Paolo Cognetti, all'esordio nel romanzo con "Le otto montagne", in una lunga intervista con ilLibraio.it, in cui si toccano tanti temi (compresa la sua passione per New York e la letteratura americana) racconta la sua idea di letteratura ("Per me scrivere significa decidere cosa togliere o non mettere. In questo caso voleva dire bandire tutte le immagini che hanno a che fare con l'incanto della montagna"). Quanto al nuovo libro, che è già stato definito un classico, spiega: "Scrivere è un po’ dialogare con i tuoi maestri: in questo senso c’è del classico..."

È la storia di due amici e una montagna. Così piace definire all’autore, Paolo Cognetti, classe 1978, Le otto montagne (Einaudi), un libro che viene già definito “un classico”. “Scrivere è un po’ dialogare con i tuoi maestri, in questo senso c’è del classico”, spiega in questa lunga intervista a ilLibraio.it. E non solo perché mancano cellulari o computer.

Le otto montagne è un caso editoriale, venduto circa 30 paesi in occasione della Fiera di Francoforte, prima ancora della sua pubblicazione in Italia. E il numero di nazioni che ne hanno chiesto i diritti continua ad aumentare. Non male per un “esordiente” nel romanzo. Finora Cognetti si era cimentato infatti nel racconto e con al centro figure femminili come in Manuale per ragazze di successo, Una cosa piccola che sta per esplodere fino a Sofia si veste sempre di nero (sempre per Minimum Fax), finalista al Premio Strega 2013. Ha  parlato di montagna e della sua vita divisa tra Milano e la sua baita a duemila metri nel diario autobiografico Il ragazzo selvatico (Terre di mezzo).

Poi ecco la necessità di dare maggiore respiro al richiamo delle vette e alla storia dell’amicizia tra due bambini che diventano uomini tra fughe e tentativi di ritorno, attraverso la condivisione di camminate, impegno e persino la costruzione di una piccola casa, alla continua ricerca di una strada per trovare sé stessi. “Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”. Una montagna sfrondata dalla retorica di paradiso, fatta non solo di neve e dirupi, piste da sci, laghi e vallate. Una montagna che è un modo di vivere la vita, con dignità, nobiltà ma anche fatica.

Una montagna che è lo specchio dell’esistenza dei due protagonisti: Pietro, un ragazzino di città, solitario e un po’ scontroso, i cui genitori, pur trasferitisi a Milano, si sono conosciuti e sposati in montagna tanto da trovare nel paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, il luogo ideale per trascorrere le loro estati; e Bruno figlio dei pascoli e delle alture, dai capelli biondo canapa e dal collo bruciato dal sole. Iniziato alle camminate dal padre, “la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”, Pietro soffre in realtà del “mal di montagna” che lo allontanerà da queste cime. Fino a quando l’eredità del genitore lo farà ricongiungere dopo anni all’amico Bruno e a quei luoghi.

Con modelli come Narciso e Boccadoro di Hesse, Due di due di De Carlo, Gente del Wyoming di Proulx e poi Ferro di Primo Levi, Cognetti restituisce centralità a un’amicizia al maschile di cui si parla poco o con difficoltà nella narrativa contemporanea, come evidenziato Daniele Bresciani proprio in un pezzo per ilLibraio.it.

L’ispirazione letteraria, il dialogo con i classici, è il filo rosso della scrittura e della lingua dell’autore che si riverbera anche nei suoi personaggi. In un passaggio del romanzo Pietro afferma: “Leggevo romanzi d’avventura all’epoca. Era stato Mark Twain a trascinarmi all’amore per i fiumi”. Lo stesso che avviene a Cognetti nella passione per New York nata prima ancora di visitarla attraverso i grandi romanzi americani o per uno stile di vita più semplice e lontano dalla città come col Walden di Henry David Thoreau. “Perché i libri ti danno la possibilità di vedere cose che gli altri non vedono”.

