Valentina D'Urbano, giovane scrittrice romana, ambienta i suoi romanzi nelle periferie. E in questo sentito intervento parla dei "ripostigli troppo pieni" che sono diventate alcune aree delle nostre città: "Basterebbe insegnare il valore di una parola semplice, Conoscenza..."

di Valentina D’Urbano

 

Se ne sente tanto parlare ultimamente, come fosse una novità.  Come se certe periferie le avessero inventate ieri.  Come se non sapessero che è inevitabile che quando per anni accumuli roba nel ripostiglio di casa, quello prima o poi esploda, crolli, sfondi la porta e ti rilasci anni di abbandono e degrado e spazzatura sul tappeto buono. Perché in teoria, i problemi vanno risolti, le cose che non funzionano vanno aggiustate.  Non vanno nascoste.

Ecco, ci sono quartieri che sono come un ripostiglio troppo pieno. Per anni, da tutta la città ci hanno riversato dentro di tutto, ci hanno stipato gente, discariche, politiche abitative e sociali destinate a fallire, poi hanno chiuso la porta fingendo di non vedere.
In una di queste periferie brutte e cattive e pericolose, io ci sono nata e ci sono cresciuta.

Il problema è che non stiamo parlando di un vero ripostiglio. Nel ripostiglio ci trovi il ferro da stiro che non funziona più, la scopa, il fustino del detersivo. Qui parliamo di quartieri e nei quartieri ci trovi le persone. Gente che esiste, vive, va a lavorare, prende la metropolitana, compra, si incazza.

Gente che si sente abbandonata, che saprebbe pure con chi prendersela, ma quelli sono troppo lontani, stanno fuori (o meglio, stanno dentro), in periferia ci vengono solo quando è tempo di elezioni, quando c’è da stringere le mani e neanche ti guardano in faccia mentre lo fanno. Allora uno si arrabbia, perché se non ti guardano in faccia vuol dire che non esisti. E se uno si arrabbia e non sa che fare e non ha gli strumenti per gestire questa rabbia, se la prende col primo che capita. Se la prende con quello che non conosce. E quello che non conosce, di solito è l’ultimo arrivato, quello che sta lì perché è lì che lo hanno messo.

Nel caso scoppiato ultimamente a Roma, l’ultimo arrivato è lo straniero. Il rifugiato politico, il richiedente asilo. Il negro, quello uscito bruciato, come ho sentito ripetere più volte, sempre dalla stessa voce, una battuta cretina che ha sollevato grande indignazione popolare, lo schifo, lo sdegno.

È facile prendersela con gli abitanti del quartiere che sono razzisti, violenti, intolleranti, che mettono paura. È facile anche prendersela con gli ospiti del centro d’accoglienza che sono razzisti, violenti, e intolleranti, e mettono paura anche loro (basta chiedere per ricevere le stesse identiche risposte da ambo le parti).

Un po’ più complicato prendersela con l’abbandono e l’incuria in cui versano da anni molti quartieri periferici, dove qualcuno ha ben pensato di relegare le emergenze “scomode” senza dare né ai vecchi abitanti né ai nuovi arrivati gli strumenti giusti per affrontarle, generando una guerra tra poveri, che non fa bene a nessuno, tantomeno a certe istituzioni che si credono intoccabili o peggio, certi individui che sfruttano la situazione per fare propaganda (ché tanto non vi votano, non vi illudete).

Perché abbiamo questo brutto vizio di rendere tutto più difficile, perché da sempre siamo l’ufficio complicazioni affari semplici, ché basterebbe insegnare il valore di una parola semplice come Conoscenza. Conoscenza del prossimo, conoscenza del territorio su cui viviamo, il posto in cui ogni giorno poggiamo i piedi. Dalla conoscenza arriva il rispetto, dal rispetto il valore.  Solo che conoscenza rispetto e valore non scendono dal cielo. Vanno insegnate. È un percorso umano e istituzionale che porta via tanto tempo, tanto denaro, tante risorse.

E allora qualche volta è meglio fingere di non vedere, chiudere bene la porta del ripostiglio.  E sperare che regga.

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