il libro

Al giardino ancora non l’ho detto

L’eleganza della scrittura e del mondo di Pia Pera mi hanno sempre affascinata, ma questo libro è unico e pieno di grazia. Un grande, coraggioso regalo.

Daria Bignardi

Pia Pera ritaglia dai bordi della malattia – sua, ma anche dell’essere umano in quanto tale – una terra di luce e libertà.

Chiara Gamberale

Bellissimo e struggente.

Serena Dandini


Per molti versi, avrei preferito non dover pubblicare questo libro, che non esisterebbe se una delle mie scrittrici preferite – non posso nemmeno incominciare a spiegare l’importanza che ha avuto nella mia vita, professionale ma soprattutto personale, il suo Orto di un perdigiorno - non si trovasse in condizioni di salute che non lasciano campo alla speranza. Eppure L’orto di un perdigiorno si chiudeva con una frase che mi è sempre sembrata un modello di vita, un obiettivo da raggiungere: «Ho la dispensa piena». Oggi questa dispensa, forse proprio grazie alla sua malattia, Pia ha trovato modo di aprircela, anzi di spalancarcela. E la scopriamo davvero piena di bellezza, di serenità, di quelle che James Herriot ha chiamato cose sagge e meravigliose, di un’altra speranza. È davvero un dono meraviglioso quello che in primo luogo Pia Pera ha fatto a se stessa e che poi, per nostra fortuna, dopo lunga riflessione ha deciso di condividere con i suoi lettori. Non posso aggiungere molto, se non raccomandare con tutto il mio cuore la lettura di un libro che, come pochi altri, ci aiuta a comprendere la straordinaria avventura di stare al mondo. Luigi Spagnol

Titolo
Al giardino ancora non l’ho detto
ISBN
9788868334437
Autore
Collana
Casa Editrice
PONTE ALLE GRAZIE
Dettagli
224 pagine, Brossura
Prezzo di questa edizione cartacea

Citazioni più amate

Non è stata inserita nessuna citazione tratta da questo libro.
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recensioni

