Mario Biondi incontra Wilbur Smith autore di La legge del deserto ISBN:9788830425095

Wilbur Smith è a Milano per presentare La legge del deserto. Ci conosciamo da 24 anni. Ho tradotto 3 suoi libri, non so quanti ne ho recensiti, di svariati ho curato il lancio quando di mestiere facevo l’Ufficio Stampa della Casa editrice Longanesi. Ci consideriamo amici, e me lo conferma lui stesso con la dedica: “A Mario, vecchio e apprezzato amico”. Dunque scherziamo da vecchi amici che non si vedono da parecchio tempo. Di solito pubblicava un libro ogni due anni, questa volta ce ne ha messi tre. Giochiamo un po’ sui numeri: 30 anni fa (1981) stava uscendo il primo suo libro tradotto da me. 31 anni fa (1980) usciva il suo primo romanzo presso Longanesi, destinato a dare il la al suo travolgente successo (e non soltanto in Italia). 32 anni fa (1979) Elena Spagnol, moglie del rimpianto grande editore Mario, arrivava da Londra dicendo di avere visto ovunque enormi pile di un certo paperback e consigliandoci di leggerlo: era appunto quello che sarebbe diventato la prima grande joint venture Smith – Longanesi.

Wilbur Smith. Non andiamo più avanti nel gioco? E il numero 33?

Mario Biondi. Sono i tuoi libri fino a La legge del deserto. Ricordo momento per momento l’impegno messo anzitutto da Spagnol ma anche da me nel lancio del primo. Avremmo tanto voluto farti venire in Italia per l’occasione, ma non c’è stato verso. Sei arrivato soltanto nel 1987, dopo non so più nemmeno quanti libri. Come mai?

W. S. Non ricordo proprio. Non so nemmeno se il mio editore di allora mi abbia avvertito di questa vostra richiesta.

M. B. Spagnol e io amavamo molto scherzare su libri e autori, ci serviva a scaricare la tensione di quei momenti difficili. Avevamo praticamente messo insieme un giallo su un’anziana e importante scrittrice italiana che ammazzava tutti i suoi avversari di un Premio Letterario. E anche per te avevamo inventato una favola, naturalmente a nostro privato uso e consumo. Forse la conosci già.

W. S. No, non credo, ricordamela.

M. B. Nei tuoi libri avevamo trovato diversi personaggi monchi, storpi o simili: vedi Gary Courteney, a cui il fratello Sean ha sparato via una gamba, vedi l’archeologo Ben Kazin…

W. S. Un gobbo!

M. B. Sì, un gobbo. Quindi avevamo deciso che non volevi farti vedere perché avevi qualche grosso problema fisico. Poi nel 1987 sei arrivato, tutto in forma e pimpante, e quasi quasi rimanevamo delusi. Ma tornando ai tuoi romanzi: 33! Con dentro un’autentica folla di personaggi, uomini e donne. Se dovessi vederteli improvvisamente davanti tutti insieme, quale ti sembrerebbe correrti incontro per primo. Insomma, qual è stato il più importante?

W. S. Senza dubbio Taita, del ciclo “egizio”. Lo considero un vero e proprio mio alter ego, è sempre con me, mi parla, mi orienta, mi rincuora, mi sgrida persino. È fatto come me, modellato su di me. Per me non è soltanto un personaggio ma un’entità vivente, un vero e proprio amico. A nessun altro dei miei personaggi credo di aver dedicato tanto tempo e attenzione, e credo che nessun altro mi abbia ripagato come lui.

M. B. E tra i personaggi femminili?

W. S. Non ho il minimo dubbio: Centaine de Thiry, dei “Courteney d’Africa”. Non dimenticherò mai il momento in cui l’ho messa (e mi sono trovato) di fronte al problema di uccidere il marinaio con cui è in balia di onde e squali, per salvare il bambino che porta in grembo. Una donna formidabile, una volontà straordinaria di sopravvivere. Una donna pericolosa, anche…

M. B. Be’, lo sono parecchie delle donne dei tuoi romanzi. Penso a Thunder, di Destino, a Chantelle di Mare, persino alla Hazel delle prime pagine di La legge del deserto. Donne in cui si riflette un’esperienza personale? C’è qualcosa di autobiografico come nel caso di Taita?

