Incontro con Mario Biondi autore di La Casa delle Mille e Una Notte ISBN:9788878995529

Dopo tredici anni dedicati alla narrativa di genere — il viaggio, su itinerari insoliti e avventurosi —, con La Casa delle Mille e Una Notte, suo libro numero 17, Mario Biondi, Premio Campiello 1985, torna alla narrativa pura con una “novella” brillante, solidamente basata sull’abilità di costruttore di intrecci, sull’uso smagliante della lingua e sul gusto per le ambientazioni “internazionali”. Rossella, la protagonista, è un’autrice italiana di buon successo, non più giovanissima, che alla finestra di un grande albergo di Parigi attende l’arrivo del suo “Lui”, Jean-Luc, un famoso attore cinematografico italo-francese, anch’egli non più giovanissimo, a cui è legata da un rapporto molto particolare. Nell’attesa la sua memoria risale ai felici giorni della gioventù in cui lei e “Lui” si sono conosciuti nell’Egeo. Ne abbiamo parlato con l’autore.

D. La Casa delle Mille e Una Notte segna il suo ritorno alla narrativa “pura”. Dopo tanti libri di viaggio ha avvertito il “richiamo della foresta”, l’attrazione irresistibile dell’invenzione romanzesca?

R. “Il viaggio” è una miniera inesauribile di ispirazione: pensi soltanto alla triade Iliade-Odissea-Eneide. O a Gilgamesh. È uno dei generi della narrazione, e a mio parere uno dei più nobili. Badi bene che anche in questo mio romanzo è di importanza fondamentale: la protagonista, Rossella, è in viaggio. E in viaggio trova…

D. Che cosa?

R. Lo dice il romanzo stesso, nelle ultime sette parole: “una storia bellissima, un trionfo dell’amore”.

D. “Sette”, già. Tutto ha inizio con una crociera a cui partecipano sette persone. Rossella è con il compagno che sta per perdere, un uomo che frequenta da sette anni e che, guarda caso, è impegnato nell’ideazione del suo settimo film. E così via. Il numero magico è un espediente per introdurre il lettore in una dimensione fiabesca?

R. Il linguaggio figuratissimo della magia offre al narratore mirabili suggestioni. Io vi faccio ricorso di frequente. In questo caso si tratta di “numerologia”, ma in altre mie storie ci sono stati un fatale “rubino dell’amore” e altre cosette interessanti. La lettura dei fondi del caffè, per esempio, che ritorna qui.

D. “Amore”, già. La Casa delle Mille e Una Notte è ascrivibile al genere “romanzo d’amore”?

R. L’amore vi ha un ruolo fondamentale. D’altra parte, come dice una celebre canzone di Broadway, “Love Makes the World Go ‘Round”: l’amore fa girare il mondo. E i miei lettori fedeli ritroveranno di sicuro in questa vicenda tanti elementi (personaggi, ambienti, atmosfere) di altre mie storie che avevano “l’amore” addirittura nel titolo.

D. La Casa delle Mille e Una Notte è anche un omaggio a Istanbul e alla cultura ottomana, grande crogiolo di lingue e culture. Come mai tanta passione?

R. Non credo vi sia persona che visitando Istanbul non provi almeno un istante di intensa fascinazione. La città si chiama ufficialmente così da oltre cinquecento anni, ma è stata Costantinopoli per oltre un millennio, e Bisanzio da chissà quando. E questi straordinari elementi culturali sono tutti lì, ammassati l’uno sull’altro e interconnessi in un modo inscindibile. Io la frequento da oltre quarant’anni e sono arrivato a considerarla la mia seconda casa, essa stessa un’immensa, coloratissima Casa delle Mille e Una Notte.

D. Nel corso del suo viaggio “alla ricerca dell’amore” Rossella fa incontri davvero straordinari. Mi ha colpito in particolare la figura dell’immensa dama armeno-turca, cantante popolare e sciamana. Una sciamana? A cavallo tra Secondo e Terzo Millennio?

R. Ecco un altro “elemento di magia” che mi è molto caro. Dopo la Turchia io ho frequentato a lungo e diffusamente i territori dell’Asia Centrale da cui la galassia di popoli turco-tartaro-mongoli proviene. Sono territori dove la cultura sciamanica è tuttora vivissima, a onta dell’incredulità e non di rado del sarcasmo da cui è circondata nel nostro mondo occidentale, troppo rigidamente razionalista. Sciamani bianchi o neri (benefici o malefici) si possono incontrare in molti luoghi. Compaiono in diversi miei libri, di viaggio o di invenzione. Anche se in realtà non ho inventato niente: ho soltanto raccontato storie che mi sono sentito raccontare.

D. Infatti Madame Iphigénie (ovvero Figen Hanım, in turco) afferma di discendere da una prozia sciamana, a sua volta considerata l’erede della grande “sciamana di Kaş”.

R. Chi ha letto i miei romanzi che hanno “amore” nel titolo sa già tutto. Gli altri scopriranno nella Casa delle Mille e Una Notte la mia idea di base della narrazione, che equivale a “produzione di storie a mezzo di storie”. Una storia ne genera inevitabilmente un’altra e un’altra ancora e così via, all’infinito.

D. Strano, per uno scrittore che di formazione è un economista.

R. Al contrario, forse questa idea discende proprio dalla mia formazione. Io sono uscito da un’università in cui aleggia tuttora dominante il ricordo di Piero Sraffa, autore del fondamentale saggio Produzione di merci a mezzo di merci. Basta sostituire “merci” con “storie”… Ogni tanto ci penso… Anche la sciamana di Kaş non l’ho inventata io. È una storia che ho rielaborato, raccontatami con toni di assoluta serietà e sincerità da una grande dama turca che ho conosciuto da quelle parti, durante una vacanza felice come quella di Rossella. E anche i fondi del caffè. Quante volte me li hanno letti, e quanti brividi mi sono sentito correre per la schiena. Io, che mi considero un razionalista di ferro, non scalfibile.

D. Nella bella casa sull’Egeo di Figen Hanım, denominata precisamente “Le Mille e Una Notte”, quasi tutti raccontano storie, ma soprattutto le donne. Perché ha scelto di privilegiare la prospettiva femminile?

R. Perché nella mia vita di avido ascoltatore e “ladro di storie”, le più belle da rubare me le sono sentite raccontare da donne. Tra di esse, parte di quelle che ho messo qui. Ma nella Casa delle Mille e Una Notte raccontano storie anche gli uomini. Ne racconta una il protagonista maschile, l’attore cinematografico Jean-Luc Pavese, controparte maschile della “storia d’amore” di Rossella. E l’architetto istanbulino che racconta il suo arcano sogno adolescenziale. Anche i sogni sono una fonte inesauribile di ispirazione. Tutti raccontano i loro sogni. Inoltre, la stessa fosca vicenda dello “Smeraldo di Bisanzio” non si sa se sia raccontata da un uomo o da una donna. È un’ambiguità che cerco di far filtrare sempre nella mia narrativa: qual è la verità “vera”? Come si fa a distinguerla da quella “fittizia”, ovvero “narrata”?

D. Caratteristica saliente della Casa delle Mille e Una Notte è la lievità. Si veleggia sulle pagine leggeri come fa Rossella sulla barca a vela dove, affranta, teme di aver perduto per sempre l’amore. Come ha raggiunto il risultato di una simile lievità?

R. Lei mi fa arrossire. Talento naturale? Sto scherzando, naturalmente. Cerco di scrivere come mi viene naturale, e se il risultato è, come dice lei, la “lievità”, non posso che esserne profondamente felice.

Intervista a cura di Deodata Minea

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