"I ragazzi della via Pál è un romanzo apertamente polemico, e a nove anni, quando lo lessi per la prima volta, non potevo saperlo". Su ilLibraio.it la riflessione della scrittrice Ilaria Gaspari, che ha ripreso in mano "un grande libro, in cui i protagonisti sono raccontati senza condiscendenza, senza nessun compiacimento nostalgico per l'infanzia, senza la retorica dell'innocenza o della spontaneità dei ragazzini, ma come personaggi veri e propri, ognuno mosso da qualche spinta segreta..."

I ragazzi della via Paal l’ho letto per la prima volta a nove anni, quando avere la tonsillite era motivo di vanto per la gola rossa che con orgoglio si mostrava a destra e a manca come un segno di eroismo, e di esultanza per la scuola saltata e le lunghe giornate passate nel lettone, in mezzo a una montagna di libri e fumetti e con quel senso consolante e irripetibile di sicurezza che si ha da bambini nell’essere curati, nel mangiare riso in bianco dal vassoio, nel sentire verso sera che risale la febbre e che anche domani, di andare a scuola, non se ne parla.

ilaria gaspari via pal

L’ho letto durante due giorni di febbre e di cure, in una vecchia edizione illustrata che si scollava sul dorso ed era passata di mano in mano per almeno tre generazioni; la leggenda familiare voleva che tutte, nonne prozie, mamma e zia, su quelle pagine avessero versato lacrime a profusione, in una di quelle esorbitanti gare di commozione che, al solo prendere in mano il libro e cominciare a leggerlo, faceva pregustare anche a me la vertigine del pianto, e cercare fin dalle prime pagine i presagi della tragedia che mi avrebbe fatta singhiozzare. Il titolo mi affascinava, con quella doppia a esotica e dolcemente superflua, che mi piaceva ripetere come in un vocalizzo.

Lo rileggo oggi, in viaggio; la vecchia edizione con il dorso scricchiolante è lontana, ricompro una copia nella libreria di una stazione di provincia. Lo leggo in treno e immediatamente ritrovo quel senso di deliziosa attesa del dolore, anche se già so, stavolta, quale sarà la tragedia; anche se il titolo è cambiato, non c’è più il vocalizzo stravagante, Paal, ma la corretta grafia Pál, che mi irrita un po’, chissà perché, forse perché mi rovina il ricordo, forse perché sono su un treno e non ho più la tonsillite e nove anni.

I personaggi, che nel vecchio libro dell’infanzia avevano quei magnifici nomi ibridi – cognome ungherese di cui nella mente mi figuravo impossibili ipotesi di pronuncia, certamente molto sbagliate, e che sono rimaste tali e quali anche se oggi potrei anche scoprire come si pronuncerebbero correttamente, a seguire un nome italiano un po’ fuori moda, un po’ da nonni – ora hanno strani anche i nomi, nomi dalla grafia bizzarra: perché per esempio Nemecsek non si poteva chiamare davvero Ernesto, ma Ernő, e il traditore Geréb, che involontariamente innesca tutta la tragedia, non Desiderio, come un misterioso re longobardo, ma Dezső.

Quando lo lessi la prima volta, l’esotismo della doppia a, di quegli improbabili nomi vecchiotti, mi affascinava, ma non mi facevo domande su quale fosse effettivamente l’età dei protagonisti, perché per i bambini l’età non esiste come un numero, ma solo come una possibilità di immedesimazione, e per quanto fra i ragazzi della via Paal non ci fossero bambine, per quanto fosse una storia dell’Ungheria dei primi del Novecento, quei giochi di guerra dopo le ore di scuola, fra le strade di Budapest all’inizio della primavera, mi potevo immaginare di viverli anch’io; oggi mi sorprendo a chiedermi quanti anni avranno, questi ragazzi, e a pensare che hanno forse l’età dei ragazzini di quando non si usava pensare i ragazzini come adolescenti, e così l’infanzia si stiracchiava indisturbata in un suo terreno invisibile, ignorato dagli adulti se non per qualche incursione educativa, spesso repressiva, qualche volta affettuosa; un terreno su cui i ragazzini erano ragazzini e non importava sapere esattamente quanti anni avessero, e tantomeno importava cercare di capirli.


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Scopro oggi che I ragazzi della via Pál è stato scritto, da Molnár, un giornalista e drammaturgo eccentrico che poi dovette scappare negli Stati Uniti per sfuggire alla minaccia dei pogrom, con l’intento polemico di mostrare come, a Budapest, la crescita della città stesse distruggendo tutti i posti dove i ragazzini potessero giocare all’aperto, e la notizia mi fa amare ancora di più questo libro su un mondo perduto. È un libro apertamente polemico, infatti; a nove anni non lo potevo sentire, ma ora sì. In questa storia di due bande di ragazzini che, giocando all’esercito e anzi proprio alla guerra, scimmiottando un severo senso dell’onore militare e comportandosi come delle piccole parodie di soldati, innescano una vera tragedia, c’è una beffa profonda dell’inutilità delle gerarchie e delle guerre, ma non c’è, per contro, un messaggio pacifista. C’è, invece, una grandiosa tragedia: la ritrovo nel senso di attesa ansiosa con cui fin dalle prime righe cerco i presagi e mi accorgo di ricordare tutti i dettagli della prima scena, la fine della lezione in una tarda mattinata all’inizio della primavera, con il professore che armeggia con un becco Bunsen (allora non sapevo cosa fosse, e torno a non saperlo mentre rileggo), l’organetto che suona, la finestra aperta al sole.

Alla tragedia, che fa di un pamphlet scritto per spingere le autorità a lasciare ai bambini di Budapest un po’ di spazio per giocare liberi, un grande libro, prende parte tutto il coro dei protagonisti, raccontati senza condiscendenza, senza nessun compiacimento nostalgico per l’infanzia, senza la retorica dell’innocenza o della spontaneità dei ragazzini, ma come personaggi veri e propri, ognuno mosso da qualche spinta segreta, da qualche tratto peculiare del carattere, a rispondere in un modo o nell’altro alla pressione del gruppo, a bilanciarne o sbilanciarne gli equilibri. Il biondino, Nemecsek, sulla cui morte ho pianto come una vite tagliata per la seconda volta, è la vittima di un sacrificio perfettamente inutile, perfettamente sciocco eppure straordinariamente reale. Oggi potrei dire che c’è qualcosa di kafkiano in questa piccola beffarda tragedia di bambini, ma non è questa la cosa importante. La cosa importante è che Nemecsek, il capro espiatorio della banda, muore di polmonite dopo un eroico intervento nella battaglia per difendere il campo dalla banda rivale; muore delirando di onore militare, mentre il padre sarto nella stanza accanto è costretto a provare un abito doppiopetto a un cliente. E che subito dopo Boka, il generale dei ragazzini, che fino all’ultimo è stato accanto a Nemecsek, solenne e affettuoso come un fratello maggiore, scopre che sul terreno della via Pál sarà presto costruito un palazzo.

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo con Etica dell’Acquario (Voland). Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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