W. S. Oh, no. Non mi sono capitate personalmente, però so che ci sono e che sono capaci di gesti terribili. Basta leggere i giornali. In genere, però, le “donne pericolose” dei miei romanzi trovano un contraltare in altre di carattere opposto, vedi la Samantha che si oppone a Chantelle.

M. B. Comunque molti dei tuoi libri sono dedicati a donne. Sono dunque state così importanti per la tua vita? Per la vita professionale, bada bene, per la tua attività di scrittore.

W. S. Be’, anche per la vita personale. La mia attuale moglie, per esempio, Mokhiniso, è davvero la “regina del mio cuore”, come dice la dedica di La legge del deserto. Undici anni insieme, uno più bello dell’altro. Tra l’altro è una donna che ha lavorato nell’attività bancaria e sa tutto di soldi, che ti assicuro per uno scrittore è una cosa utilissima.

M. B. E prima?

W. S. Delle mie prime due mogli preferisco non parlare, ero troppo giovane. Ma anche la terza, Danielle, è stata molto importante, e il nostro matrimonio fino a un certo punto è andato splendidamente.

M. B. Fino a un certo punto? A me è parsa una donna, magnifica, molto dolce.

W. S. Certo, lo era, ma come sai ha avuto il devastante problema di un cancro al cervello, con relativa operazione, di cui è morta. Dopo l’operazione non è più stata lei, è diventata violenta, vendicativa.

M. B. Durante un altro incontro mi avevi detto che per la tua attività di scrittore era molto importante. Che era la prima persona a cui facevi leggere i suoi testi. Che ti dava consigli, suggerendoti qualche modifica qui o là.

W. S. Era seduta di fianco a noi, ricordi? Tu forse non lo sapevi, ma era già molto malata. Io non ho mai modificato niente seguendo suoi consigli. Ma sapevo che sentirmi dire quelle cose le avrebbe fatto un grande piacere. Dopo l’operazione, però, la cosa mi si è rivoltata contro. Era scrittrice anche lei, e ha cominciato a dire a tutti che in realtà i miei libri li scriveva lei. Il suo cervello non funzionava più, era confusa, vaneggiava, ma la gente non lo sapeva.

M. B. E Mokhiniso. Ti è utile per il tuo lavoro?

W. S. No, se non, come ho detto, nel senso indiretto che è bravissima a farlo fruttare al meglio. Mokhiniso non è di lingua inglese, è venuta dal Tagikistan allora sovietico. Studiava a Mosca ed è arrivata a Londra per perfezionarsi. Ha imparato molto velocemente la mia lingua, ma non potrebbe mai intervenire sul mio mestiere di scrittore.

M. B. A proposito di mestiere di scrittore, usi ancora la penna, come mi hai detto una volta?

W. S. No, a un certo punto ho dovuto ammettere che c’era uno strumento molto più utile, oltre che più in linea con la modernità. Scrivere a mano, consegnare il testo a una dattilografa e poi ripetere il ciclo per la revisione era un lavoro lunghissimo, lentissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Ho affrontato il cambiamento obtorto collo, ma alla fine mi sono convinto, e sono contento di averlo fatto. Altrimenti credo che non sarei potuto arrivare a La legge del deserto.

M. B. “Rimpianti ne ho pochi”, cantava Frank Sinatra. E tu? Ne hai?

W. S. No, sarei poco onesto se dicessi di averne. Credo mi sia davvero stato concesso il meglio. Soprattutto se penso a certi miei amici, che hanno rinunciato a una vera vita per accumulare un patrimonio di milioni di dollari. Be’, io sono più fortunato: ho accumulato un patrimonio di milioni di ricordi.

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