A partire dal dibattito legato alla serie tv tratta da "Il racconto dell’ancella" di Margaret Atwood (che torna in libreria), la scrittrice Giusi Marchetta riflette: "Negli ultimi anni la questione femminile è tornata a essere centrale al cinema, nelle serie, nel mondo editoriale e musicale... I personaggi femminili diventano più sfumati e interessanti: vengono scritti meglio" - Il suo intervento su ilLibraio.it

The f word: (non) chiamatelo femminismo

Offred non ha più un nome: è “of Fred”, “di un uomo chiamato Fred”, un comandante della nuova repubblica di Gilead. Offred indossa un cappuccio bianco e un lungo mantello rosso sangue, l’abito delle ancelle. In un mondo reso sterile da inquinamento e, forse, dall’ira di Dio, il loro compito è di partorire i figli dei capi come nella Bibbia la serva Bila ha partorito il figlio di Giacobbe per conto della moglie Rachele che non poteva. In questo mondo Offred non è più una persona: è un mezzo. Il suo corpo non è più suo, non è più lei.

Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, pubblicato nel 1985 (che torna in libreria in una nuova edizione per Ponte alle Grazie, traduzione di C. Pennati, ndr), è un’impressionante distopia basata su anni di ricerche: nel romanzo l’autrice ha raccontato solo cose che erano già accadute da qualche parte nel mondo o che sarebbero potute accadere se le intenzioni di politici, dittatori, influenti gruppi religiosi avessero trovato applicazione. Il libro ha venduto milioni di copie nel mondo, ha sollevato polemiche ed è andato incontro alla censura in alcune scuole. Adesso torna all’attenzione del pubblico grazie a una serie trasmessa su Hulu, un successo annunciato, che ha per protagonista Elisabeth Moss (Peggy in Madmen) e almeno due comprimarie d’eccezione: Alexis Bledel (Rory in Gilmore girls) e Samira Wiley (Poussey  in Orange is the new black).

La serie riprende la storia di Atwood portandola ai nostri giorni e fa effetto vedere sullo schermo le manifestazioni di protesta contro il nuovo ordine politico-religioso e trovarle così simili a quelle che hanno riempito le strade dopo l’elezione di Trump. Del resto la chiara linea ultraconservatrice del vicepresidente Pence, le iniziative antiabortiste che si stanno moltiplicando nel Paese e che si sentono più legittimate che in passato, rappresentano uno spunto perfetto per portare la serie oltre i confini della trama dell’85. La Offred dello schermo è più combattiva di quella del romanzo e le questioni che via via si affrontano tengono conto del cambiamento degli ultimi trent’anni in materia di diritti delle donne. Si pensava infatti che la battaglia fosse ormai vinta e che non ci fosse più bisogno di farsi valere: oggi, dopo un periodo di assopimento, torniamo a parlare di disparità di trattamento nel lavoro, di rappresentazione nei luoghi di potere, di diritto a decidere del nostro corpo dalla maternità all’aborto. Con un certo disappunto, ci siamo accorte che smettere di marciare è significato restare di nuovo indietro.

Negli ultimi anni, la questione femminile è tornata a essere centrale al cinema, nelle serie tv, nel mondo editoriale e musicale. In ogni ambito si moltiplicano storie che hanno donne come protagoniste o che riflettono, con i toni della commedia o del dramma, sull’emancipazione o il rapporto tra i sessi. Temi come l’aborto, lo stupro, la maternità, le libertà personali trovano spazio e generano dibattito nei media e sui social. Sempre più spesso gli sceneggiatori si confrontano con il Bechdel test e ancora più spesso lo superano. I personaggi femminili diventano più sfumati e interessanti: vengono scritti meglio.

Non sempre l’intento è quello di denunciare il patriarcato nelle sue forme più abiette; si sceglie però di rappresentarne gli effetti lasciando allo spettatore la possibilità di trarne delle conclusioni e soprattutto gli si consente di vederli. Questo approccio può quindi essere considerato femminista nel senso che si preoccupa di descrivere anche quegli aspetti della discriminazione invisibili agli occhi di chi normalmente la nega o la sminuisce. Un lavoro di questo tipo, insomma, non solo contribuisce a regalarci libri e pellicole migliori, ma restituisce al pubblico un’idea più articolata di mondo, lo stesso con cui, fuori dallo schermo, si confronta tutti i giorni.

