"La scelta di Edith" racconta in prima persona la vita di Edith Eva Eger, sopravvissuta ad Auschwitz, che ha fatto della sua resilienza uno strumento per aiutare gli altri... - Su ilLibraio.it un estratto dal libro della donna che, a novant'anni, danza ancora...

Nata nel 1927 a Košice, allora Ungheria e oggi Slovacchia, Edith Eva Eger aveva appena sedici anni quando i nazisti la condussero insieme alla sua famiglia nel campo di sterminio di Auschwitz, dove i genitori furono mandati direttamente nelle camere a gas, lasciando sole Edith e sua sorella. Quella sera stessa, Edith danzò sulle note del valzer Sul bel Danubio blu, per ordine del medico militare tedesco Joseph Mengele, il quale la ricompensò con un pezzo di pane che lei divise con le sue compagne. Appena ventenne, Edith sopravvisse ad Auschwitz, alla marcia della morte fino a  Gunskirchen (sottocampo di Mauthausen), dove fu salvata da un soldato americano che la trovò, ancora viva, tra i cadaveri.

Dopo la guerra, Edith si è trasferita negli Stati Uniti e ha studiato psicologia, specializzandosi nella cura di persone affette da disturbi post traumatici, per insegnare loro la capacità di far fronte a eventi traumatici, riorganizzare la propria vita dinanzi alle difficoltà, senza alienare la propria identità: cura i suoi pazienti con la stessa resilienza che l’ha salvata dai campi di sterminio, nella convinzione che “il peggior campo di concentramento è la propria mente”.

Oggi Edith Eva Eger racconta la sua storia in un libro, il suo primo libro: La scelta di Edith (Corbaccio, traduzione di L. Caspani Corradini) narra la prigionia, la sofferenza e la salvezza di una donna che, ormai novantenne, danza ancora.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto: 

Il tono sconfitto di mio padre mi disorienta. Tutti lo conoscono nella nostra città, e lo apprezzano. Spiritoso, sorridente, sembra sempre a suo agio e pieno di vita. È un piacere stare in sua compagnia e non è mai a corto di amici con i quali uscire. Gli piace mangiare (specialmente il prosciutto che a volte introduce di nascosto nella nostra famiglia kosher, mangiandolo sul giornale in cui era avvolto, passandomi dei bocconi di quel cibo proibito, sopportando le accuse di essere un cattivo esempio da parte di mia madre). La sua sartoria ha vinto due medaglie d’oro. Lungi dal fare soltanto cuciture regolari e orli diritti, lui è un grande sarto. Fu così che conobbe mia madre: lei andò nel suo negozio perché aveva bisogno di un abito, e la sartoria di mio padre le era stata caldamente consigliata. Ma lui avrebbe voluto fare il medico, non il sarto, un sogno che suo padre aveva scoraggiato, e di tanto in tanto la frustrazione riemerge.

«Tu non sei un semplice sarto, papà» lo rassicuro. «Tu sei il migliore dei sarti!»

«E tu diventerai la signora più elegante di Košice» replica, facendomi una carezza sul capo. «Hai un fisico perfetto per l’alta moda.»

Sembra aver ritrovato se stesso, lasciando nel dimenticatoio il suo disappunto. Arriviamo davanti alla porta della stanza che condivido con Magda e Klara, la sorella di mezzo, e dove immagino che Magda stia fingendo di fare i compiti mentre Klara toglie la polvere di pece greca dal suo violino. Mio padre e io restiamo sulla soglia ancora un momento, perché né lui né io ci sentiamo pronti a separarci.

«Sai, avrei voluto che tu fossi un maschio» continua mio padre. «Quando sei nata ero così furioso per aver avuto un’altra femmina che ho perfino sbattuto la porta. E invece adesso tu sei l’unica con cui posso parlare.» Mi bacia sulla fronte.

Adoro le attenzioni di mio padre. Come quelle di mia madre, sono preziose… ma precarie. Come se essere degna del loro amore avesse più a che fare con la loro solitudine e meno con me stessa. Come se la mia identità non riguardasse ciò che sono o che possiedo, ma fosse soltanto la misura di quello che manca a ciascuno dei miei genitori.

«Buonanotte, Dicuka» dice infine mio padre, chiamandomi con il diminutivo che mia madre ha inventato per me. Ditzu-ka. Queste sillabe senza senso mi riscaldano. «Di’ alle tue sorelle che è ora di spegnere la luce.»

Quando entro nella stanza, Magda e Klara mi accolgono con la canzone che hanno creato per me. L’hanno inventata quando avevo tre anni e uno dei miei occhi era diventato strabico per un intervento medico sbagliato. «Così piccina, così bruttina» cantano. «Non troverai mai un marito.» Da allora abbasso la testa quando cammino per non vedere quelli che guardano la mia faccia asimmetrica. Non ho ancora imparato che il problema non sono le mie sorelle che mi tormentano con una canzone crudele; il problema è che io credo a loro. Sono così convinta della mia inferiorità che non mi presento mai dicendo il mio nome. Non dico mai agli altri «Io sono Edie». Klara è una bambina prodigio al violino, e a cinque anni suonava alla perfezione il Concerto per violino di Mendelssohn. «Sono la sorella di Klara» dico.

Ma stasera ho una consapevolezza insolita. «La madre della mamma morì quando lei aveva esattamente la mia età» annuncio. Sono così sicura della natura privilegiata di questa informazione da non sospettare neanche lontanamente che forse per le mie sorelle è una notizia vecchia, che io potrei essere stata non la prima ma l’ultima a saperlo.

