Capitale della moda e del design, della finanza e della cultura. Borghese e industriosa, colta e illuminata, corrotta, avvelenata... Sellerio ha chiesto a scrittori come Giorgio Fontana, Helena Janeczek e Paolo Di Stefano di raccontare la città che si prepara all'Expo - Su IlLibraio.it un estratto dal testo del premio Campiello 2014

Milano o la città. Così, attraverso frammenti di esistenze eccentriche, che sono poi le giornate di persone appartenenti alla nuova realtà urbana, i racconti raccolti nel volume pubblicato da Sellerio “vogliono rappresentare che cosa vuol dire vivere insieme in una città oggi. E che cosa vuol dire vivere una città nell’epoca in cui sembra smarrita la possibilità di riconoscerne un’identità”. Eppure nei personaggi diversi, ma accomunati dall’accettare come ordinario lo straordinario della loro vita cittadina, giunge comunque e si fissa l’atmosfera unica dei luoghi abitati dai caratteri.

Giorgio Fontana (premio Campiello 2014) raffigura «la capacità di Milano di essere più reale di ogni sogno o perversione» attraverso l’estate «atlantica» di un giovane sbandato, l’estate degli sgomberi dei centri sociali. Per Helena Janeczek la metropoli emerge come un ologramma colorato dagli sprazzi di conversazione di un ragazzino che parla dentro un gioco elettronico con un partner che sta lontano, a Caltanissetta, e, a poco a poco, diventa presente e amico più dei compagni vicini. L’ingegnere slavo di Di Stefano confessa al commissario la sua assurda ribellione perché «Milano non era più il paradiso grigio che avevo conosciuto all’arrivo». L’esperienza urbana del supplente di Marco Balzano culmina nell’incontro con un alunno ricoverato in una casa alloggio per pazienti psichiatrici. Neige De Benedetti trova la città in un tram perché «l’unica cosa di cui si parla a Milano è partire». E «dove voi siete io sono già stato, dove vado io è dove voi non arriverete» conclude il suo racconto il fuggitivo di Francesco M. Cataluccio: una specie di eterno viandante, profugo siriano mezzo ebreo che nelle architetture pretenziose della stazione rivive luoghi percorsi da generazioni passate.

Milano

Su IlLibraio.it l’incipit del racconto di Giorgio Fontana
(per gentile concessione di Sellerio)

Salvi quasi per caso

Noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.
BEPPE SALVIA

NON C’È UNA MEDAGLIA D’ARGENTO NELLE COSE DELLA VITA.

Trovammo la scritta su un muro dalle parti di via Leoncavallo, in una traversa, forse via Lambrate o forse dall’altro lato – via Conegliano, via Chavez, non ricordo. Un tramonto incerto, con l’ultimo brandello di nuvole nere spazzato verso sud, e noi già ubriachi persi. La scritta sembrava voler penetrare più a fondo nella pietra invece di emergere da essa: il colore chiaro di un gessetto, in maiuscolo sgraziato, tracciata in fretta sopra un bidone dell’immondizia. Di lì a breve sarebbe sbiadita e poi scomparsa nella pioggia. «Questa non è niente male» disse Gigi, appoggiandosi alla mia spalla.
«Una grande verità» annuii.
«Ricordamelo domani, così la… Non so. La trascrivo».
«Ci facciamo uno striscione».
«Sì, sì! E lo appendiamo da qualche parte».
Anche gli altri convennero. Ricordo poco di quella sera come di tante altre – tutto concorreva a fondersi in un’unica, grande sbronza a più livelli – ma ricordo alla perfezione quella scritta, e il momento in cui la scoprimmo: in qualche modo coincise con l’inizio di una nuova consapevolezza, e la fine di un periodo travagliato. Non mi salvò, ma cominciò a seminare un dubbio. Non c’era una medaglia d’argento ad aspettarmi: avrei impiegato ancora qualche tempo a capire l’esattezza del concetto.
Intanto quella sera, dopo altri giri di birre da un kebabbaro, finimmo tutti a dormire da Livio in via Rombon, ai margini nord-est del quartiere: mi svegliai sulla seggiola di fianco alla porta dell’ingresso, ancora vestito; misi la testa sotto il lavandino della cucina e diedi un’occhiata agli altri che russavano sparsi sul materasso. Gigi era allungato per metà a terra, e dalla bocca gli colava qualcosa. Respinsi un conato di vomito.
Io stesso avevo una grossa macchia sulla camicia (la salsa di un kebab?): pescai dall’armadio del mio amico una maglietta verde e mi cambiai.
Poi tornai a casa. Pioveva, e la 55 era stranamente vuota. A una fermata una signora peruviana con dei maglioni in un sacchetto di plastica si sedette di fianco a
me e mi chiese delle indicazioni. Quando scesi a piazzale Loreto e imboccai viale Brianza, mi parve di sentire ambulanze ovunque. Davanti all’incrocio di casa, poco prima dei binari della Stazione Centrale, abitava un cieco che incrociavo di frequente: quando aprii la porta lui uscì di casa con un’amica, cieca anche lei: puntarono il bastone a terra e scomparvero dietro la curva, tenendosi a braccetto.
Il giorno precedente, mio fratello era tornato dai nostri genitori per scrivere la tesi di laurea in tranquillità.
Il bilocale era deserto. Mi accorsi che sul frigorifero aveva appeso un messaggio: Ciao Marco, per favore cerca di tirarti un po’ fuori, gli ultimi giorni mi sono preoccupato davvero tanto. Per qualsiasi cosa e in qualsiasi momento chiamami. Okay? Mi raccomando. Rimasi lì qualche istante con il foglietto verde in mano. Il mio dolce, adorato fratello: cinque anni in meno, cintura nera primo dan di taekwondo, abbonato da dieci anni in curva Sud, ottimo fotografo e tanto più responsabile di me. Provai un atroce senso di colpa, e insieme fui invaso dalla gioia: c’era sempre qualcuno cui importava di me, qualcuno che mi avrebbe lasciato un piccolo messaggio.
Mi buttai sul divano. Ero bloccato dalla nausea e dal mal di testa; inoltre avevo delle fitte regolari al fianco destro. Nulla che non potesse essere curato con il solito rimedio, comunque: due pastiglie di paracetamolo, molta acqua, sdraiarsi a serrande chiuse con una benda fradicia sugli occhi. E un po’ di tempo per rimettersi in sesto. Fortunatamente o sfortunatamente, il tempo era tutto ciò che avevo.

(continua in libreria…)

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