"Mi sento ancora in colpa per il piacere sottile che ho provato quella sera. Volevo che qualcuno mi trovasse brava, ma davvero. 'Come un uomo' mi sembrava la più sicura delle conferme e a distanza di anni mi rendo conto che questa forma di incoraggiamento continua a ripresentarsi a volte esplicitamente, altre con un ammiccare che vuole darti il benvenuto nel club...". Su ilLibraio.it la scrittrice Giusi Marchetta parte da un ricordo personale, legato al suo debutto, per riflettere su un tema ancora discusso, l'approccio maschilista che riguarda anche il mondo letterario. È anche vero, però, che "qualcosa sta cambiando", come ad esempio "l’atteggiamento con cui ci rapportiamo al problema senza più cedere fingendo di non vederlo". Poi il discorso si allarga: "Se è vero che (tra uomini e donne, ndr) non esiste una differenza nell’utilizzo o nelle quantità di talento, penso che qualcosa cambi nello sguardo e nella scelta della storia da raccontare..." - L'intervento

Nel 2008 ho pubblicato la mia prima raccolta di racconti. Avevo ventisei anni e mi sembrava la cosa più bella e immeritata che mi potesse succedere. Soprattutto, a qualche mese di distanza dalla sua comparsa in libreria, mi sorprendeva incontrare qualcuno che conoscesse il libro o che, addirittura, l’avesse letto. Qualsiasi attenzione destinata ai miei racconti mi riempiva di una gratitudine e di un vago stupore che non mi avrebbero mai lasciato del tutto.

Tra i miei primi generosi lettori, ricordo uno scrittore che non conoscevo e che, incontrato una sera a teatro, mi ha fatto i complimenti elencando minuziosamente tutti i passaggi del libro che l’avevano colpito. Mentre parlavamo, l’autore dello spettacolo e il direttore del teatro ci hanno raggiunto all’ingresso; lo scrittore mi ha presentato citando il libro, cercandosi le parole giuste per comunicare quanto gli fosse piaciuto. Gli altri due lo hanno ascoltato e poi mi hanno salutato cortesemente pronti a congedarsi. A quel punto, insoddisfatto, lui li ha trattenuti. – No, sul serio, dovete leggerla – ha detto. – Scrive come un uomo.

Di colpo ci siamo rilassati tutti. Aveva trovato la formula giusta, la più efficace.

Scrivevo come un uomo o così pareva. Ne ero felice. Questo non significava automaticamente che fossi brava ma mi sembrava che le due cose, nel mondo, si equivalessero abbastanza.

Scrivere come un uomo voleva dire entrare nel circuito dei libri che valeva la pena leggere, recensire, giudicare riusciti o meno. Libri veri. Significava avere la chance, un giorno, se il sogno si fosse avverato, di sedere al tavolo degli adulti. Essere non solo scrittrice, ma scrittore, una parola che era più di un’etichetta: una garanzia.

Questa, almeno, era la mia percezione da lettrice: la letteratura a scuola e all’università era stata un succedersi di nomi maschili. Le mie letture autonome seguivano le stesse strade tracciate da amici, amiche e insegnanti; mi guidava il pregiudizio che le donne (poche, pochissime) avessero scritto e scrivessero di un mondo interiore troppo piccolo per contenere la complessità di quello reale. Romanzi rosa, d’amore, sentimentali. Non ne avevo bisogno: volevo capire tutto e per quello c’erano sempre i classici che affollavano la mia libreria. Morante, Ginzburg e Aleramo se ne stavano accorpate da qualche parte sullo scaffale in basso, come la sezione “Donne” nelle antologie.

Sono passati quasi dieci anni. L’idea di una scrittura femminile, diversa e in qualche modo minoritaria rispetto a quella maschile è stata (quasi del tutto) debellata o è comunque molto discussa. Non sempre ma spesso concorsi e premi letterari con giuria o premiati a sfrontata maggioranza maschile vengono contestati. Quando le classifiche di fine anno ignorano il capolavoro di una donna sembrano quasi sul punto di declassare il giornale stesso che le propone; giornalisti e scrittori si autoimpongono di leggere i libri delle scrittrici più interessanti o di citarle nelle loro interviste accanto ai colleghi maschi. Come molte mie amiche io stessa ho fatto ammenda per il mio passato e ho iniziato a leggere le scrittrici appurando che il talento non ammette alcuna distinzione di genere.