le otto montagne cognetti

L’esigenza del libro nasce da una parte dalla sua frequentazione della montagna e dall’altra dalla voglia di raccontare, dopo tante protagoniste femminili, un’amicizia al maschile che è la sua…
“Sì e non ho problemi a dirlo. Ci sono delle invenzioni nel libro, ma la base è tutta mia: il rapporto con mio padre e con l’amico a cui sono molto legato. Sono due rapporti verissimi che vivo sulla pelle e su cui si innesta la narrativa. Ci si può chiedere perché inventare degli snodi e non semplicemente raccontare le cose come stanno. È un qualcosa su cui mi interrogo. Ho scritto un libro prima di questo sulla montagna, Il ragazzo selvatico che era apertamente un’autobiografia. E a me sembrano due libri molto simili. Però se in quello precedente si legge la storia di un giovane uomo che si è trasferito in montagna e racconta come è andata, questo romanzo mi sembra venga accolto come qualcosa di molto universale, da cui tutti si sentono coinvolti”.

Questo carattere di universalità fa sì che il libro venga già definito da molti come un classico. Calvino nel suo Perché leggere i classici scrive: “È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”. E questo avviene nel libro.
“Da una parte ho dei dubbi, perché credo sia una storia molto legata alla nostra epoca, anche se non ci sono i telefonini né i computer. Forse perché una storia così sarebbe stata difficile da capire negli anni ’60, in anni cioè di prosperità e boom economico in cui non si sarebbe compreso perché un ragazzo come Pietro continui a tornare a questa montagna, non trovi il suo posto nel mondo e non si sistemi. Tutto questo invece la generazione dei trentenni e quarantenni di oggi lo comprende benissimo. In fondo anche se Pietro non ne parla tanto, si coglie questo grosso smarrimento che lui prova lontano da quella montagna, non riesce proprio a costruirsi una vita solida come pensava. E questo non è classico, questo è dei nostri tempi. Forse sono classiche altre cose. Ad esempio ho ben chiaro quali sono i miei maestri: ho i miei classici in testa e cerco di confrontarmi con loro. Scrivere è un po’ dialogare con i tuoi maestri: in questo senso c’è del classico”.

A proposito del dialogo con i maestri, la lettura di Hemingway e di tanta narrativa americana ha aiutato nel costruire una lingua essenziale, ma che aderisse a quanto descrive. In un passaggio si legge: “Bruno mi insegnava un dialetto che trovavo piú giusto dell’italiano, come se alla lingua astratta dei libri, in montagna, io dovessi sostituire la lingua concreta delle cose, adesso che le toccavo con mano. Il larice: la brenga. L’abete rosso: la pezza. Il pino cembro: l’arula. Una roccia sporgente sotto cui ripararsi dalla pioggia era una barma. Un sasso era un berio ed ero io, Pietro”.
“Quella della lingua è una questione che mi sta molto a cuore. Prima avevo un rapporto difficile con l’italiano. Leggendo tanta letteratura americana il mio era un italiano neutro, non una lingua viva e originale. Non avevo un grande amore per la letteratura italiana e non ho nemmeno una lingua mia dell’infanzia in quanto sono figlio di veneti emigrati a Milano. In casa degli amici si parlavano altri dialetti, magari del Sud Italia. Era come se non avessi avuto davvero una lingua mia. Poi il fatto di andare in montagna otto anni fa, si è portato dietro tante conseguenze, non solo sulla vita, ma anche sulla lettura. Per la prima volta ad esempio mi sono avvicinato ad alcuni scrittori, non solo Rigoni Stern, ma Pavese e Fenoglio, Natalia Ginsburg che mi sembravano più giusti da leggere là”.

Ad ogni luogo il suo linguaggio e la sua letteratura.
“Esatto. È come se il vivere da un’altra parte e avere un rapporto così forte con il bosco, il paesaggio, le montagne portasse dietro anche un bisogno di leggerne. E questo non lo trovavo negli autori americani, a parte Hemingway. A me serviva qualcosa di più concreto, mi occorrevano le parole per nominare le cose. Mi ricordo che la prima estate in montagna avevo con me I racconti di montagna di Rigoni Stern e lo usavo come un’enciclopedia: non conoscevo i nomi degli alberi e li imparavo attraverso le sue pagine. E anche stare con gli amici di lì significava imparare parole nuove, i nomi dei luoghi, la loro origine, capire quanto è bello che le parole siano tanto legate alle cose. Questa era una verità che essendo nato e cresciuto in città non avevo mai colto. E l’idea era di usare questa lingua, che ho piano piano conquistato, per scrivere il romanzo.

