L'Atlantic parla di "new normal". In effetti, basta pensare alle nostre vite, per renderci conto di quanto sia ormai considerato "naturale" guardare compulsivamente il cellulare mentre si è a pranzo o a cena con gli amici, al cinema o durante un concerto. Su ilLibraio.it la riflessione dell'editor Fabrizio Cocco, che allarga il discorso al futuro della scrittura e della lettura: "È un po’ come se la narrazione e l’autonarrazione del presente non bastassero più, in quanto esperienze direttamente vivibili..."

Due anni e diciotto giorni fa ero al concerto di Johnny Marr a Milano (la band di supporto stranamente ha suonato dopo di lui, un chiaro abbaglio degli organizzatori). Nel cantare una sua personalissima versione di Bigmouth Strikes Again degli Smiths, gruppo che ha fondato insieme a Morrissey, ha modificato il verso «as her walkman started to melt» in un più contemporaneo «as her iPhone started to melt».

Mi è tornato in mente questo episodio leggendo questo articolo che indaga il modo in cui consultare il proprio iPhone durante le occasioni sociali sia diventato, appunto, socialmente accettabile.

Secondo l’Atlantic esiste una sorta di rinforzo positivo dato dal fatto che nessuno addita questo comportamento – guardare compulsivamente il cellulare mentre si è a pranzo o a cena con gli amici, o al cinema (infastidendo gli altri con la luce dello schermo), o durante un concerto (indaffarandosi a riprenderlo invece di goderselo – tanto che si vocifera di un provvedimento di Apple che vorrebbe bloccare da remoto la fotocamera degli iPhone degli spettatori di un evento live) – per quello che è: maleducazione.

foto di Antoin Egeiger

Secondo una logica che ha indubbiamente del pavloviano, se nessuno mi rimprovera allora vuol dire che lo posso fare. Anzi, stai a vedere che se non guardo Twitter/Facebook/Instagram/Snapchat mentre sono con gli amici… sono uno sfigato? Ergo non solo posso, ma devo farlo.

Ci sono alcuni risvolti interessanti di questo fenomeno. Il primo è che l’iperconnettività, quando diventa costume sociale, rende la realtà una struttura narrativa infinitamente complessa, ma con punti d’accesso infinitamente semplificati. È un po’ come se la narrazione e l’autonarrazione del presente non bastassero più, in quanto esperienze direttamente vivibili. Immagino lo smartphone come una sorta di finestra che dà su un fiume in perenne scorrimento, in tutte le direzioni, riavvolgibile a piacimento, un fiume di storie che l’utente non vuole perdersi. A costo anche di perdersi la storia che sta avvenendo attorno a lui, fisicamente e non virtualmente, in quell’istante.

Credo che questa paradossale «frammentarietà unitaria» della fruizione narrativa, in qualche modo, influenzerà anche la scrittura dei libri, da un lato, e i comportamenti di lettura, dall’altro. E non mi riferisco soltanto alle strategie di comunicazione e promozione del libro, ma anche alla genesi costitutiva stessa di un romanzo. Come ciò accadrà… Sarà curioso osservarlo nei prossimi anni.

Accanto a queste osservazioni, mi è inevitabile fare anche delle considerazioni personali, da quel caratteriale che sono. Ora… Stai a vedere che ha ragione quella mia autrice che da anni sostiene che sono anziano dentro, oltre che fuori? Perché, per esempio, io appartengo alla sparuta schiera di chi non tollera il rumore della masticazione propria e altrui. Credo fermamente che esista un girone infernale dedicato alle persone che, con inenarrabile maleducazione, ti telefonano mentre mangiano, o – orrore – mentre ciancicano sonoramente una gomma da masticare. Credo che le persone vadano salutate guardandole in faccia, preferibilmente negli occhi, e non con lo sguardo chino sul display del cellulare. Credo che i cosiddetti pizza eaters (quelli che, mi hanno poi spiegato, mandano messaggi vocali tramite Whatsapp tenendo il cellulare davanti alla bocca come fosse una fetta di pizza) siano l’apoteosi della maleducazione (è un telefono, puoi ancora farci quella cosa che si chiama telefonata), e credo altresì che uscire con una o più persone, amici o conoscenti, voglia dire parlare con loro, non con la timeline di un social media. Come canta Johnny Marr: che vi si sciolga in mano, quell’iPhone (lo dico con affettuosissima simpatia, sia chiaro).

L’AUTORE – Fabrizio Cocco è editor della Longanesi.

nota: le foto dell’articolo sono di Antoin Egeiger . L’immagine grande è tratta dall’Atlantic


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