«Stai scherzando» replica Magda, con un sarcasmo così palese nella voce che me ne accorgo perfino io. Ha quindici anni, un seno procace, le labbra sensuali, i capelli ondulati. È la burlona della famiglia. Quando eravamo più piccole, mi mostrava come far cadere gli acini d’uva dalla finestra della nostra stanza nelle tazze di caffè dei clienti seduti nel patio sotto di noi. Per imitarla, cominciai presto a fare giochi di mia invenzione. Ma da allora gli interessi sono cambiati. Con la mia amica del cuore, cammino con disinvoltura e mi rivolgo ai ragazzi a scuola o per la strada. «Troviamoci alle quattro in punto sulla piazza» cinguettiamo, sbattendo le palpebre. E loro vengono, vengono sempre, a volte confusi, a volte timidi, a volte carichi di aspettative. Al sicuro nella mia stanza, la mia amica e io ci mettiamo alla finestra a guardare i ragazzi arrivare.

«Smettila di scherzare.» Adesso è Klara che rimprovera Magda. È più giovane di lei, ma non esita mai a proteggermi.

«Sai quella foto sopra il pianoforte?» mi dice. «Quella a cui la mamma si rivolge sempre? È la foto di sua madre.» So a quale foto si riferisce. L’ho guardata ogni giorno della mia vita. «Aiutami, aiutami» geme nostra madre rivolta al ritratto mentre spolvera il pianoforte o spazza il pavimento. Mi sento a disagio per non aver mai chiesto a mia madre, o a chiunque altro, chi ritraesse quella foto. E sono delusa perché elargire quell’informazione non mi conferisce uno status speciale agli occhi delle mie sorelle.

Sono abituata a essere la sorella silenziosa, quella invisibile. Non mi viene in mente che Magda potrebbe essere stanca di fare il clown, che forse Klara non sopporta di essere la bambina prodigio. Lei non può smettere di essere straordinaria, neanche per un secondo, altrimenti rischia di perdere tutto, l’adorazione a cui è abituata, la sua forte autoconsapevolezza. Magda e io dobbiamo lavorare sodo per ottenere qualcosa di cui siamo certe che non avremo mai abbastanza; Klara deve preoccuparsi perché in qualsiasi momento potrebbe commettere un errore fatale e perdere tutto. Klara suona il violino da quando io sono nata, e lei aveva tre anni. Ma solo molto più tardi ho capito il prezzo del suo talento straordinario: aveva rinunciato a essere una bambina. Non l’ho mai vista giocare con le bambole. Invce, stava in piedi davanti a una finestra aperta a esercitarsi con il violino, incapace di godersi il suo genio creativo se non riusciva a radunare un pubblico di passanti che ne fosse testimone.

«La mamma ama il papà?» domando adesso alle mie sorelle. Vedere i miei genitori distanti, ascoltare le loro confessioni tristi, mi fa pensare che non li ho mai visti mettersi in ghingheri per uscire insieme una sera.

«Che domanda» ribatte Klara. Benché rintuzzi la mia preoccupazione, mi sembra di intravedere un accenno di comprensione nei suoi occhi. Non ne parleremo mai più, anche se io ci proverò ancora. Impiegherò anni ad apprendere quello che le mie sorelle devono già sapere: che quello che chiamiamo amore è spesso qualcosa di più circostanziato, la ricompensa per una prestazione, qualcosa di cui ci si accontenta.

Non appena ci infiliamo la camicia da notte e ci mettiamo a letto, cancello le preoccupazioni per i miei genitori e penso invece al mio maestro di danza e a sua moglie, alla sensazione che provo quando salgo i gradini della scuola di ballo a due o tre alla volta e mi tolgo frettolosamente la divisa scolastica, per infilarmi body e calzamaglia. Studio danza da quando avevo cinque anni, da quando mia madre intuì che io non ero una musicista, che avevo altri talenti. Proprio oggi ci siamo esercitate a eseguire la spaccata. Il nostro maestro di danza ci ha ricordato che forza e flessibilità sono inseparabili: per un muscolo che si flette, un altro deve aprirsi, e per conseguire allungamento e scioltezza bisogna mantenere forte la muscolatura del tronco.

Tengo a mente le sue istruzioni come una preghiera. Vado giù, raddrizzo la colonna vertebrale, tendo i muscoli dell’addome, divarico le gambe. So come respirare, soprattutto quando mi sento bloccata. Visualizzo il mio corpo che si espande come le corde del violino di mia sorella, trovando l’esatto grado di tensione che fa vibrare l’intero strumento. E sono giù. Ce l’ho fatta. Una spaccata completa. «Brava!» Il mio maestro di danza applaude. «Stai ferma così.» Mi solleva dal pavimento e mi innalza sopra la sua testa. È difficile tenere le gambe completamente distese senza fare forza contro il pavimento, ma per un istante mi sembra di essere qualcosa che viene offerto. Mi sento come se fossi pura luce. «Editke» dice il mio maestro, «tutta l’estasi nella tua vita proviene dal di dentro.» Mi ci vorranno anni per capire realmente che cosa intende. Per il momento so soltanto che respiro, ruoto, slancio la gamba e mi piego. Mentre i miei muscoli si allungano e si rafforzano, ogni movimento, ogni posizione sembra proclamare: Io sono, Io sono, Io sono. Io sono me stessa. Io sono qualcuno.

(Continua in libreria…)

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