Attraverso gli occhi di una giovane londinese di origini indiane, il romanzo di Balli Kaur Jaswal, "Vite segrete delle donne Punjabi", narra le speranze, i sogni e le storie che si nascondono nel cuore delle donne della comunità sikh di Southall, in Inghilterra... - Su ilLibraio.it un estratto dal romanzo dedicato alla condizione delle donne tra l'Oriente e l'Occidente

Giovane londinese di origine indiana, Nikki vive la propria emancipazione e la propria indipendenza nella speranza di poter essere d’esempio ad altre donne e, proprio per questo motivo, accetta di tenere un discorso al tempio sikh di Southhall, durante il corso di scrittura creativa, convinta il suo esempio di indipendenza femminile possa aiutare le donne della comunità. Inaspettatamente, Nikki si ritrova davanti a un pubblico di vedove che non sanno né leggere né scrivere in inglese e, soprattutto, che non condividono affatto i suoi ideali di emancipazione. Da quel momento, la giovane entra gradualmente in contatto con la complessa e delicata realtà che si cela sotto le dupatta: quei copricapi nascondono donne che hanno vissuto la loro esistenza in funzione di padri, fratelli, mariti e figli, ma senza mai rinunciare alla propria vita interiore, fantasie, pensieri e storie che non hanno mai avuto il coraggio o la possibilità di raccontare.

Firmato dalla scrittrice Balli Kaur Jaswal, originaria di Singapore ma cresciuta tra il Giappone, la Russia, l’Australia e gli Stati Uniti, Vite segrete delle donne Punjabi (HarperCollins Italia, traduzione di Roberta Zuppet) è un romanzo tutto femminile, che guida il lettore alla scoperta dell’Occidente guardato con gli occhi dell’Oriente, e dell’Oriente guardato con gli occhi dell’Occidente, attraverso tanti punti di vista femminili che diventano uno solo, corale e sfaccettato.

vite segrete delle donne punjabi copertina

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del romanzo:

Vent’anni addietro, durante il suo primo e ultimo tentativo di diventare britannica, Kulwinder Kaur aveva comprato una saponetta alla lavanda. Aveva giustificato l’acquisto osservando che, a forza di usarla, la solita saponetta all’olio di neem si era ridotta a una sfoglia. Quando Sarab le aveva ricordato che avevano un armadietto pieno di prodotti arrivati dall’India (dentifricio, sapone, olio e crema fissante per capelli, amido per turbanti e diversi flaconi di detergente intimo che lui aveva scambiato per shampoo), Kulwinder aveva obiettato che prima o poi gli articoli da
toeletta provenienti dalla madrepatria si sarebbero esauriti.

Si stava solo preparando per l’inevitabile. Il mattino dopo si era svegliata presto e aveva vestito Maya con calzamaglia, gonna scozzese e pullover. A colazione le aveva raccomandato con ansia di stare ferma per non rovesciare il cibo sulla sua primissima divisa scolastica. Aveva inzuppato il roti nell’achar, una salsa speziata al mango che macchiava le dita e lasciava un puzzo persistente sulle mani. Aveva offerto l’achar a Maya, che aveva arricciato il naso per il sapore acido. Dopo mangiato, Kulwinder aveva usato il sapone nuovo per strofinare le mani di entrambe: tra le dita, sotto le unghie e soprattutto in quelle linee sottili sul palmo che annunciavano il futuro. Si erano presentate alla reception della scuola elementare profumate come un giardino inglese.

Una giovane bionda che aveva detto di chiamarsi Miss Teal si era chinata per guardare Maya negli occhi.
«Buongiorno.» Aveva sorriso e la bambina l’aveva imitata. «Come ti chiami?»

«Maya Kaur.»

«Oh, devi essere la cugina di Charanpreet Kaur. Ti stavamo aspettando» aveva detto Miss Teal. Kulwinder aveva provato una familiare tensione. Era un malinteso diffuso – la convinzione che tutte le persone con il cognome Kaur fossero parenti – e di solito riusciva a spiegarlo, ma quel giorno le parole in inglese le sfuggivano. Era troppo nervosa per il nuovo mondo in cui Maya stava per entrare.

«Diglielo» aveva esortato la figlia in punjabi, «altrimenti penserà che io sia responsabile di tutti gli altri bambini indiani qui dentro.» Le era venuta in mente una spaventosa scena in cui lasciava lì Maya e tornava a casa con una nidiata di figli nuovi di zecca.

«Charanpreet non è mia cugina» aveva detto Maya, sospirando per la riluttanza della madre. «Nella mia religione
tutte le femmine sono Kaur e tutti i maschi sono Singh.»

«Tutti una grande famiglia, i figli di Dio» aveva aggiunto Kulwinder. «Religione sikh.» Per qualche stupida ragione aveva mostrato il pollice alzato, come se stesse consigliando una marca di detersivo.

«Interessante» aveva detto Miss Teal. «Maya, ti va di conoscere Miss Carney? È l’altra maestra.»

Miss Carney si era avvicinata. «Guarda che occhi incantevoli» aveva tubato.

Kulwinder aveva allentato la stretta sulla mano di Maya. Quelle erano persone gentili che si sarebbero prese cura di sua figlia. Nelle settimane precedenti si era tormentata all’idea di mandare Maya a scuola. E se gli altri bambini l’avessero derisa per il suo accento? E se qualcuno avesse chiamato Kulwinder per un’emergenza e lei non ci avesse capito un’acca?

Miss Carney le aveva allungato una cartellina di moduli da riempire. Kulwinder ne aveva pescati altri dalla borsetta. «Gli stessi» aveva spiegato. Sarab li aveva compilati la sera prima. Conosceva l’inglese meglio di lei, ma aveva comunque impiegato molto tempo. Guardandolo appoggiare il dito su ogni parola mentre leggeva, Kulwinder aveva avuto la sensazione che fossero tornati piccoli, costretti a imparare l’alfabeto. «Presto Maya ci tradurrà ogni cosa» aveva osservato Sarab. Kulwinder avrebbe preferito che non lo dicesse. Non era giusto che i figli sapessero più dei genitori.

(Continua in libreria…)

 

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