Francesca Manfredi, al debutto con la raccolta di racconti "Un posto dove stare", si racconta a ilLibraio.it. E parla di racconti, scuole di scrittura (l'autrice è stata allieva della Scuola Holden di Torino, dove ha conosciuto il suo celebre agente e dove ora insegna), autori preferiti (da Carver ad Alice Munro, passando per Yeats), riviste letterarie online... e del suo primo romanzo, a cui sta lavorando

Debuttare con una raccolta di racconti, Un buon posto dove stare (La nave di Teseo), e poter contare sul supporto di Andrew Wylie, il più celebre agente letterario. Quanto capitato alla giovane Francesca Manfredi, ex allieva della Scuola Holden di Torino (dove ora insegna) è da considerarsi un’eccezione.

Nata a Reggio Emilia, vive da alcuni anni a Torino, ma per i suoi racconti si ispira all’America. Storie di quotidianità, senza mai una parola di troppo, che preferiscono nascondere piuttosto che svelare, quelle raccontate da Francesca Manfredi, che abbiamo intervistato.

Cosa significa per lei essere rappresentata da uno degli agenti letterari più famosi al mondo, Andrew Wylie? E come siete entrati in contatto?
“Per me è un grande onore essere tra i suoi clienti da circa due anni. L’ho conosciuto alla Scuola Holden, dove Wylie si trovava per tenere una lezione. Proprio quel giorno ha detto che avrebbe letto i racconti scritti dagli studenti più meritevoli e così, con il supporto della direzione, ho potuto inviargli un paio di mie opere. Alla fine ha scelto proprio me. Anche se in realtà sono rappresentata dalla sede di Londra, non da quella di New York in cui opera Wylie in persona”.

L’agente letterario Andrew Wylie

Perché un agente così celebre si è interessato anche all’Italia (Wylie rappresenta pochi autori italiani, tra cui Baricco e Paolo Giordano, ndr)?
“Non so perché abbia fatto questa scelta, ma mi ha colpito molto: non è così usuale mostrare interesse per un esordiente che si presenta con una raccolta di racconti, tanto più in paese come il nostro in cui di racconti non se ne leggono molti”.

Come spiega il rapporto degli italiani con il racconto?
“Mi chiedo spesso dove stia il rifiuto, se negli editori che non vogliono puntare su questa forma, oppure se è nel pubblico. Potrebbe anche provenire da una mancanza di proposte. Mi sembra davvero curioso che un paese come l’Italia, con una tradizione di racconti e novelle che spazia da Boccaccio fino a Pirandello, Verga, Calvino, non ami più il racconto, tanto più oggi che preferiamo quasi sempre la brevità. Le cose però stanno cambiando e anche il Nobel ad Alice Munro, qualche anno fa, ha aiutato”.

Lei, invece, ha mai pensato di scrivere un romanzo?
“In realtà lo scrivendo ora. Sono stata fortunata a trovare persone che appoggiassero l’idea della raccolta di racconti, ma adesso ho deciso di cimentarmi in qualcosa di nuovo, di più difficile. Almeno per la mia scrittura: tendo spesso a omettere e quindi il romanzo è davvero una sfida, anche se sto cercando la mia forma. Ho scoperto che mi piace appassionarmi ai personaggi e conoscerli a fondo”.

Anche nelle raccolte di racconti, però, c’è un filo conduttore, non crede?
“Certo, nel mio caso me ne sono accorta scrivendoli: l’ambiente famigliare e la casa sono al centro di Un buon posto dove stare. Per me è un punto cruciale, sono legata alla struttura delle case e mi piacciono, fin da quando ero piccola, quelle disabitate. Le case rappresentano e mantengono quello che succede tra le loro mura. Nella mia vita ho traslocato spesso e ancora mi mancano alcuni ambienti, gli angoli…”.

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Per gli esordienti qual è il ruolo delle riviste che pubblicano racconti online?
“Sono realtà valide e sempre più numerose. Abbiamo meno tradizione, sotto questo punto di vista, rispetto agli stati anglofoni, ma anche da noi la qualità si sta alzando. Spesso poi c’è un team di lettori e redattori che valuta ed edita i testi. Sono realtà molto positive che potrebbero funzionare anche da noi”.

Come lettrice, invece, quali sono gli autori contemporanei e del passato che preferisce?
“Sono una grande lettrice di racconti, primi tra tutti quelli di Carver. Apprezzo molto anche altri americani, come Cheever, Ford, D’Ambrosio; Richard Yates sia per i racconti che per Revolutionary Road, il mio romanzo preferito. Adoro Pirandello, soprattutto un racconto, La casa dell’agonia. Anche Alice Munro. Da piccola leggevo molto Calvino e, siccome mia madre era un’appassionata di racconti horror, Poe, e poi anche Bradbury…”

Per concludere, perché, a suo avviso, vale la pena frequentare una scuola di scrittura creativa?
“In Italia c’è un certo scetticismo, che invece manca nei paesi anglosassoni, dove all’università si seguono i corsi di scrittura creativa e nessuno si chiede che senso abbia farlo. Serve frequentare una scuola o un corso perché, nonostante il talento di base, c’è bisogno anche di tanto lavoro sul metodo di scrittura che va allenato e affinato. Lo studio e la tecnica insegnano molto, ma, a mio avviso, serve anche il confronto e lo scambio con persone che hanno letto e scritto molto più di te”.

L’APPUNTAMENTO – La scrittrice e sarà ospite a Tempo di Libri domenica 23 aprile alle ore 10.30 presso il Caffè Garamond per dialogare con Marcello Fois e Gianni Tetti.

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