Su ilLibraio.it un racconto inedito di Alice Basso dedicato all'estate in vista delle imminenti vacanze...

Qualche giorno fa stavo scendendo dal treno e ho assistito a una scena.

Che fra un attimo ovviamente vi descriverò nel dettaglio, ma prima un po’ di contestualizzazione. Giugno, caldo porco, banchina del treno appunto, livello di umidità cavo orale di bulldog, temperatura percepita fucina di Efesto, sogni solo che 1) passi di lì il drago Smaug per chiedergli di soffiarti piacevolmente sul coppino e darti un po’ di refrigerio, 2) una catastrofe cosmica senza alcuna plausibilità scientifica stermini di colpo ogni essere vivente nell’emisfero nord tranne te (chissà poi perché, ma, già che stiamo sognando…), al fine di liberarti dalla prossimità con una folla sudaticcia, appiccicosa, puteolente, di cui già ti sembra un’offesa personale dover vedere le dita dei piedi, figuriamoci subire occasionalmente il contatto. (Okay, quella delle dita dei piedi è una cosa mia, ma andiamo, scommetto che anche fra di voi c’è qualcuno che in questa stagione si ritrova a fissare in stato di ipnosi orrificata certi alluci pelosi sbucare da delle Birkenstock e si chiede cos’ha fatto per meritarselo. Comunque, dicevamo.) L’umore della sottoscritta, come si può agevolmente immaginare, è un gradino sopra quello di un condannato ai lavori forzati in una chain gang nel deserto del Nevada, quando alla sua destra ha luogo una scena capace di calamitare la sua attenzione.

Ci sono una donna e una bambina. Dall’età (la bambina sarà sui dieci, la donna sui quaranta) e dalla forma le si direbbero madre e figlia, e corrono. Corrono corrono corrono, lungo la banchina, costeggiando il binario a cui si è appena fermato il Frecciarossa da cui sono scesa anch’io. Corronocorronocorrono risalendo il treno dalla testa alla coda come Indiana Jones che cerca di beccare il bastardo nazista prima che il treno riparta e si porti via lui e i documenti dei Templari che si è infilato sotto l’uniforme. Piccolo particolare: il treno è al capolinea, il pericolo che riparta è inesistente. Eppure le due saette corrono stracorrono ipercorrono.

Chiaramente la sottoscritta si ferma a guardarle, perché 1) per correrecorrere così con quel caldo devono avere una motivazione più che valida e a quel punto una vuole proprio vedere; 2) ogni scusa è buona per fermarsi un attimo all’ombra, ma okay.

A un tratto, da uno dei vagoni che i due proiettili in infradito hanno appena superato, sbucano i loro alter ego: un’altra donna e un’altra bambina, stesse età e stesse conformazioni, che scendono dal vagone medesimo precedute da un mammut (il mammut, a uno sguardo più attento, si rivelerà essere una valigia), e riconoscendo le due parenti nelle sagome sfocate dalla velocità gridano loro dietro: “Siamo qui! Siamo qui!”

Allora succede la cosa più bella del mondo.

Anche la più rischiosa, devo dire – penso si sia sfiorata la tragedia – ma, a conti fatti e alla luce di un bilancio dei feriti pari a zero, di sicuro la più bella del mondo.

La saettina più piccola, cioè la bambina che stava correndocorrendocorrendo, ormai avanti di due o tre vagoni, riconosce la voce della cuginetta (posso dire con certezza che si trattasse della cuginetta perché la cuginetta, a scanso di equivoci, al “Siamo qui!” aggiunge anche un sonorissimo: “Cugyyy!”). “Cugy” non perde nemmeno tempo a fermarsi: ruota su se stessa in pieno slancio, facendo perno non so bene su cosa, sul cuscinetto di aria calda su cui sta volando, ritengo, e fa dietro front con la veeeeelocità del lampo. E si getta addosso alla cuginetta a braccia aperte, come un bolide, mentre la cuginetta, anziché rattrappirsi e urlare “Aaaah!” anticipando l’impatto come qualsiasi essere vivente dotato di istinto di sopravvivenza avrebbe fatto, a sua volta spalanca le braccia e si lancia incontro alla palla di cannone proiettata verso di lei.

