L’ambizione di un figlio: essere come e più del padre... Su ilLibraio.it un capitolo da "Lo spregio", il nuovo romanzo di Alessandro Zaccuri

Siamo negli anni Novanta, tra i monti al confine con la Svizzera. Franco Morelli detto il Moro ha ereditato dal padre la Trattoria dell’Angelo, e la fa fruttare come si deve: ma i soldi, quelli veri, li guadagna trafficando con prostitute e spalloni – e forse grazie ad altri affari ancora più oscuri e pericolosi. È un uomo chiuso, determinato: del tutto amorale. Ha un figlio – in realtà un trovatello, ma nessuno lo sa – che lo adora come un dio; e una moglie timida e servile – la cuoca – che gli serve solo per giustificare al mondo l’esistenza del piccolo Angelo. Ma Angelo, crescendo, scopre che cos’è in realtà suo padre; e anziché ripudiarlo decide di voler essere come lui, più di lui. Si lega d’amicizia con Salvo, rampollo spendaccione – ma non sciocco – di una famiglia del Sud in soggiorno obbligato. Ben presto però anche questa amicizia diventa competizione, e Angelo commette l’errore fatale: vuole essere come il suo amico Salvo, di più del suo amico Salvo…

Lo spregio (Marsilio) è il nuovo romanzo di Alessandro Zaccuri, giornalista del quotidiano Avvenire e autore, tra gli altri, dei romanzi Il signor figlio, Mondadori 2007 (Premio Selezione Campiello), Infinita notte, Mondadori 2009, e Dopo il miracolo, Mondadori 2012.

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Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, un capitolo da Lo spregio:

Il Moro lo temevano tutti, ma nessuno avrebbe saputo spiegare perché. La sua fama ignobile si fondava su indizi, illazioni, dicerie. Nulla era mai stato dimostrato. Fosse stato un santo, avrebbero preteso da lui un miracolo. Siccome lo consideravano un diavolo, si accontentavano di buttargli addosso la loro paura per farsela restituire lucida e tagliente.

Era così da sempre, da quando il Moro ancora portava i calzoni corti. I suoi lo avevano avuto tardi e non avevano mai saputo come prenderlo. Taciturno, furbo, ribelle. Il contrario dei genitori bonaccioni, per i quali tenere aperta la trattoria era già un’impresa. Avevano lasciato fare, sperando che il ragazzo mettesse la testa a posto. Eredità a parte, per lui era come se non fossero mai esistiti. Aveva iniziato a trafficare con gli spalloni all’età di quindici anni, nel ’52 o giù di lì, dopo aver ritrovato la fossa in cui, prima della guerra, il nonno faceva stagionare il formaggio. Una notte era rimasto sveglio nel bosco dietro casa, a scrutare l’attacco del sentiero con una coperta addosso. Quando aveva visto un montanaro avvicinarsi con la sacca a tracolla e il temperino già pronto in mano, gli aveva fatto segno di fermarsi. Era un bel rischio, ma quelli dovevano capire che lui non aveva paura.

L’alba era vicina e a quel poco di luce la faccia del contrabbandiere aveva il colore del legno scortecciato. Il Moro si spiegava a gesti, invitando l’altro a seguirlo. Quello valutò l’eventualità di una trappola, ma il luogo e l’ora gli parvero improbabili. Il ragazzo, poi, lo conosceva. Il figlio del Morelli, quello della trattoria lì a fianco. Capace che si fosse messo in testa di tirar su due soldi, il cretinetti.

La fossa era profonda, poteva starci mezzo camion di sigarette e bottiglie quante ne volevi.

«Ci devo pensare» disse lo spallone.

«Per i liquori non mi interessa» avvertì il Moro, «ma per le sigarette mi vengono venti lire a stecca.»

«Troppe, tanto vale andare in tabaccheria» provò a sfotterlo l’altro.

«Mica avrete solo la merce del Monopolio, no?» lo sorprese il ragazzo. «Per ora facciamo l’accordo sulle sigarette. Per il resto si vedrà. Potete metterci quello che volete, qua dentro. E venirlo a prendere quando volete. Ma sono venti a stecca.»

«Cinque» contrattò l’uomo, senza troppa convinzione.

Si accordarono per dieci. Una prova, non più di due mesi. Se conveniva a tutti, ne riparlavano. Altrimenti amici come prima. A uno dei soci del contrabbandiere, però, quella trovata non piacque per niente. Un pomeriggio si presentò in trattoria, ordinò una birra e chiese del ragazzo. Il padre, se avesse potuto, avrebbe detto di non avere figli, ma sapeva che non c’era da scherzare. Il Moro arrivò, come richiesto. Si piazzò davanti allo spallone, puntando i pugni contro i fianchi e ascoltando attento, senza fiatare. L’uomo non lo guardava neppure. Faceva come i matti che si perdono ogni tanto nei boschi e parlano al vento, alle foglie. Raccomandava di non immischiarsi: da che mondo è mondo si va per sentieri, avanti e indietro e indietro e avanti. Di fosse non c’è bisogno, se non per il formaggio o per i morti. Il ragazzo assorbiva le botte e quasi quasi sembrava che gli desse ragione. Ma quando l’altro si alzò per uscire, il Moro gli sbarrò la strada.

«La consumazione si paga» disse.

Il contrabbandiere cacciò la mano in tasca, sogghignò e gli allungò due monete. «Quel che è giusto è giusto» commentò. Tre giorni dopo lo trovarono con il collo spezzato in fondo a un dirupo, subito dopo la Creva Bianca. È un brutto punto, metà sentiero e metà ghiaione. Lì un passo falso può farlo chiunque, ma il dubbio che il Moro ne sapesse qualcosa restava, anche perché la sacca del poveretto era sparita e sulla faccia gli era rimasta un’espressione di disgusto. Per non sbagliare, la quota del ragazzo salì a quindici. I tempi stavano cambiando e per certa merce un nascondiglio faceva comodo davvero. Il mondo è grande, mica c’è solo la Svizzera con cui trafficare.

(continua in libreria)

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