Un vero caso editoriale in Spagna, da centinaia di migliaia di copie. Ora arriva nelle librerie italiane "Patria", il nuovo romanzo dello scrittore spagnolo Fernando Aramburu, che racconta la storia di due famiglie la cui quotidianità viene spezzata da un tragico evento... - Su ilLibraio.it un capitolo

Un vero caso editoriale in Spagna, da centinaia di migliaia di copie. Ora arriva nelle librerie italiane Patria (Guanda, traduzione di Bruno Arpaia),  il nuovo romanzo dello scrittore spagnolo Fernando Aramburu, vincitore in Spagna del Premio de la Crítica 2017.

patria fernando aramburu copertina

Patria prende in considerazione due famiglie di un piccolo paese presso San Sebastián, la famiglia di Joxian e della moglie Miren e quella di Txato e della consorte, Bittori.

Le due famiglie vivono un’esistenza intrecciata dall’amicizia e dalla consuetudine: sono vicini, frequentano l’osteria assieme, nella domenica fanno gite in bicicletta e i figli sono compagni, prima di gioco e poi di studi, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Sarà un evento inaspettato e tragico a spezzare il legame che lega i due nuclei familiari: dopo aver ricevuto diverse minacce alle quali si è rifiutato di obbedire, Txato viene assassinato dall’ETA, il gruppo terrorista indipendentista basco. Bittori, distrutta dal dolore, non può restare: non vuole rimanere dove le hanno ammazzato il marito, non si sente gradita, con il dubbio che quegli amici di una vita potrebbero essere genitori fratelli e sorelle di un assassino. Eppure, anche a distanza di anni, la donna non riesce a lasciar andare la sua ricerca di verità e di giustizia, la volontà di far luce sull’accaduto.

Scrittore, docente di spagnolo in Germania fino al 2009, quando ha scelto di dedicarsi soltanto alla scrittura e alle collaborazioni giornalistiche, Fernando Aramburu firma un romanzo che intreccia una storia comune, fatta di  gente comune, ad alcune grandi problematiche del mondo contemporaneo, dal terrorismo al fanatismo che lacerano le comunità, anche le più piccole, come le singole famiglia. Con Patria, Aramburu (che sarà ospite al Festivaletteratura di Mantova) ha costruito un romanzo che fa della famiglia un fulcro morale e vitale della trama dell’opera.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto del romanzo:

La prima lettera

«Caro Joxe Mari.» Caro? Che orrore. Cancellò la parola non appena la vide scritta. Di fronte a Bittori, sulla parete, era appesa la foto del Txato. Tranquillo, sto solo facendo delle prove. Il foglio era stato profanato da quella formula insincera di saluto. Bittori ne prese un altro dalla pila che giaceva su un lato del tavolo. Scriveva con il corpo chino in avanti in una posizione forzata. Soltanto in quel modo diventava tollerabile il dolore al ventre, che non le dava tregua dal tardo pomeriggio. Ikatza dormiva con un sonno leggero a breve distanza, sopra uno dei cuscini del divano. Di tanto in tanto si leccava una zampa. Ed era mezzanotte passata da più di mezz’ora.

«Salve, Joxe Mari.» Una pacchianata. «Kaixo, Joxe Mari.» Fece una smorfia. Significava fingere una confidenza che non avevano. Alla fine si limitò a scrivere il nome del destinatario, seguito da una virgola. Fu tentata, per puntiglio?, di presentarsi come la Pazza, come mi chiama la sua famiglia. Lo sapeva da Arantxa, che incrociava spesso per strada, sempre in compagnia di quella badante con la faccia da india delle Ande che la porta a passeggio. «I miei ti chiamano la Pazza, ma non farci caso.» A Bittori sembrò che rivelando quella confidenza avrebbe potuto mettere zizzania tra i due fratelli. Non la rivelò. Invece scrisse: sono Bittori, ti ricorderai, non è mia intenzione causarti problemi, credimi, mi sono liberata dall’odio eccetera. Rilesse il primo paragrafo con fastidio, ma cosa vuoi. Tu continua e, nel caso, poi correggerai.

