Le cinque voci di David Bowie

di Gianluigi Ricuperati | 11.01.2017

A un anno dalla morte di David Bowie, un viaggio d'autore nell'opera del "Duca Bianco", che era anche un vorace lettore, e un approfondimento sulle sue cinque voci "fondamentali", perché "da ciascuna di queste filava un fitto e misterioso telaio di connessioni culturali, ispirazioni immaginali, passioni timbriche: ciascuna di queste voci possedeva caratteristiche romanzesche..."


Un anno fa è morto David Bowie. David Bowie è stato un vorace lettore, principesco curioso ossessivo e compulsivo, al punto da definire la lettura (nel celebre questionario di Proust di Vanity Fair) “la sua idea di felicità perfetta”.
Io credo in David Bowie e credo nella lettura: credo nell’attitudine principesca e curiosa nei confronti della lettura, il che significa: immersione continua e discontinua, decine di volumi aperti, approccio Uber ai paragrafi dei libri più svariati, approccio Duchamp ai soggetti e ai temi più svariati. Duchamp è stato il santo liberatore dell’arte contemporanea, capace di trasformare qualsiasi impulso e stimolo in espressione. Bowie è stato il nostro Duchamp, il Duchamp degli années pop: capace di metabolismo assoluto rispetto ai materiali della cultura. La sua lista di testi prediletti ha fatto annuire d’ammirazione anche i critici più azzimati, tanto varia e raffinata era la scelta, e nessun tour mondiale partiva senza una valigia piena di volumi. L’ultimo commento pubblico sulla propria musica l’ha rilasciata sibillina ed essenziale, l’ha rilasciata a un romanziere ‘alto’ e sofisticato (Rick Moody, che ne ha scritto in occasione dell’uscita di The NextDay). I suoi album sono colmi di citazioni, e lo spettro delle impollinazioni incrociate nella sua opera – tra immagine, parole, atteggiamenti – è così ampio che all’indomani della sua scomparsa il mensile d’arte più importante del mondo, Frieze, ha dedicato un articolo a ‘Bowie come scuola d’arte’ per numerosi teenager di varie generazioni che oggi, cresciuti, occupano i musei e insegnano a loro volta nelle scuole di tutto il mondo.


Bowie ha sintetizzato in modo mirabile i suoni concettuali della cultura – gli echi del mondo della mente. E il mondo della mente – lo sanno gli psichiatri e i neurologi, ma lo sanno anche i bambini e i maestri cantori – è fatto di suoni, ancor più che di sostanze: e per assumerli nel nostro organismo lo strumento metabolico ideale è l’imitazione della voce. Quando leggiamo imitiamo la voce di chi scrive, nel silenzio della nostra camera interiore: la letteratura, in particolare, è un museo di voci da assorbire senza orecchie. Thomas Bernhard pubblicò in una sontuosa raccolta di prose brevissime un racconto intitolato L’imitatore di voci, nel quale un signore sa imitare decine di personaggi diversi ma poi fatalmente dimentica la propria voce.
Io credo che il Bowie cantante avesse almeno cinque voci fondamentali – e da ciascuna di queste voci filava un fitto e misterioso telaio di connessioni culturali, ispirazioni immaginali, passioni timbriche: ciascuna di queste voci possedeva caratteristiche romanzesche, non nel senso delle trame d’avventura, ma nel senso del ‘tono che parla’ nei romanzi. Bowie, come tutti gli artisti superlativi, era un magnifico operaio specializzato, e interveniva costantemente sul proprio operato, sempre insoddisfatto, fino alla grande uscita di scena di Blackstar (non sono molti coloro che finiscono col proprio capolavoro): per un curioso meccanismo di simmetria e condensazione, il suo ultimo disco incarna tutte e cinque quelle voci. Bowie, grande alchimista e cabalista autodidatta, ha assunto nelle proprie corde vocali una ruota (una stella a cinque punte) di intonazioni che riassumono una buona parte delle possibili ‘voci’ con cui raccontare una storia. L’ha fatto per quarant’anni, e l’ha ribadito negli ultimi mesi di vita. Ecco perché Bowie non è stata soltanto una ‘scuola d’arte’ per creativi visivi, ma anche un’università della curiosità per narratori e prosatori. Chiunque voglia capire intimamente come funziona una voce può rivolgersi anche qui, nell’opus sfrangiato e ambiziosissimo di un figlio della classe operaia inglese, divenuto leggenda popolare e nel contempo esempio di integrità artistica radicale. Ecco, di seguito, un tentativo di descrizione basilare delle cinque voci letterarie di David Bowie.
David Bowie