Mi ha molto sorpreso, quindi, (come ha sorpreso diverse giornaliste che ne hanno parlato sui giornali), leggere come Margaret Atwood e lo staff della serie televisiva abbiano rifiutato di definire il romanzo e lo show come femminista. Tutte, con l’eccezione di Samira Wiley, hanno preferito parlare di uno spirito umanista: la repubblica di Gilead mortifica l’umanità intera attraverso il suo credo e la sua dittatura. Il messaggio della storia, insomma, non sarebbe un invito a una riflessione sui diritti delle donne ma sui diritti umani perché le donne sono esseri umani.

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Una dichiarazione all’apparenza condivisibile se non fosse per l’ostentata presa di distanze da un termine che fa troppa paura. Il timore infatti è che definire un prodotto come femminista rischi di ghettizzarlo allontanando una parte di pubblico: quello maschile. Quasi come se i diritti delle donne fossero un affare solo loro, che si esplica in un intreccio di temi di nessun interesse per gli uomini. Insomma, per proporre un romanzo o una serie di questo tipo ed aspirare a una certa considerazione in termini di ascolti e di critica, non si può pronunciare la parola femminista accanto a quella umanista, ma si deve nascondere l’una sotto l’etichetta dell’altra. Un trucchetto banale ma pare che funzioni sempre.

Se ripenso al radicalismo delle battaglie degli anni settanta non mi meraviglia che Margaret Atwood abbia sempre rifiutato l’etichetta di femminista come anche quella di scrittrice di fantascienza. In entrambi i casi ha temuto la condanna del “genere”, quello legato al sesso e quello letterario: non voleva essere marginalizzata dal pregiudizio di una letteratura di serie b o confusa con chi rivendicava un’inversione dei ruoli nella società con le donne al potere e il maschio sottomesso. Entrambi i pericoli, però, mi sembrano superati ai giorni nostri. È ormai evidente infatti che un romanzo di fantascienza, un horror o un giallo possono essere dei capolavori e che il femminismo abbia oggi come unico obiettivo la reale parità dei sessi.

Pur tenendo conto delle numerose e varie correnti al suo interno, personalmente credo che essere femminista ai nostri giorni significhi favorire un cambiamento nella mentalità comune incentrata sulla costante prevaricazione di chi è percepito più debole. Non è qualcosa che possa prescindere dai diritti umani, dalla lotta di classe e dal rispetto per la diversità. Al contrario, attraverso il femminismo si può lavorare per tutte queste istanze. Se però l’uguaglianza tra uomini e donne può essere considerata un diritto umano, il racconto della discriminazione delle donne è nello specifico una questione femminista. Entrambi, poi, riguardano tutti gli esseri umani, uomini o donne che siano.

Quando i comandanti della nuova repubblica di Gilead operano il loro colpo di stato tolgono alle donne il lavoro e il conto in banca. È il primo, banale, espediente usato per legarle a un uomo. Il marito della protagonista è premuroso e gentile: subito la rassicura dicendole che si prenderà sempre cura di lei. A quel punto lei capisce che non sono più compagni, ma più simili a un padre e una figlia. E un’altra cosa, più feroce: qualsiasi cosa stia capitando nel loro Paese non sta capitando a lui. Non è lui che ha perso il lavoro o i risparmi; non è lui ad aver perso il suo status. È successo a sua moglie e a lui, ovviamente, dispiace. Però non gli è successo e mai gli succederà. E forse è proprio questo il cuore della questione: rivolgersi agli uomini perché siano più consapevoli del loro ruolo in una battaglia che, da esseri umani, li riguarda anche quando il maschilismo non li colpisce direttamente e, anzi, li avvantaggia senza che muovano un dito. L’anno scorso il governo svedese ha regalato a tutti i sedicenni Perché dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Adichie. La strada è quella giusta, la parola anche.

L’AUTRICE – Giusi Marchetta, nata a Milano nel 1982, è cresciuta a Caserta, poi si è trasferita a Napoli. Oggi vive a Torino dove è insegnante. Per Terre di Mezzo ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (2008), con la quale ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (2010). Il suo primo romanzo, L’iguana non vuole, è stato pubblicato nel 2011 da Rizzoli. Nel 2015 è uscito, per Einaudi, Lettori si cresce.
Qui tutti gli articoli scritti da Giusi Marchetta per ilLibraio.it.

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