Chiara Lalli, in libreria con il pamphlet "Non avrai altro dio all'infuori di te", affronta lo spinoso tema della mitomania che guida i comportamenti online (e non solo), mossi soprattutto dall'idea che, "siccome le uniche idee giuste sono le nostre, tutte le altre meritano insulti e bava alla bocca". Intervistata da ilLibraio.it ammette di essere preoccupata dalla "furia cieca e animalesca" liberata nelle diatribe online, che coinvolge anche i genitori, ad esempio. Inoltre, discute di altri temi a lei cari, tra cui il futuro del femminismo, il cui "aspetto più rivoluzionario è quello che ha a che fare con la libertà e con la fine del paternalismo". Che, però, rischia di essere dimenticato...

La mitomania nell’epoca dei social è al centro del nuovo libro della giornalista e bioeticista Chiara Lalli. Lei stessa molto seguita (e a volte criticata) in rete, in Non avrai altro dio all’infuori di te (Fandango, con un’introduzione di Carlo Verdone) Lalli indaga il narcisismo dilagante e le zone non poi così oscure del web – e non solo – in cui si verifica il fenomeno.

Chiara Lalli si occupa anche di temi legati alla questione di genere, al femminismo, all’omogenitorialità, oltre che all’aborto e all’eutanasia. E lo ha fatto sia attraverso libri che sulle pagine di testate nazionali. Per parlare di egotisimo, ma anche delle altre questioni a lei care, ilLibraio.it l’ha intervistata.

chiara lalli

Siamo diventati più narcisisti con l’avvento dei social media, oppure la rete è solo il mezzo per diffondere il proprio ego?
“Fino a un po’ di tempo fa avrei risposto che i social media sono solo una lente di ingrandimento di comportamenti che abbiamo sempre avuto. Se prima il nostro uditorio erano la nostra famiglia e i nostri amici, al più il famoso bar in cui si discuteva di strategie politiche e di come risolvere la fame nel mondo, ora è potenzialmente l’universo. Però l’allargamento dei confini ha finito per avere un effetto di rinforzo e quindi siamo tutti più mitomani”.

Quindi quali sono le conseguenze di questo fenomeno?
“Parliamo di astrofisica senza avvertire il ridicolo delle nostre opinioni – che non sono davvero opinioni, sono parole messe in fila a caso con la presunzione che abbiano un senso. Quando qualcuno ce lo fa notare, allora è invidioso, è pagato da chissà chi oppure non esce abbastanza. È un meccanismo perfetto per evitare di ammettere che siamo dei cialtroni. Il guaio non è intrinsecamente il narcisismo, ma l’incapacità di capire quando possiamo permettercelo. O, come aveva detto Ettore Scola, ‘il problema è che se sei narciso e non vali un cazzo hai sprecato un’occasione'”.

Sono proprio le opinioni a spingere gli hater, ma anche i “commentatori seriali”, a insultare e sbeffeggiare chi ha idee diverse dalle loro. Che cosa li spinge ad agire così?
“Bisognerebbe chiederlo a loro. Mia nonna avrebbe detto: ‘avete troppo tempo libero’. Non sarebbe una spiegazione esaustiva, ma è molto probabile che se dovessimo – com’era nel suo caso – lavorare, badare a due figli e alla casa senza avere nemmeno la lavatrice, ci rimarrebbe poco tempo per aggredire tutti quelli che manifestano pareri che non ci piacciono. C’è anche un ingrediente mitomane”.

Quale?
“Siccome le uniche idee giuste sono le nostre, tutte le altre meritano insulti e bava alla bocca”.

Lei stessa è stata colpita da aspre critiche sui social. Come si reagisce?
“Sono molto allenata. Dopo anni di ‘commenti’ da parte di proLife, antivaccinisti, pro Stamina, ultraconservatori non mi scompongo di fronte a ingiurie ed errori grossolani. Tuttavia certe volte mi fanno paura. Non è solo l’assoluta necessità di commentare tutto – che già è abbastanza angosciosa. È la furia cieca e animalesca. Dopo l’incidente causato da Domenico Diele sono sbucati, come scarafaggi, molti forcaioli e fan della vendetta. Non manca solo un’idea seppure vaga della procedura penale, ma la capacità di cogliere l’enormità di auguri come ‘muori tossico ti aspettiamo sotto casa’. Ovviamente, la morte immaginata è lenta e dolorosa. A chi prova a dire ‘magari aspettiamo il processo’ è destinato lo stesso trattamento”.