# 1 / La voce grossa


Se volete capire come canta Bowie, bisogna andare dritti al 1967, quando i Walker Brothers, che non erano fratelli e non si chiamavano nemmeno Walker, facevano impazzire le folle e le ragazze come i Beatles e gli Stones. Un po’ come Jovanotti in Italia, popstar per ragazzini, ma in modo decisamente più estremo, il cantante principale dei Walker Brothers, Scott Engels (noto come Scott Walker) ha mollato i panni della popstar ( “I’m not a popstar” canta il Duca in uno dei cori di Blackstar) diventando un cantautore sperimentale di enorme influenza e caratura. Scott registra quattro album splendidi, con canzoni dedicate agli argomenti più vari e spinosi (dai regimi ‘neostalinisti’ al Settimo Sigillo di Bergman), marchiate da orchestrazioni coltissime che rimandano a Prokofiev, Sibelius e perfino in certi passaggi la scuola viennese. Nel 1976 i Walker Brothers incidono un disco fondamentale per Bowie, Nite Flite, che contiene una canzone omonima poi interpretata dal  Duca quindici anni dopo: sono pezzi stupendi, nei quali emerge soprattutto un elemento di ‘funk raffreddato’, con passaggi armonici azzardati e paesaggi sonori che ricordano a tratti le sinfonie cinematografiche realizzate da George Hermann per Hithcock e altri registi. Ma è la voce di Scott che torna, lasciando impressionati molti colleghi sia Brian Eno, che si accingeva a produrre Low, che lo stesso Bowie: quello di Walker è un incessante lavoro sui timbri più aulici di una voce strabiliante, profonda suadente e insieme retorica e colma di echi, come un incrocio impossibile tra Frank Sinatra e Jacques Brel. Un tenore esistenzialista, se vogliamo, ma senza alcuna affettazione: il grado zero della voce tenorile, per citare il Roland Barthes che chiosa lo stile di Albert Camus (peraltro citato nella quarta di copertina di Scott 4, forse il migliore tra i primi 33 solisti di Walker), definito dal grande critico ‘scrittura bianca’. Bowie ha letteralmente fatto proprio quel modo di cantare, tutto di gola, preoccupato di scrutare all’orizzonte degli eventi qualcosa che possa definire meglio l’umano. Provate a sentire questo registro bowiano, che è uno dei più diffusi nella sua discografia, ma rappresentato su Blackstar da Sue (in a season of crime), oppure lo splendido epitaffio di I can’t give everything away, leggendo uno dei paragrafi finali de L’uomo in rivolta di Camus: “Nell’universo del processo, finalmente conquistato e portato a compimento, un popolo di colpevoli camminerà senza posa verso un’impossibile innocenza, sotto lo sguardo amaro dei grandi inquisitori. Nel ventesimo secolo, la potenza è triste”.
Quello della potenza triste è uno dei temi che si possono affrontare, che s’intrecciano come piante di vite, a una voce del genere: la bocca che urla nel video di Heroes, gorgo mobile in un corpo immobile, è il riflesso urlante di una consapevolezza senza sconti.

#2  La voce irrangiungibile


Lo trovate dovunque, dal ritornello di Quicksand (Hunky Dory, 1971) alla celeberrima operetta morale di Ashes to Ashes (1980), passando dalla polifonia funk di Fame (1975) e dal mèlo di Lady with the grinning soul (1973): ma in Blackstar appare in uno dei pezzi più intensi, ‘Tis a Pityshewas a whore, un hard-rock suonato con isteria free jazz che rende giustizia alla nota frase ‘grazia sotto pressione’. Ecco cos’è per un cantante il falsetto, per esempio: grazia sotto pressione, un modo di restituire alle redini della realtà fisica il cavallo dell’immaginabile. Nel Giovanotto Ricco di Francis Scott Ftizgerald Dolly viene descritta come ‘una zingara dell’irrangiuggibile’ – una definizione che funzionerebbe anche per Bowie, e che forse descrive con una certa precisione la qualità girovaga di un tono giovanile già di suo piuttosto alto, ma che nel falsetto rivela una vocazione teatrale, ma di uno spettacolo off, o di un mimo sperimentale. Non a caso il testo di Fitzgerald comincia con una specie di invocazione alla musa in falsetto, esercitata con sprezzatura, alla quale bisogna credere e non credere: incomincia con la parola incomincia: “Incomincia con un individuo e constati che, quasi senza accorgertene, hai creato un tipo; incomincia con un tipo e constati di aver creato…un bel nulla. Questo perché siamo tutti creature strane, più strane dietro il paravento dei volti e delle voci di quanto vogliamo far sapere o di quanto sappiamo noi stessi.”
Sembra che Bowie non abbia cantato d’altro.

