George Saunders (nella foto la sua scrivania), già celebre autore di racconti, parla con ilLibraio.it dei "quattro anni davvero pieni di magia" che ha dedicato alla scrittura del suo primo romanzo, "Lincoln nel Bardo", un libro osannato dalla critica, dalla struttura complessa e originale - L'intervista, in cui lo scrittore racconta il suo metodo e parla anche della comunicazione nell'era dei social, dei classici, di Trump e dei prossimi progetti

“Un’opera d’arte si può vedere come un movimento in tre tempi: un giocoliere raduna i birilli, li lancia in aria e li acchiappa”. Così George Saunders, l’autore texano, classe 1958 ama definire il suo processo di scrittura. Una scrittura che fino ad oggi l’ha visto cimentarsi nel racconto per cui è stato incluso dal New Yorker nella lista dei “venti scrittori per il 21° secolo”. La sua raccolta Dieci Dicembre (Minimum Fax) era stata definita dal New York Times “il miglior libro del 2013”. Con queste premesse, le aspettative per il suo primo romanzo erano altissime. Ma viste le ovazioni di pubblico e critica, prima negli Stati Uniti e ora qui in Italia, pare proprio che il giocoliere si sia destreggiato bene. Lincoln nel Bardo, edito da Feltrinelli con la traduzione di Cristiana Mennella, è un unicum: ambientato in una sola notte, nel febbraio del 1862, mentre da un anno imperversa la Guerra Civile, narra di come il Presidente Abramo Lincoln venga scosso da una tragedia personale, quella della morte improvvisa del figlio undicenne, Willie. Il legame tra i due è talmente forte che il padre non può fare a meno di visitare la cripta per riabbracciare un’ultima volta il ragazzo. Il distacco sembra così impraticabile che il piccolo Willie resta bloccato nel Bardo, una sorta di limbo secondo il Libro tibetano dei morti – Saunders da qualche anno si è accostato al buddismo – e la sua anima vaga per il cimitero di Georgetown popolato da fantasmi vittime dello stesso attaccamento alla propria esistenza terrena. Se in Caduto fuori dal tempo, (Mondadori, 2013) David Grossman, oppresso dalla straziante perdita del figlio Uri, si domanda come sia possibile trovare “parole” di fronte ad una tale lacerazione, a Saunders le parole arrivano attraverso le voci petulanti, grottesche ma talvolta profondamente umane degli spiriti e quelle incise con l’inchiostro su centinaia di saggi che hanno testimoniato quel delicato momento della storia del Presidente e degli Stati Uniti. Verità storica e massima espressione dell’immaginazione, logica e assurdo convivono in questo romanzo dall’impianto quasi drammaturgico che ha nell’inedita veste formale un ulteriore carattere di unicità e forse di quel “postmoderno” con cui si è soliti etichettare le opere di Saunders. Mentre già si sta lavorando ad un film su questo libro, l’autore di Pastoralia e Nel paese della persuasione si gode la candidatura al Man Booker Prize 2017 accanto a Paul Auster. Con lui, l’ingegnere-giocoliere che ammette candidamente di non aver letto l’Antologia di Spoon River, il classico di Edgar Lee Master che tutti hanno accostato a Lincoln nel Bardo, ilLibraio.it ha realizzato questa intervista.

Lincoln nel Bardo

Lincoln nel Bardo si può sintetizzare accostando due statue: quella ieratica del Lincoln Memorial e quella umanissima della Pietà Vaticana di Michelangelo. Il Presidente e l’uomo si trovano a convergere di fronte alla tragedia personale della morte di un figlio e a quella di una nazione piagata da una guerra civile. Si è ispirato a queste immagini?
“Sì, sono state sicuramente di ispirazione. Avevo sentito l’aneddoto riguardo al ritorno di Lincoln nella cripta del figlioletto defunto. Subito mi è apparsa l’immagine di lui che tiene in grembo questo ragazzo. A generare il romanzo è dunque stato un impeto. Avevo questa idea nella testa e ho cercato di resistere alla tentazione di scriverne, perché mi sembrava troppo difficile o forse troppo noiosa o troppo classica. Il mio modo di scrivere poi è molto irrazionale”.

La famosa tecnica dei birilli…
“Già. Io cerco qualcosa per divertirmi e spesso comincio da un’idea piccolissima, dalla conversazione tra due persone. E poi se inizio a lavorare, questa idea cresce e in modo sempre più organico. Così alla fine di tutto questo lavoro le persone mi dicono: ‘Ah, hai scritto un libro sul dolore’. E mi chiedono se me ne accorgessi mentre lo componevo. In realtà quello che stavo cercando era di provare piacere scrivendo”.

