria e un uomo e una ragazza che parlano del più e del meno (sembrano parlare del più e del meno) in attesa che arrivi il treno. Ogni short story attua l’esagerazione della diminuzione, e in questo senso somiglia al riassunto di una storia, il risultato a cui perviene è sempre straniante, parlerei quasi di ‘realismo sintetico’ del racconto”.

Bart Van den Bossche: “Nello stesso tempo, e proprio per questa grande compattezza cristallina, il racconto riesce a interagire con una straordinaria varietà di contesti, coniugando in modi originali e sperimentali documento ed immaginazione, singolarità del caso e prospettiva generale. Per via della sua natura cristallina, il racconto si trasforma in prisma, capace di registrare e di rendere visibili tensioni subdole, vie coperte, velleità larvate, piacere sottaciuti anche in situazioni apparentemente molto banali. Ecco perché la scrittrice Alison MacLeod nel suo intervento ha sottolineato la natura  letteralmente vitale del racconto: un racconto è inestricabilmente legato alla linfa vitale di un’esistenza, è capace di cogliere le innumerevoli sfaccettature della vita, del nostro rapporto con la vita”.

Luca Ricci : “Non a caso Nathaniel Hawthorne, uno dei padri della letteratura nord-americana, intitolò la sua raccolta “Twice-Told Tales”, racconti narrati due volte, e c’è bisogno di narrarli due volte proprio perché una volta sola non basterebbe a esaurire la ricchezza della forma e del senso, e poi perché c’è sempre un mistero che continua ad aleggiare- lo scrittore argentino Ricardo Piglia ha detto che solo uno dei due misteri di cui deve dotarsi un racconto può essere risolto-, e poi perché un racconto a differenza di un romanzo è fatto per essere riletto. Un romanzo ti chiede lo sforzo di essere letto per intero, un racconto vuole farti provare nostalgia“.

Bart Van den Bossche: “Durante un convegno sul racconto non si può ovviamente non affrontare anche l’interazione fra lo sviluppo di nuovi media e l’evoluzione delle forme di scrittura. Certamente i nuovi media generano nuovi formati e nuove contraintes per l’atto narrativo, ed è certamente molto interessante per chi si occupa del racconto vedere che cosa bolle nelle innumerevoli pentole digitali dei blogs, della twitteratura, o delle forme di scrittura collaborativa, interattiva e intermediale. D’altra parte in queste forme narrative brevi si colgono spesso caratteristiche, echi e motivi delle tradizioni narrative più antiche legate alla favola e al mito. E in particolare per il racconto si ha l’impressione che le varie forme di digital storytelling, ma anche la grande popolarità di serie televisive facciano vedere quanto nelle forme narrative brevi s’intreccino l’estremamente nuovo e l’estremamente antico, e quanto la narratività continui ad essere la linfa vitale delle nostre società”.

Luca Ricci: “La contemporaneità ci ha sommerso di scritture brevi. Lo sono i post di Facebook e, ovviamente, i 140 caratteri richiesti per la composizione di un ‘cinguettio’ su Twitter, i vari hashtag con cui accompagniamo ed indicizziamo le nostre foto su Instagram, eppure questa brevitas ha poco o niente a che fare con la misura aurea del racconto, cade cioè al di qua di una vera e propria narrazione, nel campo del’infinitamente piccolo, in ciò che semmai richiama altre forme classiche della brevità, e cioè la massima, il bon mot, l’epigramma o l’aforisma, scritture sapienziali che oggi sono diventate  strumentali biglietti da visita dei nostri avatar digitali, mini spot delle nostre personalità-account. Ma certo la partita è aperta, e le scritture (e le letture) in continuo movimento, per fortuna”.

 

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