Le due bambine rotolano per terra sulla banchina zozza e bisunta, ridendo come pazze, urlando di gioia, e le loro mamme – particolare secondo me tenero quasi quanto la cosa delle figlie – corricchiano anche loro una verso l’altra, solo appena appena meno supersonicamente, felici come Pasque anche loro di riabbracciarsi, il tutto in un clima che, ricordiamo, farebbe valutare con riserbo l’opportunità di abbracciare pure Jason Momoa (o qualsiasi altro figo a vostra scelta, siamo aperti a ogni suggerimento, qui).

Io le ho guardate e ho pensato: ecco. ‘Ste due mocciose sono fortunate. Stanno per lanciarsi – con lo stesso furore, immagino – verso un’estate che non si aspettano.

Anche se magari non succederà proprio niente di eclatante, eh. Anzi, in genere è proprio così che funziona. Io e la mia migliore amica di cosa credete che parliamo, quando rievochiamo – e lo facciamo ancora, oh, se lo facciamo ancora! Rompendo ovviamente le palle a chiunque sia lì intorno e non abbia idea di che diavolo stiamo dicendo – la nostra prima estate insieme? Di quella volta che tirammo di scherma con gli spazzolini da denti e a momenti il mio finiva nel water. Di quella volta che lei si mangiò un’intera crostata di mia nonna e mia nonna la amò talmente tanto che entrambe pensammo che a casa sua poi volesse rimandarci me e tenere lei. Di quella volta che lei era così eccitata all’idea di partire con noi che rovesciò un ettolitro di latte per tutta la cucina e suo padre la consegnò ai miei genitori praticamente tenendola per la collottola come quando devi neutralizzare i gatti molesti. Cretinate così, roba che infatti non fa ridere nessuno che non l’abbia vissuta – cioè nessuno tranne noi. Ma che per noi significa il mondo, cioè quell’atmosfera là, quel senso di onnipotenza che ti dà solo il misto magico fra giovinezza, compagnia giusta ed estate, quell’ebbrezza talmente ma talmente esaltante che qualche volta persino tu, proprio lì, proprio mentre la stai vivendo, specialmente se sei un ragazzino riflessivo e intellettualoide com’ero io, per un attimo riesci a contemplarla dall’esterno, astraendoti e constatando fra te e te con una consapevolezza quasi malinconica: “Probabilmente questo sarà il momento più felice di tutta la mia vita”.

E poi smetti di perdere tempo ad astrarti e torni a calarti entusiasta nel presente e a fare cose memorabili come tirare di scherma con lo spazzolino.

Ragazzine del treno, vi invidio e vi voglio un sacco di bene e vi auguro un’estate pazzesca (ma lo sarà, non avete mica bisogno dei miei auguri).

Anche se mi avete spremuto fuori una lacrimuccia, e questo deve avere compromesso il mio grado di idratazione per il resto della caldissima giornata.

L’AUTRICE E IL SUO ULTIMO LIBRO – Alice Basso lavora per diverse case editrici, come traduttrice e redattrice, valuta le proposte editoriali e, nel tempo libero, canta e scrive canzoni per alcune band rock; non sa cucinare, ma ama disegnare e, tra le altre cose, scrive libri.
Dopo L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome e Scrivere è un mestiere pericoloso, l’autrice torna in libreria, sempre per Garzanti, con Non ditelo allo scrittore, la storia di Vani, dotata di un’empatia innata, ma insofferente nei confronti delle persone, tutte le persone. Il suo dono tuttavia le è utile, perché Vani è una ghostwriter: scrive a nome di altri autori, che pubblicano libri scritti da lei, un lavoro che deve tenere segreto e che si fa ancora più complicato quando le viene affidato il compito di scovare un altro ghostwriter che si cela dietro uno dei più importanti romanzieri italiani. Nel frattempo un altro scrittore, Riccardo, che le aveva spezzato il cuore, torna nella sua vita, mentre il commissario Berganza vuole il suo aiuto per condurre un’indagine e, magari, un’occasione per dichiararsi.

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