La scrittura può essere un'ottima terapia per comprendere meglio se stessi e il nostro rapporto con il tempo. Come accade in "Col mio corpo" di Nikki Gemmell e "L'età adulta" di Ann-Marie MacDonald. In questa riflessione c'è spazio anche per autori come Julian Barnes e Hendrik Groen...

“Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo.” Come comprendere meglio se stessi, all’interno del proprio tempo? Per quanto abbiamo calendari, lancette e promemoria a scandire le nostre giornate, il tempo soggettivo è tutt’altra cosa e pare sfuggirci più la tecnologia si fa precisa; o, dispettosamente, proprio per questo. Non è un caso allora che il protagonista di Julian Barnes, in Il senso di una fine (Einaudi, 2011), sbatta la testa contro una vecchiaia inappagante. Unica soluzione? Ripercorrere il passato, perché, come scriveva Svevo in una pagina di diario, l’abitudine «di non saper pensare che con la penna in mano» conduce all’obbligo della scrittura, per provare a decifrarsi.

A distanza di anni, la funzione terapeutica della scrittura (autobiografica o narrativa) non pare mutata. Pochi mesi fa, uno degli ottantenni più arzilli della letteratura, Hendrik Groen, scriveva nel proprio diario finzionale Piccoli esperimenti di felicità (Longanesi, 2015): “Scrivere ha un piacevole effetto terapeutico: sono più rilassato e meno frustrato. Forse ho iniziato con cinquant’anni di ritardo, ma ormai non posso farci nulla.”

Dunque, a cosa serve scrivere? Per tanti, riviversi sulla carta, schermandosi dietro all’alter-ego di un io-narrante, è un ottimo modo per scandagliare liberamente il rapporto tra l’io e il tempo e provare a curare le ferite del passato. Di sicuro ci vuole costanza, nonché una certa spietatezza, nel recuperare le pagine chiuse con tanta fatica nel cassetto della memoria e filtrate dai giorni. A volte, però, è l’unico mezzo per compiere un’auto-analisi che spinge alla rinascita. E non stupisce che il viaggio nei ricordi sia una delle più longeve forme di auto-terapia, fin da tempi antichissimi.

Due romanzi in questi ultimi mesi hanno attirato l’attenzione per il ruolo centrale del ricordo e la sua decodifica. Quasi paralleli per intenzioni, ma totalmente diversi per circostanze, ambientazione, scavo nel passato, in Col mio corpo e in L’età adulta alle protagoniste non resta che la scrittura per provare a recuperare se stesse. Anzi, la tradizionale importanza data al ricordo pare qui completamente accentuata: forse nel mondo contemporaneo ricordare è un grido disperato in cerca dell’identità?

In Col mio corpo (Guanda, 2015) di Nikki Gemmell, la protagonista si trova bloccata nel ruolo di madre e moglie, senza dare più voce alla propria sensualità. Eppure, da adolescente, voleva scoprire tutto, anche i minimi anfratti dell’amore, diventarne padrona ed esercitare un potere sugli uomini. Che cosa ha addormentato, poi, la sua curiosità? Scrivere senza risparmiarsi nulla diventa allora l’unica via per riprendere il perduto (forse per ricrearlo, chissà) davanti agli occhi di un lettore sempre più avido.

Da una crisi familiare si muove anche L’età adulta di Ann-Marie MacDonald (Mondadori, 2015): la protagonista pare imbrigliata e schiacciata dalle responsabilità proprio come nel romanzo di Gemmell; in più, le si addossa il peso di un’omosessualità mai accettata dai genitori e di un’infanzia tormentata, con traumi che traboccano nei romanzi fantasy che hanno reso famosa la protagonista.

Non è un caso che le due eroine di Gemmell e di MacDonald si siedano davanti a una macchina da scrivere e a un computer per provare a recuperare se stesse. Sono sole (altra condizione fondamentale alle scritture dell’io), in bilico tra inappagamento e crisi personale, e non sanno come smarcarsi dal presente. Di certo non riusciranno a riportare alla luce tutto il passato, perché la selezione naturale del tempo, la scelta di quali dettagli salvare e quali occultare sono già un’interpretazione degli eventi. La bravura dello scrittore sta proprio in questo: per dirla con Emilio Cecchi, nella capacità di decidere quali cose “aggomitolate entro le fenditure, i buchi del tempo” inserire nel romanzo. L’abilità di muoversi tra fatti minimali e abitudini, ovvero di quanto dorme “sotto lo scalpiccio della nostra vita cotidiana, delle nostre occupazioni” (ancora Cecchi) fa la differenza tra un mediocre diarista e un grande narratore. Le protagoniste di Gemmell e MacDonald, affrontando una catabasi accidentata e tortuosa nel fondo del proprio passato, ingaggiano una lotta costante contro l’oblio. Non ricordano tutto, come il Funes del celebre e omonimo racconto di Borges, ma selezionano i fatti per i lettori. Così il gioco a rimpiattino tra passato che stordisce e presente in cui non ci si riconosce non ha sosta, ma pare placarsi temporaneamente con la scrittura, in attesa della prossima alta marea del ricordo.

 

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