Su un foglio a parte aveva appuntato le cose di cui voleva trattare nella lettera. Non molte. E non voleva neanche farla troppo lunga. A che servono tutti questi sforzi se poi non mi risponde? E tuttavia, quelle poche cose l’avevano tenuta in tensione e pensierosa, insicura e sveglia, per diversi giorni. Andò al sodo. Non era spinta dal rancore. Il motivo della lettera? Sapere con tutti i possibili particolari com’era morto suo marito. Soprattutto, chi aveva sparato. Di più: era disposta a perdonare, ma a una condizione. Quale? Che lui le chiedesse perdono. Aggiunse che non si trattava di una pretesa, ma di una preghiera. Così non era abbassarsi troppo? Non le importava. Scrisse che a causa della sua malattia sarebbe vissuta ancora poco. Cancellò subito la frase. Proprio in quel momento l’assalì un’altra raffica di dolore. Ikatza dovette notarlo, perché si svegliò allarmata.

«Sono arrivata a un’età in cui non credo che mi rimanga molto da vivere.» Rilesse. Sì, quelle parole suonavano più discrete. La verità le pareva troppo forte. Se gliela dico penserà che mento. Peggio: che cerco di ispirargli compassione. La verità la conosceva soltanto lei. Nemmeno i suoi figli, sebbene ritenesse improbabile che Xabier non fosse punto dal sospetto. Sennò, perché insiste per farmi visitare dall’oncologo? Dare la colpa all’età risultava meno terribile. Sicuramente, leggendo quel passaggio, lui avrebbe pensato a sua madre, avanti negli anni quanto Bittori. Questo lo ammorbidirà. E, naturalmente, gli sarebbe stata molto grata se, prima che la mettessero in una tomba, lui le avesse raccontato in quali circostanze era morto il Txato. Aveva bisogno di sapere, tutto qui.

E arrivò al delicato punto di dirgli che il Txato, inutile ingannarci, il giorno in cui l’hanno/l’avete ucciso, quando era tornato a casa per pranzo le aveva raccontato di aver visto Joxe Mari e di essersi fermato un momento a parlarci. E che sebbene lei non avesse assistito al processo in tribunale, perché non l’avevano neanche avvisata, aveva saputo dalla sentenza che era stato accertato che Joxe Mari era implicato nell’assassinio. Cancellò. Nella morte di suo marito. «Ti chiedo dal profondo del cuore di raccontarmi la tua versione dei fatti.» Se non aveva voglia di scrivere, lei era disposta ad andarlo a trovare in carcere, e così non restano tracce scritte se è questo il problema. Il suo unico desiderio, ripeté, era conoscere la verità prima di morire e perdonare. Cancellò. E che lui le chiedesse perdono e perdonare all’istante e trovare la pace e poi morire.

Don, don, le due all’orologio a muro. Bittori rileggeva lo scritto pieno di cancellature. Lo copierò in bella domani mattina. Allora le venne un primo conato di nausea. Uh, mamma mia. Subito dopo un altro. Al terzo, sparse una boccata di vomito sul tavolo, non riuscì a evitarlo, e naturalmente sulla lettera e in parte anche sui fogli. Scostandosi dal tavolo, cadde o si lasciò cadere, non sa bene. Ricorda, quello sì, che la fitta al ventre era stata così intensa che l’aveva costretta a mettersi in posizione fetale sul tappeto. Non per quello era pronta a credere in Dio come fanno altre persone quando giungono di fronte al grande buio. A cosa serve? Se muoio, muoio. Fece uno sforzo per trascinarsi fino al telefono, lì vicino, tre metri, sopra il comò, eppure così lontano. Lontano? Irraggiungibile. Stavolta non me la cavo. Ahi, qui ci rimango. I miei figli. Prima di perdere i sensi, l’ultima cosa che vide fu Ikatza, che si era avvicinata a strofinarsi contro il suo viso. La gatta le sfiorò la fronte con la pelliccia nera e con la coda morbida. Ikatza silenziosa, Ikatza nera, bella, Ikatza. Magari sarai tu l’ultima cosa che vedrò nella vita.

(Continua in libreria…)

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