Insomma, qualcosa sta cambiando nel nostro mondo, grazie, tra le altre cose, a una maggiore consapevolezza e diffusione dei movimenti femministi e LGBT, a un grado di insofferenza sempre più alto nei confronti delle dinamiche sociali più maschiliste e retrograde. Ovviamente la questione della disparità di genere rimane, pervasiva e subdola o esplicita e addirittura sbandierata in virtù di un inesistente pericolo di discriminazione degli uomini; a cambiare leggermente è stato l’atteggiamento con cui ci rapportiamo al problema senza più cedere fingendo di non vederlo. Al contrario, assistiamo a una moltiplicazione di opere cinematografiche, letterarie e televisive che affrontano la questione in modo così potente da non poter essere ignorate, segno che sempre più registe e scrittrici non temono di sembrare incarognite o semplicemente invidiose del successo altrui quando raccontano questa forma di ingiustizia. Siamo solo arrabbiate, ha scritto Chimamanda Adichie. C’è un’ingiustizia che ci colpisce direttamente ed è naturale esserlo.

A questo punto mi sembra giusto puntualizzare che non tutte queste storie sono scritte da donne e che non sono scritte meglio o peggio che se fossero state partorite da uomini. Sono scritte bene e basta.

Se dunque l’esistenza di Munro, Strout, Robinson, Ferrante, Ernaux, tanto per citarne alcune, basterebbe a dimostrare che una penna di talento non ha genere, com’è possibile che continui una forma di discriminazione che ritiene più credibile il romanzo di un uomo anche se contiene amore nel titolo rispetto a quello di una donna? Sento spesso a questo proposito dire da chi legge poche scrittrici che non fa caso al genere dell’autore quando sceglie il libro successivo: prende quello che gli sembra interessante. Caso vuole che le storie raccontate dalle donne ai lettori uomini (e ad alcune lettrici) appaiono meno interessanti soprattutto se si parla d’amore o se c’è una protagonista femminile. Se ad esempio ne Gli anni Annie Ernaux ha raccontato l’ultimo cinquantennio di storia collettiva usando un noi prevalentemente femminile, quel noi perde in parte la sua universalità. Il mondo maschile può contenere quello femminile, ma ancora per troppi lettori non è vero il contrario. Leggeranno commossi un romanzo ben scritto sulla paternità di un giovane autore, ma le stesse pagine scritte da una madre sembrerebbero interessare solo a lei, ad altre (potenziali) madri.

Mi rendo conto di quanto sia difficile affrontare l’argomento senza affidarmi a generalizzazioni sui gusti e gli interessi dei lettori. Al di là di questa tendenza, infatti, è evidente che esistano uomini che apprezzano scrittrici e scrittori in egual misura.

Quello su cui mi capita di riflettere spesso però è quanto sia andato perso sia nella mia esperienza personale di non lettrice di donne, sia in quella di chi continua a credere nell’esistenza di una scrittura femminile meno significativa. Se è vero che non esiste una differenza nell’utilizzo o nelle quantità di talento, penso che qualcosa cambi nello sguardo e nella scelta della storia da raccontare. È più probabile infatti che una minoranza affronti un tema legato alla propria oppressione, o meglio, al proprio modo di essere al mondo. Da lettrice e da spettatrice mi ritrovo sempre più colpita da questo punto di vista che da quello dominante. Possono convincere o meno, ma autrici come Lena Dunham (Girls) o Phoebe Waller Bridge (Fleabag) nelle proprie serie hanno portato alla luce una grande quantità di questioni legate al sesso, al potere, ai rapporti umani, a partire dal proprio essere donne tra i venti e i trenta. Hanno arricchito l’immaginario degli spettatori di un nuovo punto di vista, a volte provocatorio, altre infinitamente centrato (e spietato). Uno sguardo ancora una volta, pare, poco interessante per il pubblico maschile.