Anche i genitori sembrano essere una categoria piuttosto accesa online, dalla cattiva scuola fino ai vaccini. Come si spiega questo fenomeno?
“Per alcuni i propri figli sono l’unica occupazione e si capisce che vogliano sempre intervenire, arrivando perfino a telefonare alla scuola per avvertire che c’è una bomba per evitare al figlio il rischio di prendere un brutto voto al compito in classe. Diventare genitori non implica il possesso di particolari competenze o qualità. Fanno figli anche le talpe. Chi è complottista tende a rimanere tale, così come chi non capisce la statistica e l’epidemiologia o non è in grado di capire l’irrazionalità di alcune avversioni (penso ai vaccini giudicati come il ‘Male’). I propri figli sono tutti diamanti, tutti speciali, tutti geni. Purtroppo è statisticamente improbabile”.

Queste aspettative hanno ripercussioni anche sui figli…
“Il risultato è grottesco, quasi comico. Non solo se tutti siamo meravigliosi nessuno lo è più, ma stiamo allevando una generazione di mitomani. I genitori, poi, sono così fieri delle proprie creature da ignorare del tutto la possibilità che i poveretti non vorrebbero essere fotografati e celebrati a ogni pappetta o saggio scolastico. Se fino a qualche tempo fa erano i figli a costituire una minaccia alla privacy dei genitori, ora le parti si sono invertite”.

Anche al di fuori della rete, le questioni più spinose da affrontare sembrano spesso quelle che riguardano i diritti di un gruppo della popolazione (migranti, donne, omosessuali, malati terminali…). Come se lo spiega?
“Questa è un’abitudine antica: tendiamo a prendercela con chi è o giudichiamo più debole di noi. È una specie di istinto di sopravvivenza. Un leone, tra un cucciolo e un adulto, tenderà ad aggredire il primo. È ovvio. Evolvere – come individui e come specie – dovrebbe farci sviluppare un senso morale e la capacità di pensiero analitico. Potremmo dunque capire che attribuire diritti agli altri non annienta automaticamente i nostri privilegi. Potremmo perfino imparare a ragionare in termini di equità e giustizia. Ma non è detto che accada, e allora ogni diritto concesso a te è un’insopportabile offesa nei miei confronti. Per non parlare della tendenza mitomane a considerarci come gli unici degni: a votare, a possedere la cittadinanza, a ricevere premi e promozioni, a scrivere editoriali e a vincere premi letterari e cinematografici. Se non accade, è una intollerabile ingiustizia”.

Visto il suo interesse per la genitorialità e la questione di genere, come vede le famiglie del futuro?
“A quale paese ci riferiamo? Il loro assetto dipende infatti dalle leggi, dalla cultura e dai costumi del luogo. La Danimarca ha riconosciuto legalmente le unioni civili nel 1989 (era stata anche la prima a depenalizzare i rapporti tra persone dello stesso sesso), l’Italia l’anno scorso. La legge è solo un frammento ma è fondamentale. Non solo nella rimozione di un divieto, ma nella percezione di cosa è lecito e cosa moralmente ripugnante. Legge e morale non coincidono, tuttavia è più facile mantenere una condanna morale verso azioni o scelte illegali. Per le famiglie dovrebbe valere un principio più liberale possibile. Non c’è un solo modello familiare. La stessa idea di ‘famiglia tradizionale (o naturale)’ è un inganno e non può giustificare il tentativo di imporre a tutti la nostra idea. Non è da mitomani immaginarci l’unità di misura del mondo?”

Noi donne, invece – anche in luce della nuova ondata di femminismo – cosa ci potremmo aspettare?
“Dipende dal femminismo. Nella ‘nuova ondata’ ci sono anche componenti claustrofobiche e poco liberali. Penso a quei femminismi che vedono intrinsecamente la scienza come patriarcale, che non vedono l’ora di stabilire come sia la Vera Donna (in genere è la propria idea di donna, ovviamente), che liquidano scelte che loro non farebbero come immorali o servili (il recente dibattito sulla maternità surrogata è un esempio perfetto), che tramandano l’idea che non sei una vera femminista se ti piacciono i vestiti e i tacchi e altre strampalate credenze. Così come la convinzione che basti avere un utero per essere speciali. L’utero è un organo come un altro, e se lo investiamo di proprietà magiche che non possiede finiamo in un dominio riduzionista e angusto. Penso alle discussioni sul genere e sulle transizioni di genere. L’aspetto più rivoluzionario del femminismo è quello che ha a che fare con la libertà e con la fine del paternalismo, cioè la convinzione che sarebbe ammissibile obbligare qualcuno a fare qualcosa o a rispettare dei canoni per il suo bene. E se a obbligarmi è un uomo o una donna, il risultato non cambia”.

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