Fabio Volo spazia in diversi campi della comunicazione, dai libri alla radio, dal cinema al teatro: "Scrivo in tanti modi: romanzi, sceneggiature, programmi radiofonici e televisivi... ma la mia vera passione, forse più della scrittura, è la lettura", spiega in un'intervista al ilLibraio.it in occasione dell'uscita di "Quando tutto inizia". E, tra le altre cose, parla dei pregiudizi e delle critiche nei confronti dei suoi romanzi ("Il mio libro sta in un negozio, se ti piace lo compri, se non ti piace non lo compri. Per me la discussione finisce lì"), della sua generazione ("intrappolata tra due generazioni") e delle relazioni, d'amore ma non solo (esperienze "trasformative, se ci si mette veramente in gioco")

Scrittore, attore, regista, sceneggiatore e conduttore radiofonico, Fabio Volo, pseudonimo di Fabio Bonetti, è un personaggio pubblico a trecentosessanta gradi: alle prime collaborazioni in radio, negli anni ’90, sono seguiti il debutto narrativo e gli ingaggi televisivi, prima come conduttore, poi come attore e regista. Oggi, a 45 anni, conduce un suo programma su Radio Deejay, Il Volo del mattino e ha al suo attivo nove libri. L’ultimo libro, appena uscito, è Quando tutto inizia (Mondadori).

Fabio Volo quando tutto inizia

Protagonista del nuovo romanzo è Gabriele, pubblicitario milanese prossimo ai quarant’anni e felicemente scapolo. Bella e sorprendente, Silvia entra nella sua vita come una ventata di aria fresca, facendolo precipitare nell’innamoramento totale e irrazionale fin dal primo giorno. Peccato che Silvia sia sposata, abbia un figlio, e nessuna intenzione di lasciare il marito. Tra alti e bassi al lavoro e incontri clandestini tra le mura domestiche, la loro relazione cresce, pur essendo inesorabilmente destinata a finire: a finire ma non a fallire, facendosi invece lo strumento di una crescita personale che Gabriele non avrebbe portato a termine, se non fosse stato per Silvia…

ilLibraio.it ha intervistato Volo, per parlare del suo rapporto con la scrittura, ma anche dei pregiudizi e delle critiche nei confronti dei suoi bestseller.

In Quando tutto inizia l’innamoramento innesca nel protagonista una nuova maturità affettiva, anche quando finisce. È così anche per lei?
“Credo che valga per tutte le relazioni, in generale, anche per quelle professionali e di lavoro: tutte le volte che si entra in contatto con una persona ci si apre, e l’altra persona diventa uno specchio importante di noi stessi. Ovviamente in amore l’apertura è maggiore, si costruisce un rapporto di intimità che ci permette di notare cose che da dentro non avremmo potuto vedere; quindi tutte le relazioni, soprattutto d’amore, sono trasformative se ci si mette veramente in gioco”.

Sta tutto nell’aprirsi?
“Quando ci si fidanza da ragazzini si usa spesso quella frase che dice ‘io sono fatto così, se ti vado bene, se no niente’. Ecco, lì c’è un muro contro muro: se uno decide che essere due significa diventare una terza persona, entrare in un territorio nuovo che è di tutti e due ma non appartiene a nessuno dei due, allora c’è una grande occasione”.

E vale anche nel caso dei rapporti-scontro, come nel caso di Gabriele con il suo capo?
“Esatto, Gabriele ha un problema che poi è anche il mio problema, come di tutta la mia generazione”.

Quale?
“Siamo una generazione, strana perché abbiamo tutto ma non abbiamo niente, nel senso che davanti a noi c’è una generazione di sessantenni che oggi sono persone molto giovani: fanno attività fisica, mangiano bene, vanno a correre, conducono uno stile di vita sano, cose che quando ero piccolo io non si facevano. E non lasciano i posti di comando, perché sentono che hanno ancora forza per mantenerli”.

