Intervista del Libraio al direttore editoriale Giuseppe Russo, che presenta la nuova collana "I Neri": "Aspiranti scrittori, leggete 'Il giorno della civetta' e cercate di scrivere storie simili ambientate nel nostro tempo. E’ il modo migliore per mostrare che la letteratura non disdegna affatto il noir"

Neri Pozza lancia una nuova collana di noir, i “Neri di Neri Pozza”, la cui prima uscita è “Il mistero di Oliver Ryan” di Liz Nugent. Il Libraio ne ha parlato con il direttore editoriale Giuseppe Russo.

La sua è una casa editrice letteraria, e la nuova collana conferma questa direzione. Il punto di contatto tra le 5-6 uscite annuali previste nei “Neri” sarà dunque la qualità letteraria?
“Sì, è così, è la qualità letteraria, anche se occorre intendersi sul significato di questa espressione che, com’è  noto, sfugge a ogni definizione esauriente. Tuttavia, credo sia opinione generale che, per avere una certa qualità letteraria, un’opera debba possedere una scrittura capace di andare al di là del tempo ristretto in cui si manifesta per la prima volta e un contenuto in grado di non limitarsi al mero intrattenimento, un contenuto ‘conoscitivo’, potremmo dire con un termine generico.

Faccia degli esempi.
“Sì, nell’ambito proprio del noir e del romanzo poliziesco. Da qualche anno in beat, la Biblioteca degli Editori Associati di Tascabili, pubblichiamo le inchieste di Nero Wolfe di Rex Stout con un eccellente esito in termini di vendita e di attenzione della stampa.  Ciò accade probabilmente perché la lingua di Stout, un inglese elegante e accurato,  ci parla ancora a distanza di anni, diversamente dalla lingua di molti autori di gialli e noir, anche successivi a Stout e dunque più vicini a noi, che ricorrendo al gergo di strada (pensi al romanzo poliziesco americano ‘classico’ col detective anima tormentata cresciuta sulla strada, la femme fatale e  l’inchiesta condotta inevitabilmente in sordidi bar) appare irrimediabilmente datata. Nulla cambia e invecchia più del gergo, delle inflessioni dialettali e della parlata ‘popolare’  nei gialli e nei noir. Opere condotte in tal modo possono avere un successo strepitoso nel loro tempo, ma essere dimenticate  a distanza di anni.
Il personaggio creato da Stout, il detective grasso e cinico, illumina poi un conflitto e un’attitudine tipica dell’american way of life. Camilla Baresani, nella sua introduzione a  Entra la morte, ha perfettamente colto la ragione del fascino di Nero Wolfe: attrae poiché è una mente geniale imprigionata in un corpo da ciccione o in termini più eleganti perché è «un uomo d’azione puramente mentale», autorevole nella smisuratezza dei suoi 150 chili. Quest’idea che la mente possa comandare il corpo e svolazzare per conto proprio oppure plasmarlo con la sua forza di volontà, è tipicamente americana, è la loro ‘filosofia della mente’ presente in molteplici campi del loro modo di vivere e d’essere (pensi al comportamentismo e al contributo, quasi esclusivo, che gli americani hanno dato e continuano a dare agli studi filosofici e scientifici sulla mente). Così, dunque, una detective story di grande intrattenimento va oltre l’intrattenimento e mostra, per vie insospettabili, un contenuto ‘conoscitivo’. I gialli, i romanzi polizieschi, i noir che vogliamo pubblicare nei Neri dovrebbero essere tutti di tal fatta. Di certo posso dirle che seguono questa impostazione i primi titoli della collana: Il mistero di Oliver Ryan di Liz Nugent, Uno strano luogo per morire di Derek B. Miller, Il settimo bambino di Erik Valeur, Pioggia sul viso di Natsuo Kirino”.

Credete molto nel primo libro, “Il mistero di Oliver Ryan”, un successo in Irlanda. Perché il romanzo di Liz Nugent merita attenzione?
“Perché riassume perfettamente il nostro intento. E’ scritto bene e illumina un’ossessione, un incubo radicato nel nostro tempo. E’ la storia di un celebre scrittore di libri per l’infanzia che compie un’infamia – riduce in coma la moglie illustratrice delle sue opere – perché l’infamia è il suo destino di uomo di successo. Tutto il libro è la sua personale descrizione di questo destino, condotta in una maniera così convincente, così lucida e cinica che il lettore arriva sino al punto di dirsi: sì, questo personaggio è un mostro, ma è così intelligentemente, conseguentemente, coerentemente  un mostro che è quasi ingiudicabile. L’idea che non siamo più in grado di giudicare l’infamia se essa non è una semplice conseguenza, ma una vera e propria linea di condotta nella realizzazione di sé, nella conquista del successo, è uno dei più grandi incubi del nostro tempo. Il politico arrestato con le mani in pasta, l’industriale che corrompe e si lascia corrompere e così via, le figure insomma di cui si occupa la cronaca del nostro tempo, ci pongono costantemente davanti a questo incubo. Queste figure sono capaci di difendersi e riconquistare persino le luci della ribalta perché noi non siamo più in grado di giudicare  questo genere di infamie”.

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La collana è aperta anche ai giallisti italiani. Primi nomi in arrivo?
“Sì, è aperta anche ad autori italiani e poiché teniamo in modo particolare al primo nome che pubblicheremo, mi limiterò a citare qui soltanto lui. Si chiama Alvise Trisciuzzi e ha scritto La morte del Lambrusco. È un romanzo ambientato nella Bassa tra gli anni eroici della Resistenza e quelli del miracolo economico, gli anni Sessanta. Il Lambrusco è un personaggio, il matto del paese che affoga nel vino le molteplici disillusioni della sua esistenza. Trisciuzzi scrive benissimo e illumina la vita di un piccolo borgo dell’ Italia che fu senza concedere nulla al gergo tipico dei gialli ambientati in provincia. Contiene tutto il repertorio dei luoghi del tempo, l’osteria, la caserma dei carabinieri, il comune, la chiesa, ma con un tocco irresistibile alla Simenon, se il paragone è concesso. Un giallo d’atmosfera, in cui la vicenda di un eccentrico, e di compaesani altrettanto bizzarri, muove al sorriso e al piacere di riassaporare la vita semplice di un tempo, fatta di dispute innocenti e di accesi furori”.

Quali sono i suoi autori noir preferiti?
“Se per noir intendiamo non il sottogenere dell’hardboiled, ma un’’atmosfera’ (e in questo senso lo intende la collana da noi battezzata I Neri) le dirò allora che le ho già citato due: uno da noi pubblicato, Rex Stout, e un altro che amo molto e che purtroppo non è pubblicato da noi, Georges Simenon. Si leggeranno sempre. Così come si leggerà sempre Agatha Christie, perché la sua prosa, come quella di Stout e Simenon, non invecchia. Vorrei, però, dirle qualcosa di più al riguardo, che può magari servire ai giovani giallisti esordienti che si accingono a rivolgersi a noi: io considero un grande autore di noir Leonardo Sciascia. In lui il genere diviene grande romanzo sociale, privo di ogni stereotipo e di ogni concessione all’intrattenimento fine a se stesso. Se dovessi dare un consiglio ai giovani autori italiani attratti dalla prospettiva di scrivere un noir, direi loro: leggetevi Il giorno della civetta e cercate di scrivere storie simili ambientate nel nostro tempo. E’ il modo migliore per mostrare che la letteratura non disdegna affatto il noir”.

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