Il nuovo numero della rivista Nuovi Argomenti dedica una sezione monografica alla poesia di Sandro Penna. Su ilLibraio.it l'introduzione di Maria Borio

Il nuovo numero della rivista Nuovi Argomenti (79) dedica un’interessante sezione monografica alla poesia di Sandro Penna. Su ilLibraio.it l’introduzione di Maria Borio, poetessa, studiosa e curatrice della sezione.

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PURO, IMPURO SANDRO PENNA

Un fascio di luce brillante e profondo: la poesia di Sandro Penna attraversa il Novecento in modo trasparente e vorticoso, esposto e subliminale, fluido e fermo. Il ritratto del poeta puro e bohemien, tra la Roma d’artista della Scuola di Piazza del Popolo e i ragazzi di vita di Pasolini, appare sempre più sfrangiato, ricco, affatto univoco. Tra l’oscenità e la purezza, la croce e la delizia, come diceva Garboli, la forma del desiderio è stata a lungo la chiave di lettura dominante della tensione omoerotica che filtra l’esperienza e la sensorialità impura, greve, prosaica, in una estetica pura, versi di un’armonia perfetta tra leggerezza e grazia. Ma Penna è tenue e selvaggio. Pasolini lo chiamava «ribelle assoluto», lo paragonava a Rimbaud. La purezza, oltre che la forma di un desiderare, è anche quella di un conoscere, in modo affatto ingenuo, la realtà. L’equilibrio estatico dello stile e della lingua è un cristallo fragile e sottile che contiene una ricerca densa, tesa e accidentata. Ci dice che la vita è franta: da una parte ciò che appare una felice «liberazione improvvisa» (La vita… è ricordarsi di un risveglio), come quella che si prova guardando un fanciullo che corre o le onde del mare in un mattino sereno; dall’altra parte, la «pena di non saper chiaramente» (Mi avevano lasciato solo), non riuscire a possedere davvero quella liberazione se non in un attimo di epifania turbante, come nei ricordi di Proust, che ci mette sempre di fronte non tanto a un idillio dei sensi, ma a un’interrogazione perfino tragica della vita. Lo stile misurato diventa allora una via di sublimazione eversiva: acuisce il senso di ribellione rispetto a ciò che è ordinario, morale secondo i codici, che proprio la grazia dei versi fa apparire costantemente inquieto nel suo doppio fondo.
La grazia di Penna è un equilibrio tra la notte e la luce, l’urlo e la calma («Nel cuore è quasi un urlo / di gioia. E tutto è calmo»), lo stupore e la lucidità, vicino a Nietzsche, ma anche Hölderlin, Baudelaire, oltre che a Rimbaud. Il puro e l’impuro sono espressioni non solo della sensorialità, e della sensualità, ma di uno sguardo ermeneutico, violento e sublime. Ed è proprio in una costellazione europea, che questa voce trova il suo spessore vero, che la libera da una ricezione spesso concentrata prevalentemente sul punto di vista estetico, che tratta in modo naïf il problema della conoscenza. Penna è restituito alla sua integrale appartenenza letteraria e culturale, come ci ricorda Roberto Deidier nel saggio di apertura, dove ricostruisce il rapporto del poeta con la madre, gli anni di formazione e offre una lettura finalmente completa di temi chiave: quelli del fanciullo e del mito, legati a forze arcaiche e cruciali – il kairòs, l’eros – che spingono questa poesia fuori da ogni rappresentazione estetizzante. Come tutto è equilibrio e tensione nei quadri di De Pisis o Morandi, la nuova figura di Penna riemerge dalla storia «per vincere la prospettiva delle innocenze»: così Franco Buffoni in una suite in versi che, in un virtuale viaggio romano a fianco del poeta, combina l’estasi di un tempo assoluto, imperituro, con il vissuto più crudo, come nelle opere del pittore ticinese Giovanni Serodine che «lascia tra i dipinti senza rughe libri consunti». Alla poesia di Buffoni fanno da pendant le traduzioni inedite di Patrizio Ceccagnoli e Susan Stewart, che cercano di fare il punto sulla diffusione dell’opera di Penna in lingua inglese, svincolandolo da stereotipi come quello di un neo-Catullo marginale o di autore di gender.