Manca il ricambio generazionale.
“Quindi cosa succede? Ho 45 anni e sto ancora aspettando che quelli della prima linea si spostino, sono invecchiato senza mai veramente entrare nella stanza dei bottoni. Questo crea frustrazione, perché quanto ci entrerò probabilmente avrò 50, forse 55 anni,  allora sarà il momento in cui toccherà finalmente a me, ma sarò già vecchio”.

Vuol dire che sarà troppo tardi?
“Sarà una cosa assolutamente spropositata, anche perché alle mie spalle c’è una generazione nuova, con tecnologie nuove, che si trasformano a una velocità alla quale non riesco a stare dietro, perché avanzano continuamente. Quindi mi ritrovo intrappolato tra due generazioni, quelli che spingono e quelli che non se ne vanno”.

Il suo è un discorso generazionale, ma nel romanzo sembra suggerire che per ottenere un passo avanti, soprattutto in amore, sia prima necessario incassare una batosta.
“Più che altro direi che la batosta viene quando realizzi di aver interpretato tutto in maniera diversa, avevi fatto degli errori di valutazione, un viaggio solo tuo. E ovviamente negli errori si impara molto di più che non nelle esperienze, diciamo così, lisce”.

Come succede anche con Silvia.
“Esatto: Gabriele incontra questa donna e con lei trova il coraggio di lasciarsi andare, cosa che non aveva mai fatto prima. Ma non è detto che quando lo fai tutto vada bene, solo perché hai finalmente trovato il coraggio. Le cose avvengono quando devono avvenire e lui sì, si prende una batosta, però capisce che non c’è una via di mezzo, non si può amare con il paracadute, perché sarebbe una gestione del sentimento che non ha nulla a che fare con l’amare veramente una persona. Amare una persona vuol dire perdere in qualche modo, se non altro una parte di sé”.

Nel suo romanzo, il selfie diventa la metafora di un certo egocentrismo di Gabriele. La scelta del termine sta a indicare tutto il meccanismo dei social network?
“In realtà avevo pensato prima al termine ‘autoscatto’. Poi con il mio editor ne abbiamo parlato a lungo perché la parola ‘selfie’ non è che mi piaccia molto, se devo essere sincero, come tutto ciò che rappresenta. Però era più incisiva rispetto ad ‘autoscatto’. Il punto è che oggi viviamo questo momento magico in cui le persone si fanno le foto da sole, le foto davanti allo specchio del bagno, mettono in mostra i pettorali, c’è questo ‘io’ forte. E la famiglia culturalmente rimane molto importante, ma socialmente, almeno sui social network, è molto più figo essere un ‘io’ solo, ballare, avere i muscoli, andare in discoteca e tutto il resto”.

Leggendo il suo libro si ha sensazione che a leggerlo sia lei: la sua scrittura è mimetica rispetto al suo modo di parlare. È un meccanismo che costruisce consapevolmente o il suo stile naturale?
“Quando scrivo, scrivo tutto quello che mi passa per la testa. Se un passaggio usato al capitolo due mi sembra che stia anche al capitolo cinque, lo riscrivo di nuovo. Poi, quando lavoro al testo con il mio editor, ci troviamo sempre davanti delle pagine inutili, scritte e riscritte: quei famosi sette ottavi di Hemingway io li scrivo tutti. Solo che poi, quando rileggo, tolgo le cose che non mi convincono”.

Il risultato è uno stile di scrittura molto vicino all’oralità.
“Da 15 anni, ogni mattina, tengo un programma radiofonico, e questo significa anche avere orecchio per il ritmo, la velocità e il suono. Rileggo ad alta voce quello che scrivo e tutto ciò che mi sembra non vero, non ‘parlato’, lo tolgo”.

Lavora per eliminazione.
“I veri scrittori, l’intellettuale che scrive un libro, passano mesi a scegliere lo stile da utilizzare, le parole da usare; io faccio il lavoro contrario, continuo a togliere finché il testo non ha una cadenza molto fluida, in modo che abbia finalmente un ritmo, quando lo leggi ad alta voce. E questo è uno dei motivi per cui le mie storie sono molto facili da leggere, scorrevoli”.

