Può, per una scrittrice, l'esigenza di avere "una stanza tutta per sé" diventare una sorta di dimostrazione d'egoismo? Su ilLibraio.it la riflessione di Annalisa De Simone, in libreria con "Le mie ragioni te le ho dette"

Del mio lavoro di scrittrice, più del resto, mi piace il fatto di starmene in una stanza.
Non a caso una delle eroine letterarie a cui devo la mia incondizionata adesione emotiva è la signora Agnes, ne L’immortalità. Sento vicina quell’afflizione che la muove, meccanicamente, come fosse una muta forza di inerzia, sento vicino quel suo considerarsi “altro” dagli esseri umani – sensazione strana, amorale, perfettamente consona – ma soprattutto, mi esalta la sua esigenza di restarsene sola in una stanza. Col matrimonio, Agnes ha perso la gioia della solitudine: in ufficio passa il tempo gomito a gomito con i colleghi, poi torna a casa, in un appartamento di quattro stanze, ma nessuna delle stanze è sua. Solitudine, scrive Kundera, dolce assenza di sguardi! C’è una breve scena in cui l’identificazione con questa donna per me è assoluta e straziante.

Entrambi i colleghi di Agnes si ammalano e lei trascorre due settimane da sola in ufficio.
Alla sera, si accorge di essere molto meno stanca e si accorge che: gli sguardi sono come pesi che la buttano a terra, oppure come baci che le succhiano le forze. Ecco. Più cresco più sono io Agnes, più cresco più mi è chiaro quanto gran parte dell’amore che nutro per il mio lavoro sta in questo aspetto qui, basso, spoglio, talmente concreto da risultare volgare, eppure indispensabile e determinante: ho bisogno di starmene in una stanza, senza gli altri attorno e senza i loro sguardi (Gesù, pensare che mi ero messa in testa di diventare un’attrice…) Avere una stanza tutta per me. Credo così di ottenere esattamente ciò che voglio. Se non fosse che in una stanza, al riparo dalla mondanità delle chiacchiere di cortesia e dalla competizione con gli altri, qualcosa dovrò pur farla. Non ho figli, vivo sola, penso troppo e non cucino – semmai riscaldo.
Dunque, lavoro. Oppure l’opposto? In effetti, forse sto sbagliando approccio…

Forse commetto il madornale errore di confondere le premesse con le conseguenze.
Posso dire questo: è vero anche il contrario.

In pratica, scrivo perché adoro starmene in una stanza e sto in una stanza perché adoro scrivere. Come in qualsiasi buon romanzo che si rispetti, entrambi i registri, l’alto e il basso, il serio e il faceto, vivono in una comunione propizia. E allora penso che scrivendo assecondo due bisogni diversi, ma ugualmente intrinsechi al mio modo di essere.E penso che la scrittura è per me puro e raggiante egoismo.

Appunta sul suo diario Virginia Woolf, a cui come è chiaro devo il titolo di questa confessione: quando la mia mente, turbata dall’ansia, non riesce a concentrarsi sulla carta bianca che ha davanti, diventa come un bambino perduto, gira a vuoto per la casa e poi si siede a piangere sull’ultimo gradino. Il punto è che, davanti a quest’immagine, io non sento l’urgenza di ripristinare la calma nella mente turbata, ma quella di strappare un sorriso al bambino perduto. L’urgenza di scrivere, se così si può definirla, non risiede per me in qualcosa da dire, ma in qualcosa da provare. È appagamento di una personale felicità. È puro slancio egoistico.

Perché sono io quel bambino perduto. Sono io la mamma che lo consola. Sono io la donna che li descrive entrambi. Sono io tutti, una e trina, come l’Altissimo, faccio dei miei personaggi e delle loro angosce e delle loro vite esattamente ciò che voglio. E se questo non è amore eccessivo ed esclusivo di sé stessi – e se questo, poi, non è valutazione esagerata delle proprie prerogative – beh, allora c’è da ripensare la definizione stessa di egoismo.

annalisa de simone le mie ragioni te le ho dette

L’AUTRICE E IL LIBRO – Annalisa De Simone (L’Aquila, 1983) vive a Roma, dove si è laurea in Scienze umanistiche e, alcuni anni dopo, in Filosofia teoretica. Il suo romanzo d’esordio si intitola Solo andata (Baldini&Castoldi 2013), seguito da Non adesso, per favore (Marsilio), un romanzo toccante che prende vita durante il terremoto de L’Aquila, sua città natale. In questi giorni Annalisa De Simone torna in libreria con Le mie ragioni te le ho dette (Marsilio), un romanzo corale che narra la storia di una madre, Ambra, di una figlia, Flavia, le cui vite non saranno più le stesse: due intense giornate narrative di segreti del passato che tornano a galla, in un intreccio di esistenze umane e un intersecarsi di personaggi che dovranno rendere conto a se stessi di tutti i propri errori.

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