  • Il Giardino di Pia Recensione di Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera Autrice della recensione : Eleonora Iorio Qualche giorno dopo l’assalto al Bataclan, Antoine Leiris pubblicò una lettera rivolta agli autori della strage nella quale aveva perso la vita sua moglie. Colpiva, in quel testo, la determinazione con cui si respingeva qualsiasi logica di vendetta, la dignità, l’amore vivo che provenivano da un uomo colpito da una tragedia crudele e assurda come quella: ammirevole dimostrazione che nella vita, al di là di quel che ci capita, che può anche essere ingiusto e fuori misura, quel che conta sono le risposte di cui siamo capaci. Anche l’ultimo libro di Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, è una risposta, esemplare per bellezza e profondità di sguardo, a cose che prima o poi toccano tutti: la malattia, il declino, la morte. Pia Pera è stata una donna dai molteplici interessi: narratrice, autrice di canzoni e testi teatrali, traduttrice, ma anche creatrice di giardini originali e insoliti, come quello da cui è circondata la casa in cui viveva, in Toscana; ed è proprio da un giardino, quello della poesia di Emily Dickinson da cui è tratto il titolo dell’opera, e intorno a un giardino, quello in cui la scrittrice-giardiniera viveva immersa e di cui si occupava con appassionata dedizione, che prende spunto e si muove questo testo, in cui si intrecciano liberamente riflessioni sul senso della morte e della vita, nutrite anche di incontri e letture – tante, scavate e colte -, lucide autoanalisi, bilanci mai definitivi, frammenti di piccoli eventi quotidiani e la registrazione dolorosa della propria deriva fisica. La scrittrice, una donna attiva, orgogliosa della sua indipendenza, forse anche un po’ aristocraticamente sprezzante, felice di tutto quello che fa, in primo luogo la cura del giardino, viene d’un tratto messa di fronte all’evidenza di una malattia progressiva, invalidante, mortale. Assediata da un nemico inesorabile, che avanza lentamente e con spiazzanti accelerazioni, nel suo verde universo ritagliato, Pia elabora la sua risposta. E’ determinata a guarire ma se la morte sarà inevitabile vuole che la trovi viva e operosa: fa adattare la sua casa e il giardino per muoversi e lavorare il più a lungo possibile; ricorre a medici e guaritori, anche a costo di sperimentare sulla sua pelle avidi opportunismi, improbabili quanto inutili terapie: rimedi migliori saranno la dolcezza dell’amicizia, dei pochi ma buoni che le sono rimasti accanto, la meditazione e la spiritualità orientale, la bellezza della natura circostante e del giardino che, colto e descritto nella mutevole, inesausta bellezza dei suoi colori, profumi, suoni e perfino silenzi, vibrante di luce o immerso nelle ombre, è il leitmotiv del libro e suo cuore poetico. Quando l’incalzante perdita delle forze le impedisce di prendersene cura, respingendola progressivamente ai suoi margini, il giardino diventa un luogo pieno di vita in cui essere semplicemente accolti come ospiti, specchio che riflette la transitorietà della condizione della sua artefice o la totale immobilità dell’ultima fase (“sono diventata una pianta bisognosa di cura” ), corpo-giardino da curare e proteggere, scenario di “cicliche resurrezioni” negate agli umani; o anche spazio contemplativo, luogo di ritiro attraverso cui realizzare l’antica vocazione all’ eremo. Vivere “nell’ ora forse più bella, sospesa fra la luce e l’ombra” costringe Pia a mettere in discussione scelte passate, ad aprire – per poi ricomporre – qualche vecchia ferita, a cedere alla tentazione del rimpianto, a sentire lo sgomento della solitudine, la comprensibile paura della morte . Dense sono le pagine su Dio, l’aldilà, il fine vita: troppo lucida per abbracciare una fede definita o consolatoria, troppo razionale per riconoscere un’Eternità che non sia quella “dell’attimo” , ma anche troppo spirituale per non aprirsi alla dimensione religiosa, una religiosità quasi sincretica, dal buddhismo al Vangelo, all’esacismo, accogliendo anche spunti del mito pagano. Pia indaga il mistero della sofferenza e della morte, lottando per non identificarsi con la sua malattia; rispetta la libertà di chi, sotto la pressione di sofferenze insopportabili, sceglie di non prolungare la vita a tutti i costi, ma dal suo punto di vista è sbagliato vivere per la morte: con questa bisogna avere solo quel tanto di familiarità che consenta la concreta consapevolezza di far parte “del gran fiume delle cose”, del moto incessante di aggregazione e disgregazione degli elementi, di fioriture e sfioriture, senza consentire al grande Nulla di trionfare. Lasciare la vita è doloroso ma anche su quella soglia non si deve rinunciare a sprigionare il “talento di vivere”, a godere, finché è concesso, delle cose relative della quotidianità: la gioia di una giornata al mare con gli amici, una gradevole cena in compagnia, lo stupore per un fiore sbocciato a sorpresa nel giardino, la bellezza di Lucca avvolta nel tramonto, l’impagabile presenza dell’amatissimo Macchia. Ha nostalgia di ciò che è andato senza ritorno ma prova stupore e gratitudine per quanto ha acquisito: misurarsi con la sofferenza – la propria e quella degli altri- le ha permesso di sperimentare un’inedita indulgenza, di disporsi con umiltà e empatia verso chi è fragile; nell’impossibilità di essere efficiente e indipendente come una volta, elogia la lentezza, si abbandona alla tenerezza degli altri. Se la rifioritura fisica è impraticabile, quella interiore è una certezza ed è così che si congeda, senza inutili orpelli, col cuore “colmo di solo amore”. Ho sempre pensato che scrivere sia come togliersi i vestiti: vale anche di più per un tema come questo , e di fronte al coraggio, alla sincerità e alla grazia con cui Pia Pera abbandona il “pudore letterario”, non si può non rimanere ammirati. Bandita ogni retorica consolatoria, senza superflui sentimentalismi, nelle sue pagine tutto sgorga genuinamente umano: lucida fino ad apparire severa ma capace anche di ironia, forse la più grande avversaria della morte. Al giardino ancora non l’ho detto è un libro che si ripone senza chiuderlo mai, rimanendo sottotraccia in chi legge, con dolore e dolcezza struggenti, e che per la sofferta, poetica consapevolezza che offre, sembra incarnare la frase di Etty Hillesum : “Tutte le volte che mi mostrai pronta ad accettarle, le prove si cambiarono in bellezza”

goodreads

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