"Dobbiamo convincerci a non cambiare strada ogni volta che sentiamo odore di felicità. Convincerci che quella felicità ci appartiene più dei bisogni altrui": su ilLibraio.it la riflessione dell'autrice Roberta Marasco, secondo cui "forse è necessario un nuovo femminismo, che riparta dalle emozioni, dalle storie d’amore, che si riprenda il lieto fine..."

Il femminismo rosa che parla d’amore

La felicità delle donne è uno dei pochi tabù rimasti, nell’epoca in cui i social si divertono ad abbatterli come birilli.

C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato in una donna felice, pare. Una donna felice è una donna egoista, superficiale, pigra, arida. Una donna non può essere felice se prima non ha speso tutta se stessa, se non è stanca, se non si è sacrificata, se non ha dimostrato il proprio valore in quanto donna prendendosi cura dei figli, del marito, della casa, del cane, del gatto, delle piante, prendendosi cura di qualcosa, qualunque cosa, altrimenti che donna è.

È uno dei motivi per cui la narrativa rosa fa storcere tanto il naso, con un accanimento che lo sdegno letterario non basta a giustificare. Dietro quelle critiche sembra esserci piuttosto un fastidio strisciante nei confronti dellintrattenimento e della felicità femminili, soprattutto se legati all’evasione pura, al cazzeggio letterario un po’ egoista, se insomma non passano per la fatica, per la dedizione agli altri, per il cruccio intellettuale o per il sacrificio.

Perfino il femminismo non è riuscito a fare breccia in questo tabù, con le sue immagini di donne forti, battagliere, realizzate, orgogliose, ma mai solo e semplicemente felici. Con la sua avversione istintiva verso il “rosa” in tutte le sue accezioni, il rosa dei sentimenti, dei sospiri, degli amori che forse sì, forse servivano a tenerci buone fra un rammendo e una cena, ma custodivano anche qualcosa di molto più prezioso. La strada verso la felicità, verso il lieto fine. Quella strada in cui la donna è l’unica protagonista, in realtà, e l’amore, quando arriva, è un premio e quasi mai uno strumento.

Il lieto fine ha un potere indiscutibile. Il report presentato dall’Aie al Salone del Libro di quest’anno ha rivelato che le storie d’amore sono uno degli elementi trainanti della rinascita del settore. Il marketing e lo storytelling conoscono bene il valore del lieto fine, non lo nascondono sotto un cuscino e qualche lacrima, come facciamo a volte noi donne. Obama ci costruì sopra la sua intera campagna elettorale, con un Yes we can che non era poi molto lontano dagli happy end del rosa (tanto che lo suggellò con limmagine di un bacio diventata subito virale). Certo, se lavesse detto Hillary Clinton leffetto sarebbe stato molto diverso e probabilmente le avrebbero consigliato di fare meno la sentimentale. Anche Stay hungry stay foolish sulle labbra di Ellen DeGeneres, del resto, forse sarebbe stato interpretato come un inno isterico alla dieta.

Le donne che si emozionano sono irrazionali, inaffidabili, fragili, umorali. Gli uomini che si emozionano invece fanno furore su Instagram, meglio se tatuati e in procinto di fare una treccina alle figlie. Mark Zuckerberg cambia un pannolino ed è pioggia di like, quando noi per anni abbiamo finto che i nostri figli crescessero da soli come cactus, per avere un briciolo di credibilità sul lavoro.

Insomma, tutti, ma proprio tutti ci credono, nel lieto fine. E noi donne intanto stiamo lì ad aspettare che qualcuno ci dia il permesso per essere felici. È la Teoria dello Strofinaccio. La teoria per cui qualunque donna, anche la più realizzata e battagliera, nel momento in cui il marito o il compagno apre la porta di casa sente il bisogno di farsi trovare occupata, stanca, esausta, affaticata, mai riposata, mai semplicemente appagata. “Quando tuo nonno stava per rientrare a casa, mi tenevo sempre uno strofinaccio vicino” mi disse una volta mia nonna, che era giornalista e girò il mondo, “in modo che non mi trovasse mai senza far niente”. È quello strofinaccio a tenerci lontane dalla felicità, a farci lavorare ai nostri sogni la sera, quando la casa dorme e nessuno ha più bisogno di noi. È quello strofinaccio a convincerci che l’unico modo per essere davvero felici sia farci il vuoto intorno, per essere autorizzate a smetterla di ammazzarci di fatica e tornare a guardarci negli occhi. È quello strofinaccio, sempre in agguato in un angolo della nostra mente, a vanificare qualunque battaglia femminista.

Allora forse è necessario un nuovo femminismo, che riparta dalle emozioni, dalle storie d’amore, che si riprenda il lieto fine. Un femminismo rosa. Un femminismo che ci dica che va bene così, che possiamo fermarci e pensare a noi stesse, prima di essere esauste. Senza bisogno del permesso di nessuno. Un femminismo che ci insegni di nuovo a credere nei sogni, a fidarci delle nostre emozioni, perché sono le emozioni a renderci forti e ogni volta che le nascondiamo in un bicchiere di vino, in un fazzoletto, nei sensi di colpa, diventiamo un po’ più deboli. Un femminismo in cui i sospiri non sono segni di debolezza, sono solo il momento in cui prendiamo fiato, prima di dare battaglia.

Dobbiamo convincerci a non cambiare strada ogni volta che sentiamo odore di felicità. Convincerci che quella felicità ci appartiene più dei bisogni altrui. E quando si tratta di insegnare la strada verso la felicità, quella vera, che passa dentro di noi, i romanzi d’amore non devono prendere lezioni da nessuno. Poi, se proprio ci serve il permesso per essere felici, almeno chiediamolo alla persona giusta, ossia a noi stesse.

Marasco

IL LIBRO E L’AUTRICE – Le regole del tè e dell’amore arriva in libreria dall’8 settembre per Tre60.
L’amore di Elisa per il tè risale alla sua infanzia. È stata sua madre a insegnarle tutte le regole per preparare questa bevanda e ad associare, come per gioco, ogni persona a una varietà di tè.
Daniele, il suo unico grande amore, è tornato dopo tanto tempo. Ma Elisa ha imparato da sua madre a non fidarsi della felicità, a non lasciarsi andare mai, perché il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. Prima di tutto dovrà trovare se stessa, poi potrà capire se Daniele può renderla felice.
Quando trova per caso una vecchia scatola di tè con un’etichetta che riporta la scritta ROCCAMORI, il nome di un antico borgo umbro, Elisa ne è certa: si tratta del tè proibito della madre, quello che le fece provare solo una volta e che, lei lo sente, nasconde più di un segreto. Forse proprio lì, in quel borgo antico, Elisa potrà trovare le risposte che cerca e imparare a lasciarsi andare e a fidarsi dell’amore, guidata dall’aroma e dalle regole del tè…

Marasco tre60

Roberta Marasco è una traduttrice che un giorno si è accorta di aver trascurato le proprie emozioni. Per la fretta, le aveva cacciate tutte da qualche parte dentro di sé, proprio come si fa con gli oggetti che non si ha il tempo di rimettere in ordine. Le emozioni, però, prima o poi tornano a galla, e le sue lo facevano cogliendola alla sprovvista e commuovendola nei momenti meno opportuni. Ha iniziato a scrivere per questo, per vivere le proprie emozioni e tornare a credere nei sogni. Per saperne di più visita la sua pagina Facebook o il suo blog, rosapercaso.

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