"Sempre più magra" di Victoire Dauxerre è il racconto autobiografico di una modella che denuncia l'ossessione per la magrezza, la competizione e l'isteria che dominano il mondo della moda... - Su ilLibraio.it un capitolo

Sempre più magre, in libreria per Chiarelettere (traduzione di Valentina Abaterusso), è il racconto della dura vita delle modelle nel mondo dell’alta moda. A firmarlo è la giovane modella francese Victoire Dauxerre, che narra un’esperienza vissuta in prima persona.

Pur senza l’agghiacciante presenza della spaventosa Miranda Priestly, Sempre più magre non può non richiamare alla memoria Il diavolo veste Prada, quell’iconica rappresentazione della vita dietro le passerelle e sul tappeto rosso della celebrità, tra abiti firmati e tacchi vertiginosi.

Gli ingredienti sono gli stessi, molti accessori sgargianti e un rapporto difficilissimo col cibo, fino all’ossessione per la magrezza al limite della malattia: in Sempre più magra la Dauxerre racconta, dall’interno, la propria esperienza nel mondo della moda, e denuncia tutta la sofferenza e il duro prezzo da pagare per condurre quella vita, la competizione e l’isteria, la fame costante che l’hanno portata a lasciare tutto e a ricominciare.

sempre più magre Victoire Dauxerre chiarelettere

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo:

«Ma tu sei la nuova Claudia Schiffer!» Sto guardando alcuni orologi in vetrina, in rue des Francs-Bourgeois, quando mi sento chiamare da un tipo di colore tutto smilzo che mi arriva a malapena alle spalle. Lo guardo con l’angolo dell’occhio. Lui mi sorride. «Non hai mai pensato di fare la modella?» Bwahaha. Grande tecnica di rimorchio. Complimenti. Arrivederci. Si avvicina mia madre, ma la cosa non lo intimorisce, al contrario: «Sua figlia è di una bellezza strepitosa. E che naso! Dà equilibrio al volto e cattura perfettamente la luce. Mi creda, io me ne intendo». Se ne intende di cosa? Di nasi? Mi scappa da ridere. Perché io il mio naso lo conosco bene, con quella gobbetta che la famiglia di mamma si tramanda da almeno tre generazioni. Ci ho pigiato sopra per tutta l’infanzia sperando di farla scomparire. Tanto che in quel punto adesso c’è un lieve segno bluastro un po’ appiattito. Qualunque «intenditore» capirebbe al volo che quello che non va nella mia faccia è proprio il naso…

Ma lui niente, ha insistito. Mi ha dato del tu come se ci conoscessimo da sempre. «Ti giuro, so di cosa parlo! Lavoro in un’agenzia di moda, l’Elite, non so se la conosci. Tu sei tagliata per questo mestiere, ne sono sicuro. Posso farti andare a New York per la fashion week di settembre, sfonderesti. Tieni, questo è il mio biglietto da visita. Pensaci e chiamami. Davvero, sei perfetta. Se mi lasci fare, ti trasformo in una top model.» L’ho ringraziato ma gli ho detto che stavo preparando la maturità e i test per Sciences Po e che la cosa non faceva proprio per me. Se n’è andato dicendomi: «Chiamami!». Mamma mi guardava con un mezzo sorriso. Quando il tipo ha girato l’angolo, siamo scoppiate a ridere. Allora era vera la storia dei «talent scout» che reclutano ragazze per strada per conto delle agenzie di moda. È così che funziona? Basta uno schiocco di dita davanti a una vetrina di orologi? Top model, certo, come no.

Eppure Elite mica è uno scherzo. Non sono una fanatica di moda ma ogni tanto sfoglio le riviste femminili e so che è una delle agenzie più importanti del settore. La  sera, a casa, un rapido sguardo su internet me lo conferma: Naomi Campbell, Cindy Crawford, Claudia Schiffer, Linda Evangelista… Avrà anche esagerato questo Seb – si chiama Sébastien, è scritto sul biglietto da visita – ma  è stato carino a dirmi che magari, chissà, potrei entrare nella schiera delle ragazze più belle del mondo!

Mi ha fatto piacere. Ho riposto il bigliettino di Seb in un angolo della scrivania, le sue belle parole in un angolo del cervello, e mi sono rituffata nel ripasso. Completamente. Cercando di tenere a bada l’angoscia che mi stringeva lo stomaco ogni volta che pensavo agli esami. Ero certa di superarli, ma allo stesso tempo avevo una paura tremenda di non farcela…

L’università poi era un’incognita totale. Neanche i votia scuola, da sempre brillanti, riuscivano a farmi stare tranquilla: più il test si avvicinava più la fifa aumentava. Non era normale ansia da prestazione, era paura atroce di fallire, di non essere in grado. Una buona a nulla.

 

(Continua in libreria…)

Nota: la foto in alto è di © Julien Mignot. 

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