I "messaggeri della lettura" di #Ioleggoperché si raccontano su IlLibraio.it, media supporter dell'iniziativa. Scopri la storia di Orsetta Innocenti, piena di energia e passione, che insegna a scuola e all'università. E che ci svela come si fa a trasmettere ai non lettori l'amore per la lettura

Il 2015 è l’anno della prima edizione di #ioleggoperché, un’iniziativa pensata dall’Associazione Italiana Editori per promuovere la lettura tra chi non legge. E i protagonisti, questa volta, sono i cosiddetti “lettori forti”, che hanno la possibilità di diventare “messaggeri della lettura” e di farsi promotori volontari della loro passione per la lettura (scopri tutti i dettagli sulla campagna). In vista della festa nelle piazze in programma il 23 aprile (che sarà trasmessa da Rai3), IlLibraio.it, media supporter dell’iniziativa, ha deciso di dar voce ad alcuni dei lettori che hanno scelto di diventare “messaggeri”.

Orsetta Innocenti, 42 anni, insegnante di Materie Letterarie c/o l’ITG “Brunelleschi” di Empoli e  collaboratrice alla cattedra di Letterature Comparate dell’Università di Siena (nella sede di Arezzo): “Ho avuto la fortuna di esercitare, da adulta, due professioni che sognavo da ragazzina, insegnare a scuola e all’università”, ci racconta. “Trovo che avere accesso a entrambi i mondi, che spesso si intersecano, talvolta collidono, ogni tanto vanno in parallelo, sia un privilegio prezioso. Del resto, ‘gli universi si fanno e si disfano, ma è sempre lo stesso materiale che gira’ -ricordava Calvino nelle Cosmicomiche”.

Dove, abitualmente, compra i libri?
“La risposta più corretta è sicuramente ‘ovunque’. Di più: la conoscenza di un paese, una città nuova, in Italia come all’estero, passa sempre da una visita ai luoghi dove si vendono libri. Un pezzo del mio cuore (e del mio portafoglio) giace tuttora nelle librerie dell’usato di Cambridge (dove ho vissuto per un periodo della mia vita), di Londra (dove non c’è solo 84, Charing Cross Road), di Oxford (sui cui venditori di libri usati ha scritto parole formidabili Javier Marías nel suo Tutte le anime) – così come in molti pezzi di Italia. Ciò non toglie che nella città dove vivo abbia la mia libreria di fiducia, quella in cui vai a chiacchierare di carta e pagine oltre che a comprare. Tra le librerie italiane, mi piace ricordare la Centofiori di Montepulciano, il paese della mia nonna e di tutte le mie estati. Un posto indipendente e magico, oltre ogni dire: lì ho scoperto Il ponte di San Luis Rey, L’antologia di Spoon River e tanti altri mondi meravigliosi. Non a caso, le librerie, luoghi intrinsecamente romanzeschi, sono spesso al centro di trame splendide. Tra le storie ambientate nelle librerie, mi piace ricordare anche un romanzo meno noto, pubblicato da Sellerio oramai quasi venti anni fa, La libreria stregata di Christopher Morley”.

Legge anche e-book?
“Poiché sono soddisfatta proprietaria di un Kindle, acquisto anche on-line (cosa che non ha cambiato il mio rapporto con il libro di carta, ma solo quello con il peso della valigia nei viaggi), specie i libri in lingua originale”.

Dove ama leggere?
“A rischio di essere ripetitiva, la prima risposta resta ‘ovunque’. Come Rory Gilomore (la protagonista di Gilmore Girls), ho sempre un libro in borsa (o il Kindle), anche quando vado a una festa, perché non si sa mai. Ciò non toglie che ci siano una serie di posti che prediligo: a casa, banalmente, sdraiata sul letto; in giro, il mio posto di elezione resta il treno, uno dei luoghi per me più belli per leggere in assoluto, perché leggi di mondi attraversando mondi, una moltiplicazione di immaginario”.

Che genere di libri preferisce?
“Leggo di tutto, senza preclusioni e preconcetti. Per quanto riguarda la saggistica (che, oltre che per piacere, leggo anche per lavoro) la preferenza va a teoria della letteratura, storia e politica; per quanto riguarda la narrativa, il mio cuore batte per l’Inghilterra prima e più che per qualsiasi altra cosa. Se fossi un libro, sarei un romanzo di formazione/storico/sociale alla Dickens, oppure – adattato ai tempi nostri – alla Jonathan Coe”.

