Carlo Monterossi, personaggio controverso, antieroe, proveniente dal cinico mondo della tv, si ritrova a indagare sulla morte di una misteriosa escort e su un fantomatico tesoro. Si muove in una Milano in cui l’Expo è appena finito. Una città complessa e sfaccettata. In occasione dell'uscita del suo ultimo giallo, "Di rabbia e di vento", Alessandro Robecchi si racconta con ilLibraio.it: "Il giallo italiano ha il grande pregio di farti vedere l’Italia, più di quanto Winslow ti faccia vedere la California, perché la nostra società è molto più complessa...". E ancora: "Il peggior rischio per uno scrittore è di diventare cinico, scrivere un libro solo perché lo prevede il contratto" - L'intervista

Da poco in libreria, Di rabbia e di vento (Sellerio) conferma il successo di Alessandro Robecchi: il suo giallo ci riporta a Milano, dove già avevamo fatto la conoscenza di Carlo Monterossi, personaggio controverso, immerso nel cinico mondo della tv a cui lui non sente di appartenere. Ancora una volta, Carlo resterà invischiato in un omicidio che ha molto di crudele e poco di chiaro: Anna, una escort insolita (non si può aggiungere altro, per non fare spoiler), viene uccisa barbaramente nel suo prestigioso appartamento e non si sa nulla di lei; anzi, anche i documenti sono falsi e non si riesce a risalire alla sua identità reale. Per scoprire cosa sia il fantomatico “tesoro” di cui Anna parla prima di addormentarsi sulla spalla di Carlo, dovrete attraversare misteri e altre indagini: non solo quelle ufficiali, condotte dal vice sovrintendente della Polizia Tarcisio Ghezzi, ma anche quelle di Carlo e del suo amico Oscar, incapaci di restarsene con le mani in mano. È la rabbia a muovere Carlo e a trasformarlo in un detective improvvisato, una rabbia difficile da spiegare: certo, un omicidio tanto efferato suscita sgomento, ma in fondo Anna era quasi una sconosciuta…

In occasione del recente Salone del Libro, abbiamo intervistato Alessandro Robecchi.

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Milano ricopre un ruolo fondamentale nel romanzo: non sarebbe possibile immaginare la stessa storia con un’altra ambientazione. Di recente è uscito l’atlante dei giallisti italiani ed è possibile notare subito il ruolo centrale che vi ricopre la metropoli lombarda. Quali caratteristiche rendono Milano tanto preziosa per i giallisti?
“Secondo me Milano ha sofferto un po’ dopo Scerbanenco; anche se ci sono stati altri autori notevoli, Milano è difficile da trattare perché nella vulgata nazionale, soprattutto sotto Roma, rappresenta la città della moda, di alti redditi, del lavoro indefesso… Questa percezione ha un riscontro, chiaramente, ma rischia di dare una descrizione monodimensionale e questo è falso, perché Milano ha molte sfaccettature; ad esempio, non è grigia per niente (a parte con la nebbia!) e ha vinto il preconcetto che “a Milano si lavora e basta”. In più, nel bene e nel male è una città che ha accolto un po’ tutti negli anni; basti pensare che è stata la più grande città “pugliese” d’Italia. Anche adesso ospita molte comunità integrate che hanno portato i loro riti, le loro feste, le loro tradizioni, la cucina… In un posto piccolo (Milano non è Roma), ci sono tante realtà che confinano, magari non si parlano, però vivono a pochi passi l’una dall’altra. Questo rende molto stimolante raccontare la città, perché in 100 metri puoi passare da un quartiere a un altro completamente diverso. Ciononostante, Milano deve ancora scontare il peccato originale di essere considerata la “città fighetta” d’Italia. Anche per questo io cerco di dimostrare che non è così con Carlo Monterossi, che è in grado di agire in qualsiasi contesto. Ad esempio, nell’altro romanzo Carlo finiva in esilio in tutt’altro quartiere; eppure ci si misurava senza timore… Mi piace questa caratteristica del mio personaggio, che va contro l’orizzontalità di Milano, secondo cui un ricco vede un povero solo quando arriva l’ambulanza… o la polizia”.

A proposito di Carlo, siamo in presenza di un personaggio incredibile, pieno di contraddizioni, che ora si ama e ora si detesta. Da qui, viene spontanea una domanda poco politicamente corretta: il mondo della tv raccontato anche in Di rabbia e di vento, così cinico e disincantato, è una caricatura del reale, una pura invenzione o il reale stesso?
“Una pura invenzione no, perché non sono capace e non mi interessa raccontare da zero; parto da fatti reali, che posso poi caricare con il paradosso o simili. Nel caso della tv del Monterossi (che non è quella che faccio io) mi sono rifatto alla realtà. In questa pornografia dei sentimenti, le storie vengono “pettinate”, come si dice nel gergo televisivo: la realtà non basta mai; pagano persone che la trasformino in qualcos’altro, seguendo – e io dico peggiorando – i gusti più corrivi della gente semplice. Le pagine del romanzo in cui racconto della riunione (in cui Monterossi stravolge una storia reale in un’esagerazione, ai limiti della credibilità) sono davvero molto verosimili, anche se questo può sembrare sorprendente. Ma credetemi, niente di quello che passa in tv è vero… In più, se posso aggiungere una cosa, ho inserito questo siparietto anche per rimarcare il fatto che Monterossi non è un eroe: ci tenevo che si capisse bene. D’altra parte, non amo i personaggi in cui i lettori s’identificano interamente. Monterossi ha un suo senso della giustizia, per carità, e lotta per non diventare cinico, ma non è un eroe: quando deve essere stronzo, sa farlo senza esitare. Ma anche questo fa parte dei miei obiettivi: non volevo dare a Carlo una sola dimensione”.

