Storicamente, la poesia in tempo di guerra ha alle spalle una storia di soldati e disturbi post traumatici; oggi, spesso, a farla sono le donne scappate da paesi in tumulto: le storie di Bejan Matur e Maram al-Masri...

La poesia in tempo di guerra si può considerare un genere letterario, almeno dal primo conflitto mondiale, quando, in preda a shock postraumatici e sensi di colpa, un gruppo abbastanza nutrito di soldati – letterati si è dedicato alla scrittura di versi. Sigfried Sassoon, Wilfred Owen, Rupert Brooke (questi ultimi due deceduti in trincea) sono solo alcuni nomi dei cosiddetti “war poets” inglesi. In Italia, invece, ci fu Giuseppe Ungaretti a dedicare molti versi alla vita in guerra.

Oggi invece sono donne le poetesse che raccontano il caos e la violenza dei conflitti recenti. Come spiega un interessante approfondimento del Guardian apparso di recente (da cui sono tratte le immagini in questo articolo),  le guerre in Medio Oriente le raccontano Bejan Matur e Maram al-Masri.

donna macerie

Matur, curda, racconta che “solo attraverso la poesia riesce a raggiungere i propri orizzonti”, e solo nella poesia usa la lingua della sua famiglia, il curdo per l’appunto, idioma che per anni è stato vietato nel suo paese d’origine, la Turchia. Matur spiega al Guardian che l’essere cresciuta in Turchia, dove la minoranza curda è sempre stata oppressa, non è stato facile: “Nonostante abbia vissuto un’infanzia felice, mi sono sempre sentita confinata, reclusa”. Iscrittasi all’università nel 1988 è stata anche arrestata per un anno, perché “gli studenti curdi sono sempre tenuti sotto controllo e messi in carcere”, con l’accusa di essere una sostenitrice del nascente movimento curdo. Tenuta per 28 giorni in isolamento ha iniziato a scrivere poesie in cella.

Tornata in libertà, dopo aver fatto appello ad Amnesty International, ha iniziato a pubblicare poesie e romanzi e a viaggiare per il mondo, spesso ospite di parenti allontanatisi dalla Turchia per sfuggire alla triste sorte dei curdi.

Recentemente l’autrice ha raccontato la storia dei combattenti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan in Guardare dietro la montagna, pubblicato in Italia da Poiesis. Un libro che “non esprime giudizi… Ma punta sul dialogo e la pace” e in cui l’autrice racconta le persone comuni e reali, che ogni giorno combattono per il loro popolo, i curdi.

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Maram al-Masri, invece, è siriana. Nelle sue poesie racconta le donne e la loro femminilità prima che la guerra si abbattesse sul paese. Da più di trent’anni abita a Parigi, ma non ha smesso di raccontare le donne del suo paese, a partire dall’ombra dell’indottrinamento fino alla guerra di questi anni.

A causa della sua poesia al-Masri è stata lasciata dal marito, che ha portato in tribunale come esempio della sua inettitudine ad adempiere al ruolo di moglie proprio i temi delle sue opere. E per 13 anni non ha rivisto il figlio, di cui però sa che era tra i ribelli che hanno dato inizio alla rivoluzione.

Arriva nuda la libertà (Multimedia) è la sua più recente raccolta di poesie, in cui racconta il suo paese natio, la Siria, dal regime alla rivoluzione. In questo periodo spesso la poetessa visita i campi di accoglienza per i profughi siriani, perché “è l’unico cosa che posso fare. Non posso rientrare in Siria: verrei messa in carcere o uccisa… Non è una vera battaglia, non ci sono soldati, è solo un massacro”.

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