Eppure, qualcosa sta cambiando. Nell’ultimo anno due personaggi (che non nomino) di due serie televisive molto note Crazy ex girlfriend e You’re the worst, sono rimaste incinte e hanno abortito. Quasi non ci credevo. La gravidanza inaspettata è uno di quei meccanismi narrativi capaci di interrompere delle sottotrame senza appello: difficilmente l’aborto viene mostrato come un’opzione praticata senza troppi problemi. Ed è vero che entrambe le serie hanno un pubblico di nicchia, tendenzialmente giovane e con un alto livello di istruzione, potenzialmente più aperto e disposto a seguire la storia di questi personaggi condividendone le scelte, ma quello che mi ha sorpreso è il moltiplicarsi di situazioni narrative più emancipate, storie che si incentrano su questioni che qualcuno potrebbe considerare come femminili e che, se ben scritte, restituiscono una realtà più complessa e vivace. Più vera, anche.

Mi sento ancora in colpa per il piacere sottile che ho provato quella sera a teatro. Volevo che qualcuno mi trovasse brava, ma davvero. “Come un uomo” mi sembrava la più sicura delle conferme e a distanza di anni mi rendo conto che questa forma di incoraggiamento continua a ripresentarsi a volte esplicitamente, altre con un ammiccare che vuole darti il benvenuto nel club. Tu non sei come le altre, dice quell’ammiccare. È un divide et impera, ora lo so. E so che invece io sono come le altre, lo siamo tutti: speriamo di essere bravi, ci sogniamo scrittori veri, scrittori migliori, cerchiamo una storia che valga la pena raccontare.

Così ora ci penso e mi sembra che tutto sia cominciato molto prima, quando ero una bambina e mi pareva che essere maschio sarebbe stato meglio: loro potevano andare dappertutto, essere tutto. Detestavo le ragazze e ancora di più essere una di loro. Alle fiabe in cui principi salvavano principesse svenevoli e indifese, preferivo La sirenetta anche se era triste. Raccontava di una ragazza che provava a fare qualcosa con tutte le sue forze ma non ci riusciva. Era troppo ingiusto. Così provavo e riprovavo a riscrivere il finale, a forzare il lieto fine, ma ogni volta la storia mi sembrava sempre meno bella, meno interessante.

L’AUTRICE – Giusi Marchetta*, nata a Milano nel 1982, è cresciuta a Caserta, poi si è trasferita a Napoli. Oggi vive a Torino dove è insegnante. Per Terre di Mezzo ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (2008), con la quale ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (2010). Il suo primo romanzo, L’iguana non vuole, è stato pubblicato nel 2011 da Rizzoli. Nel 2015 è uscito, per Einaudi, Lettori si cresce.
Qui tutti gli articoli scritti da Giusi Marchetta per ilLibraio.it.

LO SPECIALE A PUNTATE – Dopo l’intervento che ha aperto il confronto, firmato dall’editore Luigi Spagnol, dal titolo “Maschilismo e letteratura, cosa ci perdiamo noi uomini?”, e quello della scrittrice Michela Murgia sul tema “Cultura maschilista? Dai festival ai giornali, la sottorappresentazione delle donne”, ha detto la sua Renata Gorgani, direttore editoriale de Il Castoro, sottolineando che “nei ‘piani alti’ dell’editoria le donne restano una minoranza”. L’approfondimento a più voci (e che ha toccato più temi e problemi) proposto da ilLibraio.it è proseguito con il contributo di Elena Varvello, dal titolo Esiste una “scrittura femminile”?, e con quello di Bianca Pitzorno, che si è chiesta da cosa si riconosce la “letteratura femminile” (sempre che esista)?. Poi Maurizia Rebola, del Circolo dei lettori di Torino, ha invitato le donne a prendersi più spazio per fare cultura. Ora, la serie di riflessioni continua con un’altra scrittrice, Giusi Marchetta* (ndr).

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