Il Libraio

Giacomo Papi: “Urliamo perché la parola ha perso peso. Ma…”

di Antonio Prudenzano

"Dico sempre che in nessuna epoca si è scritto tanto, ma che in nessuna epoca la parola scritta ha avuto così poco peso. Credo che il bisogno di urlarla, di usarla per aggredire invece che per dire, nel disperato tentativo di attirare l’attenzione, sia dovuto proprio alla percezione di questa sua inconsistenza...". ilLibraio.it ha intervistato Giacomo Papi, scrittore, giornalista, autore televisivo, editor, e nuovo direttore di Belleville: "In Italia continua a esserci un po’ di diffidenza nei confronti delle scuole di scrittura e si sente dire spesso che non si può imparare a scrivere. È una critica che nessuno rivolgerebbe mai a un insegnante di pianoforte o di tennis..."


Di certo, Giacomo Papi, milanese classe ’68, da poco nominato direttore di Belleville e della piattaforma di scrittura e lettura TYPEE non ama annoiarsi: scrive libri (il nuovo romanzo, La compagnia dell’acqua, è in uscita il 31 ottobre per Einaudi Stile Libero, casa editrice con cui Papi ha a lungo collaborato in veste di editor), ha co-fondato Isbn edizioni, dove ha lavorato dal 2005 al 2008, è autore televisivo (è consulente di Fabio Fazio per Che tempo che fa) e collabora con varie testate, sia cartacee sia online, tra cui il Post (del resto, Papi ha cominciato la sua carriera giornalistica a Diario).
Una costante nel suo percorso professionale è senza dubbio la passione per la scrittura, l’importanza data alle parole.

Papi, nell’era dei social network siamo sommersi dalle parole. Tutti scriviamo (e leggiamo) di più. La sensazione, però, è che spesso finisca per prevalere non tanto la parola meditata, informata, precisa, quanto quella più urlata. E questo non avviene solo in rete…
“Dico sempre che in nessuna epoca si è scritto tanto, ma che in nessuna epoca la parola scritta ha avuto così poco peso. Credo che il bisogno di urlarla, di usarla per aggredire invece che per dire, nel disperato tentativo di attirare l’attenzione, sia dovuto proprio alla percezione di questa sua inconsistenza. La volatilità della parola scritta, quindi, è un problema culturale nella misura in cui è anche un problema civile, per non dire politico. Sono ancora le parole, quelle scritte in particolare, a essere la misura del mondo in cui viviamo, e perdere la misura significa perdere la sensazione di capire che cosa ci sta succedendo. Fino a sentirsi spaesati e angosciati. L’uso aggressivo della parola, prima che in rete è visibile sulle prime pagine dei giornali di carta. Per fortuna, insieme ai titoli urlati e agli insulti, credo che ci sia anche una risposta contraria, benché ancora minoritaria, che si attua in una nuova attenzione verso la parola. Lo dimostra non soltanto l’aumento dei corsi di scrittura, ma anche il successo di libri sulla lingua o sulla punteggiatura”.

Lei individua numerosi aspetti critici, ma il web non offre anche alternative positive?
“La rete non è solo il territorio dove la scrittura si perde. È anche il terreno dove la scrittura si forma. Oltre alla scuola, nell’aprile scorso abbiamo messo online Typee, una piattaforma di scrittura e lettura dove chiunque può pubblicare i suoi racconti. In quattro mesi si sono registrate quasi duemila persone che hanno pubblicato millecinquecento racconti, una ventina al giorno, di cui qualcuno molto bello. Internet impone un allargamento della scrittura e questa mi sembra comunque una bella notizia”.

Oggi si dibatte molto – e il merito (per molti anche la “colpa”) è proprio della diffusione di internet e dei social -, di grammatica ed evoluzione della lingua italiana. Come si pone il suo nuovo impegno con Belleville in questo discorso, che spesso degenera in sterili polemiche ma che, in certi casi, coglie problematiche centrali, anche in relazione ai limiti dei programmi scolastici?
“La lingua è l’unico organo del corpo umano che si muove in continuazione. Non sta mai ferma. Esplora. La scuola può rafforzarla, ma solo perché poi possa muoversi ancora più libera. Qualche giorno fa sono stato svegliato nel cuore della notte da un gruppo di ragazzetti che stavano sul marciapiede sotto casa e, usando una base sul telefonino, si sfidavano a free style, improvvisavano versi rap a raffica. Sono rimasto mezz’ora a filmarli e a registrarli. Erano bravissimi. Uno spettacolo più simile alle sfide tra trovatori medievali, che a Woodstock. Io alla loro età non mi sarei mai sognato di passare le notti a sfidare i miei amici a chi era più bravo a parlare. Quasi tutta la musica che ascoltavamo era in inglese, capivamo pochissimo di quello che ascoltavamo. Oggi per i ragazzi le parole sono ritornate centrali. Certo, spesso sono sconnesse, piene di slogan e giochini: la necessità di comunicare in fretta, per frasi brevi, digitando, impedisce di metterle insieme in una struttura più complessa dell’elenco (che infatti è la forma della gran parte dei testi dei rapper)”.

