"L'abbazia di Northanger, nonostante sia forse il meno noto e il meno celebrato, è ancora il mio romanzo preferito fra quelli di Jane Austen". Con la scrittrice Ilaria Gaspari su ilLibraio.it un sorprendente viaggio nell'opera dell'autrice di "Orgoglio e pregiudizio", a 200 anni dalla morte...

Dovevo avere dieci anni quando, forse per Natale, mi regalarono due romanzi di Jane Austen. Di lì a poco sarebbe scoppiata anche in Italia una bizzarra moda-revival incoraggiata dall’uscita del Diario di Bridget Jones, che sfogliai alla chetichella in una libreria convinta che appartenesse alla categoria dei libri ‘non adatti alla mia età’ – e che quindi avrei fatto meglio a non farmi pizzicare a leggerlo.

Non sapevo ancora che ormai ero abbastanza cresciuta da perdere il privilegio di dover avvicinare di nascosto dei libri perché ‘non adatti’; non avevo ancora assaporato la malinconia del non essere più considerata ‘ancora troppo piccola’, della perdita di ogni necessità di inventare stratagemmi per aggirare una censura affettuosa e probabilmente molto più elastica di quanto immaginassi allora per rafforzare in me l’idea di una mia eroica, impavida, astuta sete di letture vietate. Trovai, semplicemente, che il Diario era molto malinconico e senza farmi notare lo rimisi a posto, provando un certo fastidio per quello che mi parve un abuso del nome di Darcy, che avevo conosciuto proprio qualche mese prima quando, con quei due romanzi di Jane Austen ricevuti in regalo per Natale, avevo, senza saperlo – se non nel lampo di fierezza che mi colse all’idea di leggere libri i cui protagonisti erano tutti già grandi, e preoccupati soprattutto di faccende da adulti quali, ad esempio, la loro preferita: il matrimonio – superato la soglia oltre la quale non sarei più stata una lettrice bambina.

I due romanzi erano Orgoglio e pregiudizio, e L’abbazia di Northanger. E anche se da adolescente mi ritrovai a rileggere il primo, dopo essere passata attraverso Emma, Persuasione, Ragione e sentimento e Mansfield Park, il secondo mi piacque, da bambina, molto di più. Forse per questo, per preservare il ricordo delizioso che ne avevo, non mi ci avvicinai mai negli anni confusi e baldanzosi dell’adolescenza, nel breve periodo in cui ritenevo un mio preciso dovere leggere esclusivamente scrittrici donne per cercare di capire come volessi diventare – un periodo poi bruscamente interrotto dal mio incontro con Tonio Kröger, verso i quindici anni, quando come un fulmine a ciel sereno mi colpì l’idea che forse alla fin fine non c’era niente da capire, rinunciai al progetto di ritagliarmi un prototipo da seguire come il cartamodello di un vestito, e tornai a leggere, molte scrittrici e molti scrittori, per il puro piacere di farlo, scoprendo finalmente cose nuove proprio nel momento in cui smettevo di spiare con ansia i miei progressi verso la costruzione di una me stessa imitata da qualche biografia.

L’abbazia di Northanger lo rileggo oggi per la prima volta da quell’inverno in cui lo divoravo di ritorno da scuola, quando non sapevo che mai fosse una rendita e nemmeno mi era troppo chiaro cosa fosse un vicario, quando non avevo la più pallida idea di cosa si intendesse per romanzo gotico e per me l’Inghilterra era tutta un’enorme brughiera, altra parola cui non sapevo dare nessun significato se non quello, vagamente onomatopeico e per puro caso forse neanche così lontano dal vero, di un’enorme distesa di terra avvolta dalla nebbia e fitta di una vegetazione bassa che i cavalli potessero brucare senza sosta. Lo rileggo, e scopro che, nonostante sia forse il meno noto e il meno celebrato, è ancora il mio romanzo preferito fra quelli di Jane Austen; forse, anzi di certo, non il più bello in assoluto, ma, per me, il più divertente, il più spassoso, il più ironico. Scopro di ricordarmi nei minimi dettagli le sensazioni di delizia che provavo allora, pur nell’ignoranza dei concetti di rendita e di romanzo gotico, che sono alla fin fine l’architrave della storia, immedesimandomi nella protagonista che a sua volta si immedesima nelle eroine dei libri che ama, e si cala in strampalate fantasie di trame romanzesche – oggi lo so, con molta più leggerezza, e molta più fortuna di Emma Bovary, la quale d’altra parte pendeva per il romanzo puramente sentimentale mentre la Catherine Morland dell’Abbazia di Northanger ha, come me (forse, almeno un po’, anche proprio perché sono cresciuta con il ricordo della sua avventura?) una passione per la letteratura dell’orrore. Ne cerca avidamente le tracce fra le mura dell’abbazia in cui viene ospitata per qualche settimana da due amici, fratello e sorella, conosciuti nella ripetitiva liturgia mondana della città termale di Bath – dove non sono poi stata, ma di cui oggi come allora distillo, leggendo, la noia squisita, che probabilmente se la vivessi davvero mi deprimerebbe, ma letta, invece, sembra solo una promessa di avventure. Purtroppo l’abbazia è stata restaurata con solido buonsenso inglese, e non ha mantenuto niente di misterioso o di oscuro; tutto è molto luminoso, pulito e prosaico, come la lista della tintoria che Catherine nel cuore della notte, con il cuore a mille, trova facendo scattare le serrature misteriosissime di un secretaire d’ebano, al posto di chissà quali scandalosi segreti. È proprio in questa triste prosa della vita borghese, però, che sta l’unico mistero, l’unica vera violenza del libro e della storia di Catherine, cacciata ignominiosamente, con una scusa, dal padre dei due amici – di uno dei quali ovviamente è innamorata – alla scoperta che la sua dote è poca cosa. Il lieto fine un po’ frettoloso, che cancella con un colpo di spugna l’umiliazione, l’avevo dimenticato dalla mia prima lettura, e non mi stupirei di dimenticarlo ancora.

Anche qui, come in tutti gli altri libri di Jane Austen, il perno della trama sono i giochi ironici e intelligenti di un desiderio costantemente tenuto a freno, come un cavallo domato che ha perso, negli strattoni del morso, la selvatichezza originaria, dalla violenza dell’istituzione del matrimonio inteso come una transazione commerciale (una violenza che, anche se alla fin fine viene aggirata, o addirittura beffata, è sempre presente e modella il modo di amare di tutte le protagoniste, ironicamente anticonvenzionale – che, stranamente, sarà trasformato poi, duecento anni dopo, quando nessuno si sognerebbe di parlare di doti e vicari, dal filone inaugurato proprio dalle disavventure di Bridget Jones in una specie di paradigma sentimentale); giochi riscattati da un lieto fine tutto sommato non indimenticabile. Quello che ricorderò, e che probabilmente spiega la mia predilezione per l’Abbazia fra tutti i romanzi di Jane Austen, è la sensazione che, in questo caso, la violenza del desiderio trattenuto che sembra caricarsi come un elastico o una molla, si sfoga in una grandiosa parodia – quella del romanzo gotico – raccontata con vero divertimento, con un gusto spettacolare per i dettagli, e soprattutto con un’insolenza che mi sembra (oggi, e chissà come, me lo sembrava anche allora) la risposta migliore, la più simpatica, alla violenza della trama del matrimonio come transazione commerciale, alla negazione del desiderio, alla noia.

 

nota: nella foto in alto, Anne Hathaway, che ha interpretato Jane Austen nel film Becoming Jane – Il ritratto di una donna contro

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L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo con Etica dell’Acquario (Voland).
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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