Philip Roth, autore di romanzi come "Pastorale americana" e "La macchia umana", è uno dei più importanti autori statunitensi contemporanei. Dopo aver raccontato magistralmente l'America e il rapporto con le donne e con l'eredità famigliare ebraica, ha deciso di abbandonare la narrativa - L'approfondimento sui suoi libri

Si deve scrivere di quello che si ha davanti, sostiene Philip Roth. Non le storie sentimentali e lontane dalla quotidianità su cui si cimentava negli anni universitari e che, non a caso, sono finite nel dimenticatoio, ma le storie che ci scorrono sotto gli occhi ogni giorno, semplici ma mai banali. E ha ragione: da quando ha cominciato a parlare di ciò che conosce meglio, della città operaia di Newark, dove è cresciuto, degli ebrei americani di seconda e terza generazione, di piccole nevrosi e dinamiche famigliari osservabili affacciandosi oltre il cancello di casa, è diventato uno dei più grandi e acclamati autori americani viventi, sempre in odore di un Nobel (per ora) mai raggiunto.

La famiglia in cui Philip Roth nasce, nel 1933, è per la verità una famiglia senza grandi drammi: un fratello maggiore e due genitori tranquilli e comprensivi che, come Roth ama raccontare, all’indomani della pubblicazione del Lamento di Portnoy temono che il figlio, che li mette in guardia dal clamore che il libro susciterà, sia impazzito e soffra di manie di grandezza. A dispetto delle paure dei suoi genitori, anche in questo caso, Roth ha ragione: Il lamento di Portnoy, pubblicato nel 1969 e che racconta in modo tanto ironico quanto esplicito le ossessioni sessuali di un ragazzo ebreo, è uno scandalo, e ha successo immediato. Il padre di Roth, imbarcato dal figlio in una crociera col solo scopo di allontanarlo dalle chiacchiere, sarà talmente fiero di lui da portare con sé un carico di copie del libro da regalare.

Il lamento di Portnoy di Philip Roth

Philip Roth e le donne

Comprensività genitoriale a parte, la vita di Philip Roth potrebbe assomigliare a quella dei suoi personaggi, in particolar modo a quella di Nathan Zuckerman, scrittore di Newark e suo alter-ego, che introduce nel 1979 con Lo scrittore fantasma e che di romanzo in romanzo invecchierà con lui.

Le relazioni sentimentali di Roth sono tutt’altro che serene: la sua prima moglie, Margaret Martinson, lo porta all’altare con un trucco. I due non hanno ancora trent’anni e continuano a litigare e separarsi. Quando Margaret torna da lui con un campione di urina e un test di gravidanza Roth patteggia la pena: Margaret abortirà ma i due si sposeranno. Solo più tardi Roth scoprirà che l’urina non era di Margaret ma di un’altra donna. Il matrimonio, in ogni caso, non funziona, e il rapporto tra i due si conclude tragicamente nel 1968 con la morte di Margaret in un incidente automobilistico. Questa brusca perdita è per Roth estremamente difficile da affrontare, e gli echi di Margaret, che Roth aveva già ritratto in Quando lei era buona, del 1967, si avvertiranno in diversi personaggi dei suoi romanzi.

Il romanzo Lo scrittore fantasma

Anche la seconda relazione a lungo termine, quella con Claire Bloom, non va meglio. Bloom è un’attrice di Londra e per lei Philip Roth tenta di vivere nella capitale inglese. Tuttavia neppure questo secondo matrimonio funziona: Claire Bloom parlerà di Roth in un memoir con toni molto duri e, a sua volta, lo scrittore la ritrarrà nel romanzo Ho sposato un comunista, del 1998. La vita matrimoniale e quella londinese, insomma, non fanno proprio per Roth, che torna a vivere nel paese che ama e che è la pressoché unica ambientazione dei suoi libri (con alcune grandi eccezioni, come le due storie quasi di spionaggio, L’orgia di Praga, del 1985, ambientato nella capitale ceca, e Operazione Shylock, del 1993, ambientato in Israele). Roth si ritira dunque in Connecticut, in un villino semplice, circondato dalla natura, dove vive in un prolifico dialogo con la sua solitudine.

L'orgia di Praga di Roth

La storia in salotto

Nonostante le similitudini tra la vita di Philip Roth e le sue storie, sarebbe errato pensare che i suoi libri abbiano un orizzonte limitato. Nella quotidianità raccontata da Roth si respira, discretamente onnipresente, la grande storia. La storia così come si manifesta nelle nostre vite di tutti i giorni, come la percepiamo, appunto, dal salotto di casa. È il caso, per esempio di Pastorale americana, del 1997, uno dei romanzi della maturità (come La macchia umana, del 2000), in cui Zuckerman non è più protagonista ma testimone di fatti accaduti ad altri personaggi. Qui la guerra del Vietnam è il pretesto usato da una ragazzina instabile per sconvolgere la vita dei suoi genitori, e alla storia mondiale si lega quella americana, quella delle proteste a Newark, della crisi delle fabbriche, dell’ascesa e caduta di un imprenditore.

È del 2004, invece, l’ucronia Il complotto contro l’America, in cui Roth immagina la vittoria alle presidenziali del 1940 di Lindbergh, l’aviatore con simpatie nazionalsocialiste, al posto di Roosevelt. Se il romanzo si basa su un avvenimento di finzione, la storia del rapimento del figlio di Lindbergh è tristemente vera e celebre, e la prospettiva di un’America di destra e populista è molto simile, a detta di Roth stesso, alla deriva presa dopo le ultime elezioni.

Il romanzo Pastorale americana di Roth

Roth: uno scrittore spietato

Certo i romanzi di Philip Roth non sono consolatori: che si tratti di vicende collettive o di piccoli drammi personali, le sue storie sono di una sincerità spietata. Lui stesso, d’altronde, ha sempre ritenuto che prendersi cura dei lettori non sia un dovere dello scrittore: la letteratura non è che un altro aspetto di una vita in cui ogni persona è chiamata a occuparsi di se stessa, senza che lo debbano fare altri al posto suo.
Eppure Roth – così sostiene – mentre scrive non si preoccupa neppure del romanzo in quanto tale, ma delle singole frasi: di come di volta in volta queste vadano unite tra loro e di come siano composte da parole il cui insieme deve prima di tutto avere una valenza estetica.

Da quando ha smesso di scrivere, Philip Roth parla volentieri del suo lavoro. Di scrittori che invecchiando hanno pubblicato opere mediocri è pieno il mondo, e Roth non ha mai avuto intenzione di essere uno di loro. Come comunicato nel 2012 in un’intervista al magazine Les Inrockuptibles Roth ha chiuso definitivamente con la narrativa (e ha anche dato disposizione che alla sua morte i suoi archivi vengano distrutti). In realtà, da quella clamorosa intervista, due racconti Roth li ha scritti, ma insieme alla figlia di otto anni di una vecchia amica, una frase a testa, via email: una bambina incredibilmente fortunata.

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