Riguardo allo stile, il fatto di far dialogare i fantasmi con un impatto grafico sulla pagina inedito le è venuto da internet, giusto?
“Quando le mie figlie erano molto piccole, nascevano le prime chat su Aol: domande che partivano in un senso, arrivava una risposta, poi a una domanda seguiva un’altra domanda. E questo in modo molto primitivo e con tanti errori. Ciononostante quello che vedevo sullo schermo mi piaceva. Era come la rappresentazione di un gruppo di persone che pensavano tutte contemporaneamente. Diversi anni fa avevo tentato di scrivere un romanzo in questo modo ed era ambientato proprio in un cimitero, ma non c’era trama e ho lasciato perdere”.

È inusuale trovare, quasi come una citazione, il nome di chi parla al termine del suo discorso…
“In Lincoln nel Bardo inizialmente avevo messo i nomi in alto, ma non mi piaceva l’aspetto che aveva la pagina in questo modo. Quando scrivi, vuoi che tutto corrisponda al tuo gusto ed è una delle poche volte nella vita in cui lo puoi fare. E allora c’è stato un momento in cui tutto il mio lavoro consisteva nello spostare i nomi dall’alto al basso e mi convinceva molto di più”.

A volte però non si percepisce chi stia parlando se non arrivando alla fine. È l’effetto che voleva ottenere?
“Ero consapevole che questo avrebbe reso più difficile al lettore orientarsi. Tuttavia ho anche pensato che, trattandosi di fantasmi, è plausibile che si senta inizialmente una voce che viene da qualche parte senza sapere chi stia parlando”.

E forse è anche un modo per distinguerlo dalla forma teatrale.
“Sì, per creare qualcosa di diverso, ma che non si discosti troppo”.

Una struttura simile a quella dei tanti riferimenti ai saggi che ricostruiscono fin nei dettagli quelle giornate del Presidente Lincoln anche nel suo lato più intimo. Come è stato il lavoro di ricerca delle fonti?
“C’è un’immagine del mio studio in cui sono circondato da centinaia di libri su Lincoln (e intanto  la mostra sul suo cellulare e decide di inviarla, autorizzando la pubblicazione con l’intervista, ndr). Io facevo così: scrivevo tre o quattro ore la mattina e poi il resto della giornata leggevo. Leggevo per cercare cose di cui avevo bisogno e facevo una ricerca a tuttotondo. Ed era un bel modo di passare la giornata per un uomo di mezza età come me. Spesso era anche una ricerca molto specifica: ad esempio sapevo che a un certo punto ci sarebbe stata la scena della festa e allora qualsiasi libro io trovassi, andavo dritto a quel momento per recuperare maggiori dettagli su quella specifica parte”.

Ci sono anche indicazioni minuziose sulle reazioni fisiche di Lincoln.
“Infatti. E grazie ad un libro che si intitola The Physical Lincoln che raccoglie tutte le osservazioni fatte sul volto e sul corpo del presidente. Ho capito che dovevo assolutamente usare questo bagaglio di informazioni. E se trovavo dei dettagli interessanti pensavo che li avrei dovuti inserire nel romanzo. Il problema era: a che punto? Ad esempio, c’è una parte nel libro in cui Lincoln sparisce. Poi ritorna e uno dei personaggi, nel momento in cui lo vede arrivare, esclama: ‘Che faccia che ha’. A quel punto ho aggiunto le osservazioni che avevo raccolto”.

Una sorta di tecnica a incastro e per contaminazioni.
“Quando scrivi un libro fai veramente di tutto: pianifichi, non pianifichi, certe volte sei fortunato. Devi comunque sempre essere coscienzioso e lavorare tanto. Si è trattato in questo caso di quattro anni davvero pieni di magia”.

A proposito di contaminazioni, cosa ne pensa della definizione della sua scrittura come postmoderna?
“Ho iniziato a scrivere seguendo un percorso inusuale: sono un ingegnere. E poi non credo molto nelle classificazioni per categorie. Quello che mi interessa fare di più è creare un legame con il lettore. Io voglio semplicemente comunicare e sembrare importante per la sua vita e per ciò che gli accade quotidianamente, per le sue emozioni. Per realizzare tutto questo, per alimentare davvero questa connessione con un’altra persona, occorre molta immaginazione”.

Da qui l’utilizzo di humour e tragedia, cinismo ed empatia, così come generi e registri differenti, dall’aulico al triviale, condensati nelle diverse voci degli spiriti.
“Sì, servono tutti gli elementi che ha citato. Non mi appassiona molta la questione di essere postmoderno o post-postmoderno. Mi interessa semplicemente creare la migliore interazione possibile. Come presentare al lettore un modello in scala del mondo: consegnargli il piacere di riscoprirlo e di ritrovare fiducia. E attraverso qualsiasi mezzo che si riveli necessario. Per me scrivere non attiene tanto alle questioni intellettuali, quanto sentire una connessione emotiva.

