Orazio Labbate, dopo aver esordito con Lo Scuru, torna in libreria con la raccolta di racconti Stelle Ossee. Su ilLibraio.it riflette: "Tradurre attraverso l'atto della scrittura qualcosa di metafisico, come lo specifico Aldilà cattolico, è un tentativo narrativo che esige un certo tipo di fede capace di essere ridotta..."

Tradurre attraverso l’atto della scrittura qualcosa di metafisico, come lo specifico Aldilà cattolico, è un tentativo narrativo che esige un certo tipo di fede capace di essere ridotta – con la forza della letteratura – al “palpabile”, al “reale”.

Una fede (e parrà paradossale) degna d’essere “ricavata”al fine di costruire successivamente modelli di storie di quel tipo.

Secondo il mio Credo, e quindi anche nel mio conseguente proposito letterario che prende forza da esso, devo ringraziare le opere di Flannery O’Connor (tutti i racconti; così come soprattutto la sua opera Il cielo è dei violenti -1960-) secondo la quale l’Aldilà, da lei percepita, si palesa dentro i regni trascendenti  (in virtù delle condotte benefiche/delittuose degli uomini) appartenenti a una dicotomia originaria la quale sorveglia le anime.

Cioè l’opposizione Bene/Male che si concreta, rispettivamente, negli emblemi cristiani di Dio o del Diavolo.

Paradiso, oppure Inferno.

Due territori astratti nei lavori della O’Connor, illustrati secondo la religione fanatica di oscuri e ironici personaggi. Da un reverendo  inusuale, sino a un predicatore isolato che interpreta ferocemente, nella sua bizzarìa,  le Scritture .

Ora, le due dimensioni dell’Aldilà sono vivide lungo la coltre che ricopre lo scheletro delle opere della scrittrice statunitense.

Entrambe non sono spauracchi funzionali a una morale attesa alla fine delle opere. La O’Connor fa della paura infernale il suo fuoco linguistico, come dell’esagerazione circa quest’ultimo spavento, la sostanza della sua narrativa.

Non è infatti ricavabile nessun insegnamento quando la O’Connor prova a scrivere dell’Aldilà: ci si potrà tutt’al più impadronire d’una maggiore coscienza (poesia dell’istinto che accende l’oscurità della fede?) circa la propria mortalità una volta che la si legge.

Insomma, un atto di rischiosa consapevolezza della morte che possa scarnificare quell’intelligenza paradgmatica sulle cose.

Tale coscienza del soprannaturale – riposta con sincerità in tutta la letteratura southern gothic – non è però ottenibile mortificando realmente il concetto di Aldilà.

La O’Connor dice che esso è raggiungibile – in letteratura come nella vita spirituale – solo con un atto di fede (o blasfemia per l’Aldilà del Diavolo) verso la Metafisica padroneggiata dalle due divinità cristiane.

Le due figure divine (Dio e Diavolo) però non sono, nell’impasto narrativo della scrittrice di Savannah biblicamente vendicative al punto di regolare o abbattere l’inquietudine dubitativa (di caratura letteraria) del dilemma sulla nostra sorte dopo la morte; ciò che esse svolgono è una metafisica mansione d’attesa nei confronti dell’essere umano.

Dio e Diavolo aspettano felicità, paure e reazioni definitive perché l’uomo-personaggio decida di muoversi verso uno dei due regni da loro comandato.

Attendono così, sia il fervente cattolico Mason Tarwater (presente ne “Il cielo è dei violenti”) che non tiene nell’equilibrio ragionevole la Paroal di Dio; così come il nipote di quest’ultimo Francis Marion Tarwater che è invece vittima del tentativo “battesimale” dello zio.

Opposti fedeli che s’approcciano diversamente all’incombenza di giudizio del divino seconda la duplice accezione poc’anzi distinta.

L’Aldilà di Flannery O’Connor è però anche un’area che vibra nella disgrazia delle menti dentro quel Sud rurale regno a sé. Il Trascendente è quindi altresì una dimensione sotterranea e terrigna oltre che celeste. Dimensione che lei reputa possibile solo in quel suo Sud.

Ed è in questa disperazione che – munita di folgorante fede in Dio – la O’Connor attenderà il suo Aldilà senza mai ricredersi in merito alla sua esistenza, o cedere alle tentazioni demoniache di escluderne, per lei, l’unica via giusta ovvero quella dell’equilibrio spirituale mentre s’aspetta o si crede in Dio.

copertina

L’AUTORE E IL SUO NUOVO LIBRO – Innamorati nell’Apocalisse, becchini sepolti vivi, incendiari di anime, cimiteri e atmosfere crepuscolari sono le figure e le suggestioni che animano Stelle Ossee (LiberAria), la raccolta di racconti con cui Orazio Labbate torna in libreria. L’ambientazione, che spazia dall’America all’Italia, evoca una regione arcaica in cui le tradizioni più tipicamente legate al mistero e al sacro trovano un terreno comune con la letteratura e l’immaginario d’Oltreoceano, ideando un microcosmo archetipico, atopico e peculiare al tempo stesso.

Labbate, classe ’85, già autore de Lo Scuru (Tunué, 2014), conferma una voce ibrida e personale e la complessità del suo universo narrativo, ispirato al Southern Gothic americano e alla Sicilia più tradizionale, dando vita a un Sud che diviene luogo letterario, più che geografico, in cui si fondono le suggestioni di scrittori come Flannery O’ Connor, McCarthy, Faulkner, Poe, insieme a Bufalino, Consolo, D’Arrigo, Sciascia.

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