A tale riguardo c’è un passaggio in cui Pietro parla della difficoltà di comunicare la montagna e dice: “è impossibile trasmettere a chi resta a casa quello che si prova lassù”. Si è cimentato nel raccontare tutto questo, ma senza quella lei definisce “la retorica della montagna”.
“C’è una retorica insopportabile, almeno per me, legata alla montagna, che trovo artefatta. Il senso di bellezza, soavità, di sentirsi in paradiso: fa parte di una retorica che non mi interessa. Per cui ad un certo punto ho deciso di bandire da questa storia tutti gli aggettivi come incantevole, meraviglioso, splendido, stupendo. Non ci sono”.

Una sorta di auto-censura…
“Per me scrivere significa decidere cosa togliere o non mettere. In questo caso voleva dire bandire tutte le immagini che hanno a che fare con l’incanto della montagna, non con la bellezza che invece c’è, però è una bellezza più concreta, selvatica, quella che colgo io quando sono lì”.

In questo romanzo, ma anche nei lavori precedenti, emerge il potere dei luoghi di raccontare meglio delle parole le vicende e le personalità dei protagonisti. Quanto il suo passato da documentarista può aver inciso?
“Il mio passato da documentarista non so, per me appartiene a un’altra vita. Sono molto attratto negli ultimi anni dalla scrittura del paesaggio: la cerco proprio come lettore, al punto che le mie letture oggi si dividono tra narrativa tradizionale, romanzi e racconti, e una letteratura di viaggio. Ho iniziato così a capire come si raccontano i luoghi, ma in questo caso volevo usare il paesaggio per fare qualcosa all’interno della storia, non perché fosse solo uno sfondo alle azioni dei personaggi. L’idea era dunque che la montagna raccontasse qualcosa di loro e siccome loro sono così silenziosi, trovano in lei uno specchio e una spiegazione ai loro sentimenti. E allora descrivere il freddo di una mattina di metà primavera come quella in cui Pietro e Bruno si avviano per iniziare a lavorare alla casa, l’aria cupa di quel giorno, era un modo per raccontare come stava Pietro in realtà. E in tutto il romanzo funziona così. Ho trovato che questo  fosse il modo giusto per andare a fondo di questi personaggi non spiegati”.

E il romanzo era forse lo strumento più indicato. Nel suo manuale-saggio sulla scrittura A pesca nelle pozze più profonde scrive: “Il racconto, diceva Grace Paley, è un punto di domanda. Il romanzo ha l’ambizione di rispondere, di contenere tutto – se non proprio tutto il mondo, almeno un mondo”. Per questo è passato dal racconto al romanzo?
“Questa storia contiene tutta l’amicizia di Pietro e Bruno, questo era come l’avevo immaginato, alcune cose restano fuori, anche volutamente, però il loro rapporto è tutto lì nelle cose che ho narrato. Mentre nei racconti si trova solo un frammento di un rapporto, in questo romanzo volevo seguirlo dall’inizio alla fine”.

E da dove è partito per narrarlo?
“Sapevo fin dall’inizio che il cuore della storia sarebbe stata la casa costruita da Bruno e Pietro. Non è una scoperta che ho fatto in corso d’opera. Poi più che un punto di partenza, ho cercato di capire cosa succedeva prima e dopo questo rudere: da dove arrivava, da questo padre e da questa infanzia, e che cosa provocava dopo come l’amicizia tra loro. Inoltre era importante il tempo: mi piaceva molto raccontare un’amicizia che dura trent’anni, ma che in mezzo ha un sacco di buchi. Quindi vedere due persone che continuano a perdersi e a ritrovarsi, come cambiano e come può rimanere solido quello che entrambi sanno, pur senza dirselo mai, e cioè che sono importanti l’uno per l’altro”.

La tipicità maschile di questi rapporti è un elemento chiave del romanzo. Un carattere maschile fatto di non detti, anche con le donne, e di senso di smarrimento, di non sapere cosa fare della propria vita.
“Sì, l’idea è che fosse una relazione non strettamente verbale. Certo non sono sempre zitti. Ad esempio alla fine Bruno rivela che uno dei momenti che predilige è quando loro due la sera si siedono davanti alla stalla e chiacchierano. Però quasi mai di sé, ma di altre cose che gli interessano. La mia idea è che questi due personaggi dovessero condividere dei momenti molto intensi, poiché non legati strettamente alla parola, e quello che cementa in maniera unica questa loro amicizia è l’estate passata a costruire la casa. Lì parole ce ne sono, ma non così importanti. È proprio un lavorare fianco a fianco per costruire qualcosa che rimane”.

