L'intervista allo scrittore

Quando nel 2013 il Salone del libro di Torino gli aveva chiesto di fare parte della delegazione ufficiale del Cile, Paese ospite della kermesse letteraria, lui aveva cortesemente risposto no. Cileno di nascita, apolide per costrizione e combattente per vocazione, torturato e imprigionato dal regime di Augusto Pinochet, Luis Sepùlveda non poteva essere l’ambasciatore di una nazione che aveva tradito tanto il suo sogno di giustizia giovanile a fianco del presidente Salvador Allende quanto la lotta degli ultimi anni contro le discriminazioni delle popolazioni indigene Mapuche.
Sepúlveda è però a Torino in questi giorni, per la 27° edizione della manifestazione del Lingotto (8-12 maggio), dedicata al Bene: un tema certamente più affine alla sensibilità del Sepúlveda uomo e scrittore. In Italia è venuto, anche, per ritirare il Premio Chiara alla carriera 2014, giunto alla sedicesima edizione, in una cerimonia al Teatro sociale di Luino, in provincia di Varese. Per la prima volta il riconoscimento istituito in memoria dello scrittore Piero Chiara è stato assegnato a un autore straniero.
Il bene, tema della rassegna torinese, germoglia e fiorisce anche nell’ultima produzione Un’idea di felicità (Guanda), scritto a quattro mani con Carlo Petrini, padre di Slow Food e culturalmente affine a Sepúlveda in molte delle sue battaglie. Per esempio nell’elogio del valore del tempo e nella ricerca della consapevolezza come guida di ogni azione. «La felicità è un concetto individuale, non universale», ha detto Sepúlveda a Cadoinpiedi.it, «ma per me essere felici significa vivere con la coscienza tranquilla, pensando di fare le cose che sono giuste e che mi sembrano giuste».

DOMANDA. Essere felici è un risultato o un percorso?

RISPOSTA. Un risultato. L’essere umano ha sempre considerato la felicità come una meta da raggiungere, nei molti modi in cui si può manifestare: nell’amore, nella vita sociale, nei risultati raggiunti.

D. Cosa aiuta a trovare la felicità?

R. Vivere in armonia con la famiglia e le persone alle quali si vuole bene. È questo il modo per farsi forti per la grande sfida: quella con la società.

D. La società è un nemico?

R. No, non credo.Ma ci sono cose da cambiare…

D. Cosa?

R. Siamo a rischio di perdere tutto, la libertà civile, la libertà di espressione, il diritto a essere informati, il diritto di decidere come deve essere la propria alimentazione… Oggi non c’è un solo fronte aperto, ce ne sono mille.

D. Qual è la priorità?

R. Abbiamo bisogno di cominciare a pensare se vogliamo diventare cittadini o consumatori.

D. Siamo già diventati consumatori.

R. Quasi tutti, quasi. Quasi tutto nel primo mondo: in Africa, in Asia, in grandi regioni dell’America latina la gente non ha nessuna idea del consumo. Bisogna chiarire il concetto di cosa è un consumatore.

D. Cos’è?
R. Io non mi sento consumatore se vado in farmacia e compro un’aspirina, e non compro aspirine compulsivamente. Non mi sento consumatore quando prendo un caffè equo e solidale fatto da una piccola cooperativa centro-americana. Tanta gente che conosco vive così, evitando la compulsività: ha scelto e sviluppato un consumo ragionato.

D. Il consumo ragionato non è però un po’ un lusso per chi se lo può permettere?

R. Dipende. Io conosco una grande regione del mondo, che è il Sud America, in cui la forma di consumare tradizionale, cioè ragionata, si conserva. Penso per esempio alla piccola provincia nella gran parte del territorio argentino e cileno, ma anche a molti Stati del Brasile. Qui si mantiene un modo diverso di consumare e produrre, che è anche una forma di difesa.

D. Difesa da cosa?

R. Si tratta di sviluppare una forma di educazione creata su altri valori: certo, è un processo lento e pieno di particolarismi, non si può darne una visione generale. Si può darne una visione generale della società dei consumi, ma non di una società che le preferisce un’alternativa, perché quest’alternativa si sviluppa in posti e in maniere diverse.

D. A ognuno la propria rivoluzione?

R. Sì, penso che si debba partire dalle specificità delle singole realtà. Non credo in un cambiamento globale, ovunque identico, perché il mondo è diverso, ed è anche qui la sua bellezza.
Resta il nocciolo della questione: il modello imperante cerca di convincerci che c’è una sola possibilità di vita: questa.

D. Ma c’è un ma vero?

R. Ma le esperienze umane in molti altri posti dimostrano che è possibile vivere in modo molto più ragionato e migliore. Bisogna chiedersi: qual è il mio ruolo nella società e in questo mondo? Si tratta di una rivoluzione, di una rivoluzione dell’immaginario.

D. Quanto tempo ci vorrà per vederla realizzata?
R. Tanto: penso almeno due generazioni.

di Gea Scancarello

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