Cosa l’ha spinta a diventare una “messaggera della lettura”?
“Il divertimento per l’iniziativa, prima di tutto: poiché per me leggere è bello, ed essenziale come l’aria che respiro, e sono una entusiasta, ho sempre cercato di coinvolgere alla lettura le persone che entrano a far parte dei miei mondi. Per questo, l’idea di essere parte di una rete nazionale che respira lettura e si muove di concerto con me per ampliare e dar voce a questa istanza mi piaceva moltissimo. Inoltre, essere ‘messaggero’ fa parte, diciamo costituzionalmente, della mia professione, sia a scuola, sia all’università, dove direi che il mio compito principale si traduce nel raccontare storie e far capire ai giovani cittadini di domani che raccontare storie è bello, è utile, e soprattutto essenziale al nostro essere-nel-mondo (la parafrasi, goffa, è ancora da Calvino di Cibernetica e fantasmi, ma anche da Gould degli Alberi non crescono fino in cielo: ‘Attraverso le metafore che scegliamo per rappresentare il cosmo in miniatura riveliamo chi siamo’). #ioleggoperché mi consente di mettermi alla prova su vari fronti, cercando di spendere il mio ruolo su piani, e ancora una volta mondi, diversi: come insegnante a scuola, all’università; come privata cittadina; come blogger: ed è una sfida impagabile”.

#ioleggoperché: qual è la sua risposta?
“Perché non posso farne a meno. Questa è la prima e la più vera. Poi se ne possono aggiungere molte altre, ma sono parafrasi e spiegazioni, tutto parte da lì. Ancora Calvino: ‘La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade. Il capitolo che attacchi e non sai ancora quale storia racconterà è come l’angolo che svolterai uscendo dal convento e non sai se ti metterà a faccia con un drago, uno stuolo barbaresco, un’isola incantata, un nuovo amore’ (dal Cavaliere inesistente)”.

Come convincerà i non lettori che leggere è bello?
“La risposta è complessa (e difficile almeno quanto la domanda). Allora, diciamo che, per la parte insegnante, quello che ho visto in tutti questi anni di insegnamento (entro nel quindicesimo) è che contano due cose: presentare la lettura come passione e (dunque) l’esempio. Mi spiego: tutti gli insegnanti a scuola fanno leggere, fa parte delle regole del gioco; ma sono pochissimi (e questo è un grosso problema, che incide a mio avviso non poco sui dati di non-lettura italiani) i colleghi, anche di lettere, che amino davvero la lettura. E questa cosa si vede; si vede sempre, e tanto più con i ragazzi, che sono come il gangarone di Eta Beta (il personaggio Disney), Pflip, davanti al quale era impossibile mentire. Ecco, portare la lettura in classe significa, dal punto di vista del metodo, far leggere testi integrali e interi, belli, a scuola, insieme (lavorando magari sui racconti) e a casa, ma sempre con un ritorno, una discussione, un gruppo di lettura in classe durante e dopo, a prescindere dalla verifica (che comunque c’è), magari costruendo percorsi che si adattino, seguano, aiutino a disegnare quella che io chiamo l”epica di classe’. Ma significa anche, situazionalmente, presentarsi come lettori, far vedere che quello che si chiede a loro dicendo che è bello si pratica in prima persona perché si trova bello. I miei alunni mi vedono sempre con un libro in borsa, citare pezzi di romanzi, di poesie, di testi vari: e questo incuriosisce, prima o poi (per questo trovo molto azzeccato in #ioleggoperché partire dai post-it). Nel mondo fuori dalla scuola, io credo che si possa attuare un meccanismo simile, fidelizzando i non lettori: la mia intenzione, sia di persona, sia sul blog, è quella di non esaurire il contatto con il non lettore alla consegna, ma di creare un gioco di lettura che porti a reincontrarsi, in un luogo ameno, per parlare dell’effetto che ci ha fatto l’incontro con quel libro.

Ha una frase tratta da un libro che pensa possa far innamorare della lettura?
“‘Mi dica un’ultima cosa’, chiese Harry. ‘È vero? O sta succedendo dentro la mia testa?’. ‘Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry. Ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?’. (J. K. Rowling, Harry Potter e i doni della morte). Perché c’è già tutto, lì”.

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