La montagna ha una sua memoria “la quota delle nevi perenni”, ha le sue regole e può essere dura e faticosa: Pietro più volte cita il suo “mal di montagna” mentre suo padre detesta gli sciatori perché “trovava qualcosa di offensivo nel gioco discendere per la montagna senza la fatica di salirci”. È questa anche la sua idea di montagna?
“Per me la montagna ha una grande nobiltà di fondo, un luogo che nobilita chi fa la fatica di affrontarlo. È una scuola di valori un po’ vecchi ma necessari, come la capacità di far fatica, l’ostinazione. E anche una certa rabbia verso chi la rovina. La montagna in Italia è costantemente deturpata. Se le vuoi bene, la senti costantemente sotto attacco e vedi i modi in cui l’uomo la imbruttisce, la erode. La rabbia del papà di Pietro per gli sciatori è anche una rabbia per l’asfalto e per le strade”.

sofia veste sempre di nero

L’attenzione della narrativa italiana per la montagna negli ultimi anni è evidente. Su ilLibraio.it abbiamo dedicato un approfondimento. Lei a cosa attribuisce questa tendenza?
“C’è una forte attrazione in questi anni, non per forza per la montagna, ma per i luoghi che non siano la città, in cui ci si senta più vicini alla terra, agli alberi, agli animali, ad una vita più semplice. Si sente questo bisogno e lo sento anche quando parlo coi lettori. Penso che sia ciclico. Thoreau ha scritto Walden nel 1845: come avvengono i periodi di crisi e di prosperità, così vengono anche i momenti di urbanesimo della nostra società occidentale e i momenti di fuga dalla città. Ce ne sono già stati altri. Studiando la storia di New York si scopre come il suo sviluppo non sia stato del tutto lineare nel 20esimo secolo: è cresciuta e decresciuta, la gente è arrivata e se ne è andata, va di pari passo con le crisi, non solo economiche, ma di modelli di felicità, di valori e di come costruire la propria vita. Ora siamo in anni in cui questo modello è andato un po’ in crisi”.

Ha citato Walden. L’hanno definita “novello Thoreau”. Thoreau era andato nei boschi “per vivere in saggezza e profondità, succhiando tutto il midollo della vita”. Lei perché ci è andato?
“Io sento molto vicino Thoreau. Quando leggo Rigoni Stern o un altro scrittore che amo come Mauro Corona, provo una distanza poiché  loro sono montanari mentre io no. Loro raccontano una montagna in cui sono nati, cresciuti e da cui sono stati educati. La mia montagna e la loro hanno due valori diversi. Per me è stata e sarà sempre un luogo-altro anche quando ci vivo, un luogo di felicità. In questo mi sento affine a Thoreau perché lui come me era un cittadino che è poi andato a vivere in un bosco. Certo il mio approccio è meno radicale. Ma alla fine in Walden si percepisce che la vita dell’autore era un andare e venire dalla città di Concord per poi tornare nei boschi. Io mi trovo molto vicino a quella vita lì, compresa la necessità della riduzione dei propri mezzi, l’insegnamento del semplificare e che la felicità derivi dal ridurre”.

Come Thoreau sosteneva la necessità della prima persona, anche il suo romanzo è narrato da Pietro in prima persona. Come mai questa scelta?
“Ci sono delle storie che mi vengono naturalmente in terza persona perché sento che mi interessa guardarle da fuori, vedere come si muovono i personaggi, star loro vicino, provare empatia, ma con un po’ di distanza di osservazione. Ce ne sono altre invece che mi viene di narrarle da dentro, con tutto ciò che questo comporta, anche sentimenti più confusi, meno lucidità e più trasporto. Questa era una storia così”.