In questo contesto, come spiega il proliferare delle scuole di scrittura (sia di realtà private, come Belleville, sia in contesti accademici)?
“Le scuole di scrittura, in questo caso Belleville, insegnano a strutturare il discorso scritto. E aumentano perché tante persone vogliono scrivere e sentono il bisogno di imparare a farlo meglio. Nei paesi anglosassoni le scuole di scrittura sono una realtà consolidata, che ha formato alcuni degli scrittori migliori delle ultime generazioni”.

Invece in Italia continua a esserci un po’ di diffidenza…
“Sì, si sente dire spesso che non si può imparare a scrivere. È una critica che nessuno rivolgerebbe mai a un insegnante di pianoforte o di tennis. Il fatto è che quando si pensa alla scrittura, si continua pensare alla Scrittura, a qualcosa di sacro. Invece la scrittura, come ogni altra attività umana, si può e si deve praticare, perché è solo praticando che si può migliorare. Non significa che tutti possano diventare buoni scrittori, naturalmente, significa che tutti possono imparare a scrivere meglio. Imparare a maneggiare le parti di un testo e le regole della scrittura, anche per sovvertirle (non c’è niente di più triste che sovvertire una regola senza sapere che esiste)”.

E veniamo al nuovo anno di Belleville. A proposito, a chi vi rivolgete? Principalmente a chi sogna di pubblicare il manoscritto nel cassetto?
“A Belleville, dove l’anno scorso sono passati 200 studenti, si rivolgono persone che vogliono pubblicare e persone che cercano, più semplicemente, si essere aiutate a esprimere meglio, per iscritto, quello che sentono e hanno vissuto. Per il prossimo anno stiamo rafforzando soprattutto i corsi serali, per dare la possibilità anche a chi lavora di frequentare per periodi più lunghi e in modo più approfondito. L’altro grande progetto è costruire una serie di corsi online su Typee, in modo da allargare questa possibilità anche a chi magari vive altrove”.

In sintesi, come sono strutturati i corsi, cosa li caratterizza rispetto alla concorrenza?
“Il corso annuale è una scuola vera e propria, quattro ore al giorno per un totale di 300 ore di teoria e 300 di scrittura. Gli insegnanti sono scrittori come Walter Siti, Marco Balzano, Alessandro Bertante, Giorgio Falco, Edgardo Franzosini. I corsi serali – dalle 7 alle 9 di sera – durano dalle 20 alle 30 ore e sono divisi in materie specifiche: scrittura creativa, ancora con Bertante, Balzano e Luca Ricci, editing con Stefano Izzo, copyright con Roberto Greco. In generale, cerchiamo di avere prezzi accessibili e offrire borse di studio, a cui si accede partecipando ai concorsi che promuoviamo online su Typee”.

Sono sempre di più gli scrittori che, anche per ragioni economiche, si propongono come docenti di scrittura. Uno scrittore può essere il “docente di scrittura” ideale?
“Non credo che esista un docente di scrittura ‘ideale’. Il rapporto tra insegnante e studente è, sempre, anche un incontro tra persone. La maggior parte dei nostri insegnanti sono scrittori per il semplice fatto che i corsi di scrittura creativa sono i corsi più richiesti, ma c’è stata anche una forte richiesta per il corso di editing e quello di copyright. Forse la disponibilità all’insegnamento ha ragioni economiche – i giornali in effetti pagano di meno –, ma mi piace pensare che sia anche dovuta alla maggiore attenzione per la scrittura di cui parlavo prima. Chiunque può scrivere su internet, ma questa possibilità genera anche la consapevolezza del valore e della qualità di ciò che si scrive e si legge, e fa crescere il desiderio di migliorare. Sono davvero convinto, contrariamente a quanto si sente dire, che la scrittura sia tornata centrale. C’è una nuova attenzione per la parola e per la narrazione, ed è un’attenzione che riguarda tutti, in particolare chi della scrittura ha fatto un mestiere”.

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