Come vive i pregiudizi e le critiche nei confronti dei suoi libri?
“È un pregiudizio che, me ne accorgo, diminuisce ogni volta che scrivo un nuovo libro. Ma il mio approccio con la scrittura è strettamente legato al mio approccio con la vita: nel lavoro, come nella vita, mi piace occuparmi di quello che faccio, dei miei libri, della mia compagna, dei miei figli, mi piace sapere che mia madre sta bene, mi occupo di tante cose. Quando ti occupi di tante cose non hai tempo di preoccuparti di tante altre”.

Cioè?
“Il mio libro sta in un negozio, se ti piace lo compri, se non ti piace non lo compri. Per me la discussione finisce lì. Ho anche degli ascoltatori che mi seguono tutte le mattine in radio per mandarmi tutti i giorni un insulto, per dire. Eppure sarebbe molto più facile cambiare stazione radiofonica che prendere un telefono e mandare un messaggio”.

Quindi non la disturba?
“No, perché in realtà lui non ce l’ha con me, questo pregiudizio non è verso di me, è verso un discorso molto più ampio, soprattutto in un paese in cui un ragazzo giovane non riesce a trovare sbocchi per esprimere se stesso. Se fai il falegname, per capire se sei un bravo falegname ti basta guardare il mobile che hai fatto, la sedia che hai fatto. Ma se la società ti impedisce di fare la sedia, tu come lo sai se sei un bravo falegname? Ognuno costruisce la propria identità su ciò che fa, ma se non ha la possibilità di farlo, allora la costruisce su quello che fanno gli altri”.

Ci faccia un esempio.
“Quando hai quattordici anni e decidi che quel tipo di musica non lo ascolti perché non ti piace, non stai giudicando quel tipo di musica. Stai dicendo a chi ti ascolta chi sei tu, quindi usi il profilo degli altri, di un musicista, per delineare il tuo, perché non hai avuto la fortuna o la possibilità di crearti un tuo spazio, la forza di esprimere te stesso. Invece, se riesci a fare quello che vuoi fare, ti piace, sei entusiasta, sei talmente dentro quella tua cosa che non ti tocca più di tanto tutto quello che non è quella cosa”.

Come una sorta di impermeabilità.
“Non dico che non mi interessa, dico che non mi riguarda perché quel pregiudizio non è nella mia vita, è in quella di qualcun altro. Quando odi una persona il danno lo fai a te stesso, non alla persona che viene odiata. Io mi occupo del mio, non ho tempo per odiare e sono fortunato per questo. Non mi viene neanche in testa di prendere il telefono e scrivere una cosa contro qualcun altro, perché ho di meglio da fare. Ma se ti viene tolta quella cosa di meglio da fare, allora non ti resta che tirare i sassi”.

Inoltre scrive anche per la radio e la televisione.
“La scrittura è il mio lavoro principale, nel senso che è quello che mi piace fare. Certo, scrivo in tanti modi: romanzi, sceneggiature, programmi alla radio, programmi televisivi; cambiano i settori e le modalità, però la scrittura è l’espressione della mia creatività”.

Da cosa trae ispirazione?
“Un po’ da tutto, anche da altri libri; la mia vera passione, forse più della scrittura, è la lettura. Traggo ispirazione da tutto anche perché ho tanti canali di espressione: quando qualcosa mi colpisce magari non va bene per un libro, ma potrebbe andar bene per la radio, per un film. Allora lo sperimento su diversi canali e, alla fine, non butto via niente”.

Sono tutti vasi comunicanti?
“Sono tutte espressioni di me, quindi hanno un timbro forte, un’identità forte. Del resto la creatività è come visitare una città: visitata a piedi, in bicicletta o in tram non è la stessa, sono città diverse. Così visito la mia creatività attraverso più canali: cinema, televisione, radio e libri. E poi ho scelto di non scrivere da intellettuale, indicando una strada da seguire: le mie sono storie quotidiane e non esprimo giudizi. Se quando rileggo un libro trovo una frase che appaia un giudizio la tolgo sempre, non mi piace giudicare. Né i miei personaggi né le persone che incontro”.

Nota: la foto in alto è di © Julian Hargreaves.

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