A volte Carlo fa davvero ridere e ci sono passaggi in cui il narratore schiaccia l’occhio al lettore, accostando scene tanto diverse da risultare ironiche. Quanto l’ironia può entrare nel giallo? Esiste un limite?
“Il dosaggio non è pianificabile, anche se ci vuole il giusto equilibrio tra ironia, blues, malinconia… In ogni caso, non ho una ricetta, lascio che l’ironia sorga spontanea e che si autoregoli. D’altro canto, i cambi di tono sono un po’ come i colpi di scena nella storia gialla. Permettimi un riferimento – ma non intendo paragonarmici, per carità: quando leggi il Pasticciaccio di Gadda trovi passaggi incredibilmente ironici, che una riga dopo vengono contraddetti da una nostalgia o giustapposti a un pensiero profondo. In fondo, è quello che facciamo normalmente nella vita: alle 3.05 ridi e alle 3.10 sei malinconico. Credo che si formi una sorta di ritmo tra questi due estremi solo apparenti. Ridiamo delle nostre nostalgie e proviamo nostalgia per le nostre risate: sono due registri che si compenetrano nell’unicità della vita”.

Passiamo ora a un sentimento opposto, la rabbia, presente nel titolo e nell’epigrafe shakespeariana. Secondo Lei, si può scrivere per rabbia?
“Certo, è come ammazzare: per cosa si ammazza? Per soldi, amore, gelosia, rabbia… Ecco, si scrive per gli stessi “moventi”. Però vorrei specificare una cosa sulla rabbia, che è molto cambiata negli anni: purtroppo non esiste più una rabbia collettiva. Nella città di Milano, dopo l’Expo che avrebbe dovuto cambiarci la vita, non siamo più felici di prima, anzi! C’è una rabbia individuale, sorda, secca, non consolatoria (a volte ci si consola a sapere che si è in mille o diecimila a soffrire per una stessa cosa). Così nel romanzo, sia Carlo che Carella sono rabbiosi, ma privatamente. È da tempo che non si riesce più a vivere una rabbia collettiva (si pensi che lo denunciava precocemente anche Una questione privata di Fenoglio); negli anni ’70 sì che c’era questo forte senso di appartenenza e di rivolta… Ora si avverte solo acido in fondo allo stomaco; anche questo è un segno dei tempi: si tratta di una rabbia privata, che non vuole piegare verso la rassegnazione, ma non sa bene che cosa diventare”.

Spostiamoci ora a parlare brevemente di scrittura: ha frequentato molte scritture diverse. Pensa che ci sia osmosi tra narrativa, satira, giornalismo…?
“Osmosi non so, ma di sicuro si entra in una scrittura e si esce nell’altra; i generi si incontrano, si scontrano. In realtà c’è però una differenza sostanziale: per me i libri sono il luogo della libertà. In trent’anni di scrittura per radio, televisione, giornali, sei sempre lì a lottare con il numero di caratteri, con i tempi televisivi, e devi sacrificare molto per restare nei vincoli imposti dal mezzo… Col libro invece ti devi disciplinare tu, ma sei davvero libero. La battuta ironica mi viene sempre e comunque, in qualsiasi tipo di scrittura. La scena di un dialogo ad esempio me la figuro, io immagino che quando entra questo personaggio l’altro deve essere seduto alla scrivania, disegno la sua espressione nella mente,… Insomma, scrivere romanzi è la cosa più divertente da fare restando vestiti (a parte che si può anche scrivere nudi!)”.

A questo punto, un’ultima domanda per confrontarci con il genere. Quali sono i pro del giallo italiano?
“Una premessa fondamentale: sono un grande lettore di gialli, ma non frequento tanto quelli italiani. Ho veri e propri innamoramenti: per due anni leggo solo i nordici, poi esce un nuovo Winslow e allora non mi ferma nessuno: caffeina, notti in bianco… E così via. Detto questo, il giallo italiano ha il grande pregio di farti vedere l’Italia, più di quanto Winslow ti faccia vedere la California, perché la nostra società è molto più complessa. Il personaggio italiano, senza lo sfondo in cui agisce, non è lui. Un altro pregio, a mio parere, è che il giallo italiano racconta la società meglio della letteratura contemporanea, che a volte è troppo concentrata su drammi esistenziali, storie d’amore legate a singoli personaggi, e non si guarda intorno. Al contrario, il giallo ci mette a confronto con persone un po’ estreme (l’assassino, la vittima, lo stesso poliziotto), che si muovono nello spazio in cui ci muoviamo noi persone normali, che non siamo né assassini, né vittime o poliziotti. Infatti, se un francese volesse capire lo spirito siciliano, dopo aver letto capolavori come Tomasi di Lampedusa e Sciascia, gli consiglierei Camilleri”.

Ravvisa anche qualche rischio?
“Il rischio? Difficile dirlo… Ne riconosco uno che va oltre la divisione di genere: il peggior rischio per uno scrittore è di diventare cinico, scrivere un libro solo perché lo prevede il contratto. Invece non deve essere così, al centro di ciò che ti porta a scrivere deve esserci una buona storia da raccontare. Allora va bene tutto: puoi farla bene, male, far ridere o piangere, ma devi sentire che è una storia davvero necessaria, da condividere. Ad esempio, in Di rabbia e di vento, Anna per me è una bella storia da raccontare, misteriosa e al tempo stesso con una sua poesia. Io voglio bene ai miei personaggi, anche a quelli secondari come ad esempio Serena, che è una proletaria senza rivoluzione e senza scrupoli (lo leggerete nel romanzo, non posso fare anticipazioni). Insomma, spero che anche a voi piacerà la sua ribellione davvero molto privata”.

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