            #3 La voce chioccia


Pochi dubbi: è la voce di Ziggy, la vera prima nascita di Bowie: la sentite in Soul Love, al suo meglio radioso: la voce di un tredicenne un po’ alieno risucchiato da un venticinquenne molto terrestre, immerso nell’urgenza di ‘essere qualcuno’. E se pensate che un tredicenne è  un  animale intrappolato dall’urgenza ben più basica, di essere qualcosa: e se pensate che la maggior parte di noi ha incontrato Bowie proprio intorno a quell’età: e se pensate che il più grande cliché legato al compositore ha a che fare con l’ambiguità sessuale – siete pronti per passare dal timbro adolescenziale-stellare, una voce che sembra coricata su colla di pesce e adenoidi infiammate, strettoia di una strettoia, così ormonalmente carica che Bowie adulto l’aveva di rado ripresa, perché la voce è una partitura biologica che imbianca come la barba, e invece nel pezzo omonimo (maestoso) di Blackstare merge proprio quando la tessitura si fa tenera e melodica, e canta: “Something happened on the day he died”, qualcosa è successo nel giorno della sua morte. È la voce chioccia e oracolare che ‘mira a infiammare, non a istruire’ dei libri di Jean Genet, autore amato e omaggiato in più di un brano (su tutti The Jean Genie, 1973). Leggiamo nel Funambolo, del grande autore francese: “è un mistero fra i più sconvolgenti: dopo un periodo luminoso, ogni artista attraverserà una sconfortante contrada, rischierà di perdere la ragione e la sua maestria. Se ne esce vittorioso… “
Con questa voce Bowie, dopo una vita di mutamenti e governo di sé, ne he uscito vittorioso.

#4 La voce-altalena


Bowie, ha scritto Rick Moody nelle sue annotazioni su Joe the Lion (1977), aveva una voce che sapeva fare swing: è stato infatti uno dei pochi bianchi ad avventurarsi nel territorio del soul, con Young Americans (1975), e uscirne rispettato dalla comunità nera. La voce-swing è una voce che non si caratterizza solo da colori e volumi, ma principalmente dalla sua capacità di stare sull’altalena del tempo musicale con naturalezza: cioè con artificio, sublime come le lacche e i vestiti sgargianti che sono una delle sue tante personalità fondanti. La voce rincorre la brutalità e la bellezza dell’estrema velocità del verbo: distorce, enumera, racchiude Provate a sentire John I’m only dancing again, un out-take da Young Americans, o la traccia che dà il titolo al disco, la pronuncia spuntata e britannica di Bowie viene a tratti frullata in un mumbo-jumbo di imitazioni e frittate, sillabe-stritolate, sillabe strapazzate. È la voce degli eccessi e della nicotina, è la voce del peperoncino nel latte che mescola il rap ante-litteram e il mentalismo delle associazioni verbali di BryonGysin e William Burroughs, la cui tecnica cut-up e fold-in è riconosciuta universalmente come un’influenza sul modo di comporre di Bowie. Su Blackstar ne trovate una buona incarnazione in Girl Loves Me, che contiene un verso da filosofo con le catene d’oro, che sembra già fin d’ora un campionamento ideale per Kanye West: where the fuck did monday go? dove cazzo è finito il lunedì?

#5  La speranza di una voce senza speranza


Baritonale oppure tenorile: senza effetti, sospesa a mezz’aria, quieta, confessionale: è una delle voci interiori di Bowie che mi piacciono di più: su Blackstar la trovate in Lazarus, ma anche all’inizio del cantato di Sound and Vision (1977), o il recitativo stanco di Always crashing in the same car, sempre da Low (1977), il primo disco della cosiddetta ‘trilogia berlinese’. Tobias Ruther, nel suo libro su Bowie a Berlino (Heroes) ha fatto giustamente notare come alcune delle atmosfere rapprese nei tre LP siano molto vicine alle note disilluse e frammentarie di un piccolo capolavoro letterario uscito proprio agli albori dell’avventura tedesca del Duca, Montauk dello scrittore svizzero Max Frisch. Provate a mettere su una parte qualsiasi di Low e scegliere a caso alcuni stralci del testo di Frisch, come questo: “Il pianto di una donna per telefono mi rende smarrito, completamente smarrito; l’impossibilità di prenderle il polso – il che del resto non cambierebbe nulla”.
È un libro dalla forma inusuale, nel quale una specie di diario viene quasi interrotto da alcune ‘grida’ testuali scritte in stampatello, tipo: MAX, WHAT IS YOUR STATE OF MIND? MAX, YOU ARE A FORTUNATE MAN, oppure QUESTO E’ UN LIBRO SINCERO, LETTORE, etc.

E se non siete insensibili alle voci della vita, alle diverse voci di Bowie, alle diverse voci della vostra storia, alle diverse voci della vostra narrativa interminabile, se vi sentite turbati dai differenti megafoni che albergano dentro le possibilità di essere qualcuno, di essere qualcosa, di cambiare la propria vita: pensate a David Bowie, provate le vostre cinque voci, le sue cinque voci, le nostre, e ascoltate la speranza di cantare senza speranza.
L’AUTORE – Gianluigi Ricuperati, scrittore, saggista, curatore, è Direttore Creativo di Domus Academy. Sta per tornare in libreria con  La scomparsa di me (Feltrinelli). Tra i suoi libri precedenti, La tua vita in 30 comode rate (2009, Laterza), Il mio impero è nell’aria (2011, Minimum Fax) e La produzione di meraviglia (2013, Mondadori)



LEGGI ANCHE – I libri più amati da David Bowie, mito rock