A proposito di questa connessione con le persone, come si può conciliare la necessità di creare un senso di comunità con l’utilizzo massiccio dei social media?
“Ci sono due modi per comunicare: uno è quello con cui io e lei stiamo conversando, interagendo con il nostro volto e la nostra postura. Se dico qualcosa che lei non capisce o che magari la offende, lei può interrompermi e dirmi: ‘Ehi, aspetta un momento’. L’altro modo è con la nostra mente. Mentre scrivo qualcosa sul cellulare o pubblico un post, non immagino in maniera precisa all’altra persona. Sono concentrato su di me. Non è una sorpresa che questa seconda modalità, quella dei social media, stia cambiando il mondo. Tuttavia dobbiamo ricordarci che la prima modalità è quella vera e anche la più potente”.

E la comunicazione attraverso i libri a quale delle due modalità attiene?
“Io penso che la comunicazione attraverso il romanzo appartenga alla prima modalità. Consente di far arricchire la mente e di creare un legame forte con se stessi. Se penso che ho lavorato per quattro anni a questo libro nel totale isolamento! Il lettore poi lo prende in mano e leggendo apre la propria mente. In quel momento la parte migliore di me e la parte migliore del lettore si incontrano. È un modo di comunicare diverso, ma forte. Credo quindi che dobbiamo ricordarci che i social media e le battaglie politiche non sono l’unico modello di espressione della nostra umanità. A un certo punto ne saremo talmente assuefatti che penseremo che si tratti della vita reale, ma non è così”.

Con il presidente Trump, non propriamente amato come Lincoln, questo disorientamento appare ancora maggiore.
“Sì, negli Stati Uniti sta avvenendo qualcosa di simile. Non c’è una guerra, sebbene sì, ci siano delle proteste. Repubblicani e Democratici fanno le stesse cose: vanno a vedere le partite di baseball insieme, vanno in chiesa insieme e non c’è nessun problema. Tuttavia se iniziamo a credere che i social media siano più importanti della vita reale, ecco allora che i disordini crescono”.

Ed è ciò che accade sul fronte delle notizie con il proliferare delle fake news.
“Sì, le notizie all’interno dei social media così come le dichiarazioni di Donald Trump rappresentano una forma di ‘verità’ che non ha un genere pregresso. Se guardiamo Fox News, che è a favore dei repubblicani, loro non parlano di verità, fanno propaganda. Sento che la situazione si fa complessa e cresce la rabbia”.

Lei è passato dai racconti al romanzo. Se dovesse definire con un’immagine queste due forme, quali sceglierebbe?
“L’unica corretta definizione del romanzo che abbia mai sentito è quella per cui ‘il romanzo è un lungo lavoro di prosa con qualcosa che non va’. Penso che si debba raccontare una storia il più rapidamente possibile: se ne scaturiscono 30 pagine sarà un racconto, se ne escono 300 un romanzo. Ci sono delle differenze certo tra i due, ma in termini di composizione per me si equivalgono”.

Ora a cosa sta lavorando?
“Sto lavorando all’adattamento di un racconto tratto dalla raccolta Pastoralia. Sarà il primo episodio di una serie Tv per Amazon”.

Quali sono gli autori statunitensi che oggi apprezza di più?
“Junot Diaz, autore de La breve favolosa vita di Oscar Wao e poi Maggie Nelson e Zadie Smith”.

Qui in Italia è sorta una polemica estiva riguardo a quali classici un giovane autore debba necessariamente conoscere. Negli Stati Uniti il Canone Occidentale di Harold Bloom è un punto di riferimento. Lei che ne pensa?
“Devo essere sincero: provengo da una famiglia di operai e ho avuto la formazione di un ingegnere. Le mie prime letture dunque non sono allineate a quanto ci si aspetterebbe. Credo che la cosa migliore sia leggere il più possibile. Ma talvolta si può diventare scrittori anche se si ha una formazione imperfetta. Io ad esempio ho letto tanti scritti tecnici che mi hanno aiutato molto. Ho sentito parlare di questa controversia ma non credo ci sia una risposta corretta”.

Sospende il giudizio?
“È come per un musicista: più fa pratica, meglio è. Poi però esistono i casi di musicisti senza una grande gavetta che sono meravigliosi. È vero che spesso serve molta fatica per trovare la propria forma espressiva. A volte non la si trova nemmeno e viene da gettarsi dalla finestra. Io non vedo nessuna buona ragione nel non leggere i classici se si ha il tempo, ma nel mio caso sto ancora lavorandoci su, per cui non penso di avere abbastanza autorità per dare una risposta definitiva”.

A parte la serie tv, su quali progetti sta lavorando? Tornerà al racconto?
“Sì, ci sono dei progetti, ma al momento sono top secret. A proposito di classici, credo fosse Hemingway ad aver detto: ‘se hai un’idea, tienila per te'”.

Il riferimento a Hemingway è il modo migliore per concludere la nostra intervista.
“Allora adesso andrò ad ubriacarmi un po’ e a prendere a cazzotti qualcuno” (ride).

Chissà se Hemingway è stato nel Bardo.

 

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