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Mauro Corona ne “Le voci del bosco” associa agli alberi un carattere, una personalità: dalla muga traditrice al larice onesto, dal superbo agrifoglio al modesto melo. Lei in quale albero si riconosce?
“Prima di Corona era stato Rigoni Stern nell’Arboreto selvatico a proporre questa associazione. Io sceglierei sicuramente il larice: un po’ perché è l’albero più frequente che ho attorno a casa e poi mi ritrovo nel suo carattere. Infatti pur essendo un albero di montagna e una conifera, in inverno perde gli aghi ed è come se andasse in letargo. Poi è un albero che può diventare molto alto perché gli piace il sole e cresce per trovare la luce. Non da ultimo ha un’aria molto solida, un grosso tronco e una corteccia spessa, però ha anche rami che si spezzano facilmente, molto fragili: quelli più bassi li perde via via che cresce, come se crescendo volesse liberarsi dei suoi vecchi rami e lasciare delle cose per strada. E c’è molto di me in questo”.

Ha citato New York. Dalla solitudine e dal silenzio di una baita nella Val d’Aosta alla frenesia di una metropoli: due estremi. Lei ha definito la Grande Mela “una finestra senza tende” (Laterza, 2010). Come nasce questa passione e quanto ha influito l’amore per la narrativa americana?
“È stata senz’altro questa passione a influire. Io ho trovato nella letteratura americana il mio mondo. Ho avuto da ragazzo una certa repulsione per la letteratura insegnata a scuola, e invece un grande amore autodidatta per questi scrittori americani di cui mi colpiva la libertà di scrittura, di vita e delle storie. E New York è la città di questi libri: sin da quando ci sono arrivato la prima volta mi sono trovato di fronte a un mondo che fino ad allora era stato solo sulla carta e che diventava vero.

È stata all’altezza delle aspettative di lettore, dunque.
“I libri ti danno la possibilità di vedere cose che gli altri non vedono. Se io giravo per Brooklyn, il Bronx, attraversavo posti che a un altro non avrebbero ricordato nulla, vedevo e riconoscevo ovunque i luoghi delle storie che amo. New York è molto vecchia per certi versi, conserva delle tracce di ‘900 molte vivide, anche in una tavola calda, in un supermercato un po’ squallido, in un angolo: erano questi i posti che all’inizio attiravano di più la mia attenzione e quando la raccontavo ad altri che magari vanno a New York più emozionati da Times Square o dall’Empire non ci capivamo. È per questo che poi ho sentito il bisogno di scriverne: per riuscire a raccontare cosa fosse quella commozione”.

Rispetto agli italiani, anche suoi contemporanei cosa legge? Giorgio Fontana in un’intervista per ilLibraio.it ha annunciato con entusiasmo l’uscita del suo libro. E anche lui con Un solo paradiso (Sellerio 2016) ha raccontato una storia senza tempo.
“Ho letto Un solo paradiso e ho trovato tantissimi legami con il mio libro. Magari qualcuno potrebbe pensare che non c’entrano nulla, perché il suo romanzo è molto milanese, invece il mio molto montanaro. In realtà ci sono diverse somiglianze: due amici, di cui uno è un puro, ci sono una ricerca e una sparizione. Giorgio è uno di quei pochi scrittori di cui sento che stiamo facendo lo stesso percorso, anche se ognuno per conto suo. Come due strade parallele più che due vie che si incrociano. Ultimamente ho letto Storia umana della matematica (Einaudi, 2016) di Chiara Valerio. Io ho studiato matematica e mi è sembrato di averlo afferrato bene. Lo consiglio”.

Le otto montagne è stato uno dei casi editoriali della Fiera di Francoforte. Che effetto fa rileggersi in altre lingue? Per quale motivo secondo lei questo successo?
“Mi fa un effetto bellissimo. Altre cose del pubblicare mi creano sentimenti contrastanti, mentre questa cosa mi procura solo gioia e mi dà una sensazione, mai sperimentata prima, di abbandonare un mio libro al suo destino. Per la prima volta infatti ci saranno traduzioni che non saprò leggere – finora mi avevano tradotto in francese che è una lingua che capisco – e lettori con cui non potrò parlare o che non potranno confrontarsi con me. Per la prima volta un mio libro se ne andrà e avrà una vita sua che io non potrò più seguire. In questo momento mi sembra una bella cosa”.

 

 

 

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