Seguono tre letture d’autore: Umberto Fiori, Claudio Damiani e Vivian Lamarque. Sono poeti che si formano negli anni Settanta, in un clima in cui imperversano le destrutturazioni semantiche degli epigoni della neoavanguardia e la visionarietà alogica della poetica neo-orfica. La lingua chiara di Penna, la misura, il modo di riprendere l’esempio dei classici arrivano ai tre poeti con un impatto significativo.
Per Fiori sono cruciali la chiarezza e la rappresentazione della realtà: gli interessa la visione del mondo come «chiaro sogno», che si offre, si manifesta, si mostra nella sua natura vera, di fronte al quale il punto di vista soggettivo indietreggia per accoglierne l’evidenza, e non ha bisogno di essere realista – per come il Novecento ci ha consegnato la categoria di realismo. Basti pensare a come Fiori parla delle case o dei viaggi in autobus, che certo non hanno tensione erotica e grazia emotiva, ma riprendono in modo asciutto e razionale quel «chiaro sogno». Incurante dei vari diktat letterari e ideologici, dall’esempio di Penna arriva a Damiani una possibilità di rifondare la parola su un senso di armonia e sulla tradizione, soprattutto nelle descrizioni della natura: un nuovo senso classico, che sarà fondamentale per la rivista «Braci», di cui è tra i fondatori.
C’è un contatto nudo e autentico tra materia e sentimenti, che stende una luminosità fortissima sul mondo esteriore ed interiore, sulle cose delicate e su quelle brute: in Penna tutto brilla, lui «illuminava tutto» dice la Lamarque, come se potessimo attraversare l’esperienza ricreandola nel transfert mitopoietico di una favola, che nella poesia della Lamarque diventa la spina dorsale.
La luminosità di Penna è tesa e potremmo dire “difficile” (La rima facile, la vita difficile): è una chiarezza che mostrando interroga, porta alla luce fratture, scissioni. Segna un percorso «volatile» e «prensile» che «sigilla con la leggerezza qualcosa di assoluto», come scrive Marco Corsi, attraverso tre tappe cruciali nel Novecento: gli anni Trenta delle Poesie (1939), gli anni Cinquanta, da Appunti (1950) a Croce e delizia (1958), e gli anni Settanta con l’auto-antologia nel 1973 e Stranezze (1976). Ma il tracciato è discontinuo, senza che il poeta cerchi un vero e proprio libro di poesia, fatto di note, schizzi, appunti sparsi che arrivano ai suoi cultori, come Garboli, Scheiwiller, ma soprattutto Pasolini che arriva a Roma negli anni Cinquanta e diventa per Penna un punto di riferimento. Eleonora Cardinale ricostruisce bene le fasi della loro amicizia e delle vicende editoriali. Dentro e fuori il Novecento, portando ciò che precede questo secolo – Rimbaud, Nietzsche, ma anche Novalis, Leopardi, fino a Michelangelo secondo Gandolfo Cascio – a ciò che si anticipa la fine – Bellezza, Pecora, la Cavalli, come dice Carmelo Princiotta nel suo contributo sul “pennismo” – questa poesia rappresenta una grazia e un’eufonia che ci fa entrare nel problema del rapporto tra suono e senso in scrittura in modo inaspettato, rispetto, ad esempio, al modello di Montale e alla sua tradizione. Ma, in fondo, è poi così netto lo scarto tra i mottetti e questi versi volanti dove la musica è «una fitta rete d’amore» che attraversa la vita «ad inquietare il mondo»? La chiarezza e la semplicità, la misura e il ritmo, la pulizia e l’impressionismo visivo portano in superficie domande subliminali, in una poesia affatto biografica e decorativa: inquietantemente e originalmente esistenzialista.

L’indice della sezione della rivista dedicata a Sandro Penna, a cura di Maria Borio

Nascita di un poeta

Roberto Deidier
Nascita di un poeta

Due suite per Sandro Penna

Franco Buffoni
Suite per Sandro Penna

Traduzione di Patrizio Ceccagnoli e Susan Stewart
Sandro Penna, Selected Poems

Lettere «a gola spiegata»

Umberto Fiori
Il chiaro sogno di Penna

Claudio Damiani
Un miracolo del Novecento

Vivian Lamarque
Pensando a Penna, «un palmo più su, a Cassetta, vicino al Fiaccheraio

Dentro e fuori il Novecento

Marco Corsi
Una certa confidenza con S.

Eleonora Cardinale
«Io ho fatto un culto di Penna»

Gandolfo Cascio
Addio stillate rime

Carmelo Princiotta
Penna dopo Penna

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