"Lo scrittore elegiaco oggi dispiega tutto il suo armamento stilistico per ingannare il tendenziale discredito che gli verrebbe dai fautori, assai maggioritari, dell'epica...". Parte da una riflessione di Italo Calvino datata 1958, l'analisi di Mario Baudino, che collega libri usciti di recente, come "La guerra dei Murazzi" di Enrico Remmert, "Gli anni del nostro incanto" di Giuseppe Lupo e "Un'educazione milanese" di Alberto Rollo

Viene alla mente Calvino, leggendo alcuni libri per molti aspetti ammirevoli usciti negli ultimi tempi: il Calvino di un saggio – ad ampio spettro – dedicato al romanzo, la cui iniziale formulazione risale al 1958, ora in La pietra sopra: prendendo in esame la situazione del primo dopoguerra, individuava  fra le “correnti che trasformano l’inziale spinta etica della Resistenza” quello che definiva il “ripiegamento dell’epica nell’elegia, ossia dell’approfondimento sentimentale e psicologico in chiave di malinconia”. I suoi esempi erano scrittori del calibro di Cassola e Bassani, ma anche Vasco Pratolini, visto come un “autore di natura sentimentale, idillica, elegiaca”. Senza che ciò costituisse un giudizio di valore, semmai la presa d’atto del ripresentarsi d’una “situazione tradizionale della letteratura italiana a cui essa viene spinta nei momenti di riflusso della nostra storia, trovando talvolta su questa via una maggiore verità”.

Che oggi, a un dipresso, si stia rivivendo qualcosa di simile, sembra abbastanza evidente, almeno quanto al “riflusso” in campo politico ed economico, ma verosimilmente anche culturale. E se non c’è un grande episodio etico cui confrontarsi nel recente passato, ebbene, è evidentissimo che viviamo in una contingenza storica dove il campo dell’epica – un’epica magari degradata – è saldamente presidiato (per esempio dal genere del romanzo giallo: l’epica esibisce certezze, e quelle della letteratura di genere, che si presume sia diventata il miglior modo di raccontare la realtà del nostro tempo, sono addirittura granitiche, perfettamente congruenti con l’idea di realtà – il fantasma di realtà – che ne governa l’immaginario: complottismo, rancori sociali, pessimismo cosmico ben incarnato dalla figura per lo più anarcoide e convenzionalmente ribelle dell’investigatore).

L’elegia, al contrario, sembra qualcosa di ripiegato in se stesso, condannato dalla storia, non all’altezza dei tempi, insomma un canto malinconico, proprio come l’avvocato di De Silva, che lo è, malinconico, di nome e di fatto: qui non ci interessa però il personaggio perplesso, tutto sommato frequente, ma la grammatica del romanzo. L’elegia è malinconia nel senso della consapevolezza da parte dell’uomo di genio – dell’intellettuale – che qualcosa gli sfugge e sempre, probabilmente, gli sfuggirà, per riallacciarci agli insegnamenti non direi obsoleti di Aby Warburg e Walter Benjamin. Lo scrittore elegiaco, oggi, dispiega forse tutto il suo armamento stilistico per ingannare il tendenziale discredito che gli verrebbe dai fautori, assai maggioritari, dell’epica; e in generale anche al di fuori del giallo, dello stile tribunizio. Bisogna scovarlo.

Enrico Remmert

Enrico Remmert è uno di questi, abilissimo a mascherarsi. La sua raccolta di racconti lunghi – ma il primo è in tutto e per tutto un romanzo breve – uscita da Marsilio col titolo La guerra dei Murazzi, sembra offrircene una dimostrazione addirittura paradigmatica: perché Manu, la voce femminile che rievoca un passato prossimo a Torino – i Murazzi sono gli argini urbani del Po nel centro cittadino che, negli anni in cui nei magazzini affacciati su di essi erano proliferati locali d’ogni genere, sono stati al centro delle notti giovanili – non si limita a “celebrare” le gesta di quanti là si scontrarono, ubriachi, immigrati, spacciatori, musicisti, sognatori e soprattutto ragazzi che vivevano intensamente la loro giovinezza, e la dura violenza cresciuta in parte inavvertita.

Pare un’epica, ma è del tutto elegiaca (come il resto del libro: basta leggere a conferma le ultime righe del racconto-reportage ambientato a Cuba per rendersene pienamente conto). Lo sguardo sul passato prossimo non è nostalgico né banalmente sentimentale, semmai malinconico in senso alto; il linguaggio è una dichiarazione d’amore intanto per quello che fu, nella storia raccontata da Manu, il “suo” di amore, ma anche per un’età, una cultura ambigua e vitale allo spasimo. La ragazza appena cresciuta è bravissima a parlarci del suo rapporto di fascinazione con la violenza, orrore e attrazione, turbamento e sensualità, senza (pre)giudizi moraleggianti, senza una retorica dell’etica a tutti i costi. L’elegia “trova” così una realtà che almeno oggi sfugge clamorosamente all’epica. E lo fa attraverso percorsi molto diversi di libro in libro.

giuseppe lupo

Penso a Gli anni del nostro incanto (Marsilio) di Giuseppe Lupo, che scartando rispetto al suo narrare sul limite del fantastico, del mitico e del metaforico, racconta semplicemente Milano, il miracolo economico, il formarsi di un nuovo, vasto ceto sociale; lo fa partendo da una vecchia fotografia, dove una famiglia intera se ne va in vespa dalle parti del Duomo. La sua è l’elegia d’una città, peraltro una delle poche, oggi, non ripiegata in se stessa: non un vacuo rimpianto d’un passato ideale, ma la presa in cura, amorevole, di una memoria collettiva, forse con qualche eco pratoliniana; ipotesi che per Lupo, studioso di letteratura italiana soprattutto novecentesca, potrebbe non essere peregrina.

Alberto Rollo

Non diversamente avviene, se pure con altra strumentazione stilistica, in Un’educazione milanese (Manni) di Alberto Rollo. O in Fiammetta (Rizzoli) di Emanuela Abbadessa, dove già nella scelta del nome del personaggio che dà il titolo al romanzo si coglie una non criptica allusione al Boccaccio dell’”Elegia di Madonna Fiammetta”. Un’esplorazione più vasta richiederebbe tempo e spazio che qui non abbiamo. Ma che dopo molti anatemi stia tornando l’elegia come ancora di sincerità sembra fuor di dubbio: come già aveva intuito, ai suoi tempi, Calvino.

L’AUTORE – Mario Baudino è scrittore, giornalista e poeta. Il suo ultimo libro è Lei non sa chi sono io (Bompiani), un saggio dedicato agli pseudonimi nella storia della letteratura.
 Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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